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    Reggio Calabria stregata dalla travolgente comicità di Salvatore Gisonna

    di Grazia Candido (foto Antonio Pitea) – Di giorno bancario, di notte travolgente cabarettista.


    Il comico Salvatore Gisonna ieri sera, al secondo appuntamento di “Cabaret alla Villa” (progetto artistico “N.T.T. – New Theatre training” organizzato dall’associazione culturale arte e spettacolo “Calabria dietro le quinte APS”, con il patrocinio del Comune di Reggio Calabria e dalla Città Metropolitana e sostenuti dal bando di Scena Unita – per i lavoratori della Musica e dello Spettacolo – fondo privato gestito da Fondazione Cesvi – in collaborazione con La Musica Che Gira e Music Innovation Hub), fa salire il suo pubblico sulla “nave del divertimento” e, in un viaggio incredibile, il comandante napoletano “con poche idee ma ben confuse”, inizia la sua crociera.

    Tempi comici perfetti, testi originali e per nulla banali, un’ironia raffinata e pungente che rende onore a una capacità che il più delle volte, è un istinto difficilissimo da costruire. Il comico partenopeo riesce sempre a trasformare una bella battuta in una battuta irresistibile.
    “Oggi dobbiamo essere moderni a tutti i costi, ma poi siamo tradizionalisti – esordisce Salvatore -. Veniamo da 2 anni difficili, essere qui è una vittoria. Ricordo quando Giuseppe Conte entrava a casa tutte le sere e mia moglie, alla fine, apparecchiava pure per lui. Tutti pensavano: va beh, questo virus è una cosa cinese quanto può durare? E invece, in questi due anni, Harry e Meghan sono usciti dalla Casa Reale e noi non siamo riusciti ad uscire da casa. Ma cosa ci è rimasto della pandemia? La panza”.
    Sempre in bilico tra il dentro e il fuori di scena, tra il personaggio, l’attore e la persona, Salvatore ha alternato abilmente riflessioni disincantate e trasognate sul presente, sul passato, sui cambiamenti di una società che si sarà pure modernizzata ma ha perso il rapporto umano, le emozioni, i valori, a veri e propri momenti di stand up.

    “La pandemia ci ha fatto imparare termini nuovi come congiunti, assembramento, virologia, smart working, dad – continua Gisonna -. Per non parlare del rapporto uomo-donna durante il lockdown: mia moglie è diventata una figura mitologica, metà donna, metà mazza da lavare. Casa mia è sempre bagnata, lava continuamente i pavimenti e io non cammino più ma volo, sono meglio di Superman. Una cosa è certa: il Covid ci ha fatto riscoprire il senso di unione del popolo italiano”.

    Monologhista raffinato, il vulcanico cabarettista spazia dalle manie, ai social, alla difficoltà degli italiani di fare la dieta, ai cambiamenti generazionali.
    “I bambini di oggi non si emozionano più, stiamo crescendo i futuri insoddisfatti del domani – postilla -. Noi giocavamo con le pietre e ogni occasione era buona per tirare quattro calci al pallone, loro si chiudono nelle stanze con le cuffie, stanno su Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok ma i veri non social sono loro. Noi sognavamo una carriera importante, loro vogliono una poltrona da Maria de Filippi o una raccomandazione per fare le veline. Abbiamo un telecomando per la tv, per il decoder, per Sky, per alzare le tapparelle e spegnere le luci, quando ne basterebbe uno solo per accendere la mente ed emozionarsi. Ma siete convinti che siamo andati avanti?”.

    Salvatore fa una disamina attenta e razionale su una quotidianità che, inevitabilmente, con il progresso si è mutata, strappando continui applausi e sorrisi anche quando racconta le sue peripezie con i clienti in banca o analizza i testi delle canzoni dal significato decisamente inconcepibile.
    Il viaggio sta per finire e i passeggeri sono pronti a scendere dalla “nave della comicità” per lasciar tornare a casa, nella sua bella Napoli, il comandante Gisonna.
    “Io sono napoletano e me ne vanto, sorrido sempre anche davanti ai problemi più grandi. Sono napoletano e vi dico che la mia Napoli non è quella raccontata dai mass media ma è la città di Eduardo De Filippo, Totò, Massimo Troisi, Pino Daniele. È la Napoli che io stasera, vi ho voluto umilmente rappresentare” – si congeda così Salvatore.

    Il finale è scandito dalle parole di Benigni che spronano il pubblico a cercare la felicità: “Cercatela, tutti i giorni, continuamente. Chiunque mi ascolta ora si metta in cerca della felicità. Ora, in questo momento stesso, perché è lì. Ce l’avete. Ce l’abbiamo. Buttate tutto all’aria. I cassetti, i comodini che c’avete dentro. Vedrete che esce fuori. C’è la felicità. E anche se lei si dimentica di noi, non ci dobbiamo mai dimenticare di lei. Non bisogna mai aver paura di morire ma di non cominciare mai a vivere davvero”.
    Gli applausi premiano il grande e talentuoso artista, un cavallo di razza che è riuscito a spazzare via l’aridità che questa pandemia ha lasciato dentro ogni essere umano ma, soprattutto, ha confermato che la vera felicità non è un obiettivo ma il risultato di una vita ben vissuta.