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    Reggio Calabria stregata dalla poesia delle “Emozioni” di Mogol e Gianmarco Carroccia

    di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Siamo soli di fronte alle nostre emozioni, alla nostra interiorità e, difficilmente, qualcuno riesce a capire cosa stiamo provando, cosa abbiamo dentro, il tumulto che ci sovrasta. Da soli dobbiamo combattere la battaglia più grande: quella con noi stessi. Ed è proprio questa battaglia di “Emozioni”, ieri sera, in una gremita arena “Neri” di Catonateatro, il paroliere Mogol la racconta con le sue canzoni e quelle di Battisti, un’incredibile storia fatta di parole, musica e ricordi.
    Una serata unica impreziosita dal più grande autore di testi che, insieme a Lucio, ha scritto la storia della musica italiana e che, in questo progetto artistico, narra al suo pubblico inediti aneddoti e retroscena che si celano dietro ogni canzone, a cominciare dagli episodi che le hanno ispirate.
    Brani eseguiti magistralmente dall’interprete Gianmarco Carroccia che, accompagnato sul palco dall’orchestra di 15 elementi abili a ricreare momenti di grande magia ed intensità, é capace davvero di dare vita alle canzoni grazie alla sua voce potente ma sempre perfettamente controllata.

    Il viaggio si apre con i brani “Emozioni” dove è forte “il senso della fine, tanto che può venire voglia di fare follie, come guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi, è tanto difficile morire” – afferma Giulio Rapetti -. Ma la speranza che nasca un giorno una rosa rossa non la perderemo mai”; “Un’avventura”, “Io vivrò (senza te)”, “Dieci ragazze”.
    Tra un brano e l’altro, si snoda la lunghissima vita di successi, sodalizi artistici, incontri di un artista che, insieme a Lucio Battisti, ha fermato su carta l’unione miracolosa di parole e musica.

    “Di solito, quando scrivo cerco di capire cosa dice la musica, viviamo tutti gli stessi sentimenti ma li viviamo in maniera diversa – dice Mogol -. Ci sono canzoni che mi rappresentano, altre no come “Il tempo di morire” in cui il protagonista è un ragazzo molto ignorante che crede di poter conquistare una donna dandole la cosa più preziosa che ha, la sua moto. Questo brano ha avuto molte critiche dalle femministe, mi diedero del maschilista, ma io volevo solo raccontare una realtà, quella di un uomo con dei limiti e con un’insicurezza assoluta, che si innamora pazzamente di una donna. Non hanno capito che io ero solo l’autore del brano e non l’assassino” – ci ride su.

    Mogol ascolta con attenzione e, a volte, canta con il suo compagno di viaggio Gianmarco che, con la voce tanto simile a quella del cantautore di Poggio Bustone, non stravolge la versione originale dei brani ma ne dà una interpretazione perfetta.
    Il suo timbro particolare e profondo, sa comunicare un alone di mistero, solitudine e, via via, si fa sempre più intimo svelando in modo perfetto i sentimenti di speranza e umanità espressi in brani iconici come “I giardini di marzo”, “Il mio canto libero”, “La canzone del sole”.
    Seduto su una poltrona, Mogol non distoglie lo sguardo dal suo ragazzo (“Non sono stato io a scegliere lui, ma lui me” – rimarca a fine spettacolo) e lo segue scrupolosamente in quella biografia musicale che rappresenta la storia della nostra musica e l’educazione sentimentale di più di una generazione.
    “Vorremmo aiutare tutti ma non possiamo a causa di limiti dovuti al lavoro, alla famiglia, al tempo. La musica però, può dare conforto, può accarezzare chi sta soffrendo e spero, che io lo abbia fatto”.
    L’arena improvvisamente brilla di luci, tutti a tenere il proprio telefonino in alto per immortalare il cambio rotta con “Anima latina”, uno dei pezzi maggiormente apprezzati dalla critica e che rappresenta una sorta di svolta nella musica di Battisti, perfettamente eseguita dall’orchestra con un intro potente e travolgente.
    “Questa canzone – racconta Mogol – è stata concepita dopo un lungo viaggio in America Latina e porta in se la vita e le sonorità del Brasile. Una fotografia di un Paese che scommetto, vi piacerà tantissimo”.

    La macchina del tempo sta terminando il suo giro e a questo punto, dopo “O mare nero”, Mogol lascia il palco per far chiudere a Gianmarco questo incredibile viaggio tra i sentimenti.
    Dopo un omaggio a Franco Battiato con “La cura”, il giovane interprete che sino a quel momento si era dedicato solo a dar voce alla grandezza di Battisti, senza aggiungere altro, strappa un sorriso al pubblico svelando un retroscena: “Non sapevo se concludere con questo brano perché su Facebook mi hanno scritto di non cantarlo e ho pensato: forse, a Reggio avranno problemi di acqua. Ma io vi canto ugualmente “Acqua azzurra, acqua chiara” perché nella vita, tutti abbiamo bisogno di cose vere, pure”.
    Una velata ma chiara dichiarazione d’amore di un giovane artista d’altri tempi che, con sobrietà e discrezione, si è messo al servizio della musica quale unica e vera protagonista.