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    Un covidiario

    Marzo con il suo vento freddo è già iniziato e, non ostante questa sia una città del sud, quando lo scirocco tira giusto si può sentire un familiare odore di caminetto, ma vi è solo questo a dare una parvenza di tranquillità come fosse una carezza, per il resto solo alienazione portata da questi giorni infausti in cui un virus proveniente non si sa da dove, mutato non si sa come, trasmesso non si sa da chi, è chiodo fisso dei nostri pensieri e delle nostre preoccupazioni.

    Un macabro rituale scandisce i nostri giorni: alle ore 18 tutti davanti al piccolo schermo in attesa delle notizie provenienti dalla protezione civile. Centinaia, poi migliaia gli infetti, poi i morti, pare un bollettino di guerra, una guerra contro un nemico invisibile, una guerra contro noi stessi. È così ogni giorno, ogni maledetto lunghissimo giorno, si attende l’ora x, si attendono le ore 18. “Oggi quattromila contagi in Italia, e qui? Qui da noi?” sempre pochi grazie a Dio, ma abbastanza perché la paura ci immobilizzi, perché la testa giri a vuoto, perché il cuore si nutra di una speranza confezionata con una sgargiante carta regalo, ma in uno scatolo che ogni giorno risulta essere vuoto.

    Tu ci speri che passata la notte, ai primi raggi del sole qualcuno arrivi, ti tiri gli alluci sollevando la coperta e gridi “il covid è finito! Era tutto uno scherzo!”, ma puntualmente il sorriso che avevi in bocca prende un sapore amaro appena apri gli occhi e scopri che niente è cambiato, niente è cambiato neanche oggi.

    Ti alzi dal letto domandandoti perché ti sei svegliato, un po’ ci credi che forse era solo un brutto sogno, ma la radio, la TV, i giornali, suonano come un disco rotto. Poi ti consola il fatto che comunque si tratta di una guerra atipica, comunque sei a casa sul tuo divano, con i tuoi cari e puoi pure portare il cane a pisciare e riesci anche a fare due passi allungando fino a sentire l’odore del mare e il suono del battere dell’onda. Torni a casa e dalla finestra scruti la città silenziosa, la guardi e ti pare vuota, un po’ ti senti come in quei film post-apocalittici in cui dopo una catastrofe nucleare l’ecosistema è distrutto e l’umanità è svanita… beh effettivamente di umanità in giro se ne trova ben poca e l’ecosistema non è messo poi tanto bene…

    Ma oggi qualcosa è cambiato, oggi la cassetta della posta non è solo colma di santi e santerelli, di impavide offerte alla Mastrotta e del nuovissimo catalogo di Postal-market, oggi c’è una lettera che arriva dall’azienda ospedaliera di questa città che sulla busta dice “emergenza covid 19, manifestazione di interesse finalizzata all’eventuale conferimento di incarichi a tempo determinato”.

    Ah non vi ho ancora detto che sono un infermiere, quello che avete sempre chiamato lavaculo e sistemamilletto, ma non avete mai fatto caso che il letto è il mondo di una persona malata, l’unico spazio “calpestabile” di chi vive la malattia e anche una minima grinza del lenzuolo può far male quanto un pugnale, e non avete forse mai pensato alla differenza che c’è tra un lavaggio di culo fatto con cura e una passata di cotone con acqua ghiacciata.

    Con tutto questo parlare ho scordato su le chiavi della cassetta della posta, poco male la fessura è larga e ce la faccio a tirarla fuori infilando le dita. È proprio come pensavo, è una lettera di

    richiesta di disponibilità per i reparti covid, a tempo determinato, fine collaborazione 31 gennaio, proprio dove infiamma la battaglia, combattere in trincea.

    Rifiutare o accettare? Potrebbe voler dire anche vivere o morire, potrei infettarmi, potrei poi infettare la mia famiglia.

    Rientro a casa. Il suono di una sirena, un colpo di tosse, del sangue, immagini si susseguono veloci nella mia testa. Guardo mia moglie, mio figlio, e mi domando “se poi mi infetto chi porterà il cane a pisciare? Chi ascolterà il suono del mare?”.

    In fronte alla paura si fa largo il coraggio, credete che il coraggio abbia spalle larghe e braccia possenti? No, il coraggio è un bambino piccolo piccolo a cui piace giocare, a cui piace sognare, a cui par di volare perché i piedi gli stanno penzoloni seduto al muretto in cortile e il cielo è davvero così vicino che lo si può toccare.

    Tre giorni dopo accetto l’incarico, firmo il contratto e prendo servizio: inizia la guerra, non sono da solo in trincea, i miei colleghi sono con me, la mia famiglia a casa m’attende tornare.

    Anche adesso ogni giorno sembra uguale: “polmonite bilaterale, tampone positivo” la diagnosi medica, io rinchiuso in una tuta bianca, 7 ore senza poter bere, 7 ore senza che sulla pelle possa passare anche solo un soffio d’aria, 7 ore senza sedermi, 7 ore senza una pausa. Tutto mi pare estraneo visto da qui, da dietro questi occhiali appannati, da dietro questo paraocchi in cui è incredibile quanta condensa si possa formare. Quanto calore sprigionano questi nostri corpi umani, quanto possono essere invece freddi i corpi di coloro che si spengono, quanto sono rimasti accesi? I più fortunati sono dei fortunati novantenni, altri hanno poco più di trentanni, alcuni tra i cinquanta e i sessanta. Quante ore dura una lampadina? Dopo quante ore di luce si spegne? Quanta luce noi possiamo portare? Dopo quanto anche noi ci spegniamo?

    Ogni giorno alle 18, allo stesso orario del bollettino di guerra si sta sui balconi, si canta la gloria, si applaude il coraggio di guerrieri ormai spenti, si onorano i vuoti lasciati in famiglia, le risate inespresse nelle serate tra amici. Questo ogni giorno, ogni dì si ripete, mentre la condensa continua a raccogliersi sul paraocchi, la vedo da dietro gli occhiali appannati.

    Da dentro questa tuta bianca posso vedere pazienti intubati, chi pare bollire come una pentola piena e stracolma, chi invece pare star meglio che lo vedi già dal colorito più rosa, così scorrono i mesi, il reparto si svuota.

    È passato ormai quasi un anno, siamo a fine gennaio e oggi uno scienziato in TV ha detto che ha inventato un vaccino, presto inizieranno a distribuire le prime dosi.

    Torno verso casa, ho portato il cane a pisciare e ho ascoltato il suono del mare. Sono esattamente le 18, la gente sta al balcone c’è chi applaude e chi canta, io guardo la cassetta della posta, mi spello le nocche e tiro fuori una lettera di cui il mittente è l’azienda ospedaliera di questa città che manifesta la sua gratitudine per il lavoro fino ad oggi svolto. Domani dovrò reinventarmi, cominciare da capo, io che venivo applaudito, su ogni canale elogiato, ma gli eroi sopravvissuti sono eroi a scadenza. Un applauso dunque alle mie ginocchia stanche, un elogio alle notti insonni, e cantiamo anche un inno alle ore bramanti un sorso d’acqua fresca, perché oggi quella data è arrivata, è il 31 gennaio.

    Piovasco