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    Soumaila Sacko: il lavoro nei campi, l’impegno sindacale e la morte 11 mila chilometri lontano di casa

    di Anna Foti – Il sacrificio in una terra straniera per assicurare un presente migliore ai familiari lasciati in una terra lontana. Il coraggio di dare un volto ad un’azione violenta, per affermare verità e giustizia. Questa è la storia di due braccianti maliani sfruttati nei campi della piana di Gioia Tauro, Soumaila Sacko e Madihieri Drame. Erano insieme quel 2 giugno 2018 quando da San Ferdinando arrivarono a piedi fino alle abbandonate campagne vibonesi di San Calogero. Qui, sorpresi a prendere delle lamiere per costruire una baracca, diventarono bersaglio di un agricoltore che, imbracciato un fucile, iniziò a sparare per difendere la sua presunta proprietà (in realtà una fornace dismessa dove la ‘ndrangheta ha seppellito i rifiuti tossici di una centrali Enel).

    Questa è una storia italiana in cui un cittadino maliano ha perso la vita mentre un altro, riuscito a evitare i colpi, ha aiutato le forze dell’ordine e la magistratura a ricostruire l’accaduto. La corte d’Assise di Catanzaro ha così condannato a 22 anni di reclusione per omicidio volontario e detenzione e porto illegale di armi, l’agricoltore Antonio Pontoriero per il quale la procura aveva chiesto 30 anni di carcere.

    Una sentenza che restituisce, non una giustificazione al gesto di sottrarre materiale altrui, seppure abbandonato e di proprietà oscura e incerta, ma la possibilità di vedere e ascoltare una storia diversa da quella più comodamente costruita sulla base di pregiudizi razzisti e stereotipi. Una pronuncia che non legittima ma denuncia e ‘sanziona’ un’ingiustizia e che restituisce dignità ad un uomo che cercava di aiutare dei connazionali, che non erano come lui nella tendopoli di San Ferdinando, a costruirsi una baracca a proteggersi dall’umidità e dal freddo nelle ore di riposo dal lavoro faticoso nei campi.

    Una verità che era doveroso ristabilire specie all’ombra delle prime ricostruzioni in preda alla fretta, alla superficialità e al pregiudizio radicato. Soumaila Sacko era stato, infatti, etichettato come uno dei tre extracomunitari colti in fragrante nell’atto di rubare da un proprietario che si era fatto giustizia da solo. La verità riferita da chi era un testimone diretto e quella processuale emersa nel giudizio di primo grado coincidono e sono molto diverse.

    Soumaila Sacko era, infatti, un immigrato regolare di 29 anni con la passione per l’agricoltura che la siccità e l’aridità delle terre del suo villaggio natale Sambacanou, con poche decine di abitanti nel comune di Diafounou Gory in Mali, rendevano impraticabile. In quel villaggio Soumaila Sacko aveva lasciato una moglie e una figlia di cinque anni e in Calabria, raccogliendo i frutti della terra, riusciva ad aiutarle a distanze. Ma non si era limitato a fare questo. Soumaila si batteva per rivendicare condizioni di vita e di lavoro più eque e dignitose. Pur se maliano si batteva per un’Italia più giusta e civile, la sentiva una questione che lo riguardava perché quei diritti erano – e sono – di tutti gli uomini in quanto tale, a prescindere dalla nazionalità.

    Come non rendersi conto che il suo operato contribuisse ad una giustizia sociale negata in Italia e che dunque fosse un prezioso contributo al nostro progresso umano e sociale?

    A distanza di oltre due anni la disumanità delle condizioni di vita e lo sfruttamento dei braccianti stranieri nei campi di agrumi della Piana di Gioia Tauro rappresentano ancora delle piaghe, delle profonde ferite fin troppo facili da ignorare perché alto è diventato il muro dell’indifferenza, degli individualismi e del pressapochismo e davvero imbarazzante la capacità di autoassoluzione.

    Possiamo davvero ritenere che ciò sia coerente con la nostra Storia e la dimensione di Stato di Diritto che ci vantiamo di avere conquistato, in cui riteniamo di vivere e che auspichiamo di lasciare a chi verrà dopo di noi?

    Il lavoro di Soumaila Sacko non era solo necessario per una filiera agricola che porta il cibo in tavola – l’Italia da anni è sul podio delle potenze agricole europee – ma era anche fondamentale per il riscatto di diritti negati su suolo italiano. Sul nostro suolo. Su quel suolo dove fu colpito alla testa, morendo dopo alcune ore di agonia.

    Il 22 settembre di quello stesso anno – il 2018 – a Foggia, l’assemblea nazionale USB sul lavoro agricolo avviò una piattaforma dei diritti e adottò, in sua memoria, un codice etico. Il suo operato, il suo sacrificio avrebbero dovuto fruttare passi in avanti per tutti gli altri braccianti che nel Sud Italia vivevano – e vivono – questo dramma nell’indifferenza generale.

    Una storia e un impegno che, travalicando i confini di una regione e di un Paese per le ragioni universali che promuovevano, giunsero fino a Londra.

    Daniel Blackburn, direttore dell’International Centre for Trade Union Rights (Centro Internazionale per i Diritti Sindacali) Ictur di Londra, scrisse infatti all’allora ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, per esprimere la profonda preoccupazione per la situazione dei diritti dei braccianti in Italia, specie dopo le morti dei due delegati sindacali USB, Soumaila Sacko in Calabria e Abd Elsalam Ahmed Eldanf in Emilia Romagna.

    In quella comunicazione, Blackburn aveva ricordato al ministro  – e a noi tutti – le inadempienze dell’Italia in materia di tutela del lavoro, attraverso i richiami al nostro Governo che per anni l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) aveva rivolto senza essere ascoltata, ribadendo le determinazioni dell’Oil sulle libertà sindacali e sull’obbligo garantirle; sull’obbligo di inchieste giudiziarie indipendenti in caso di violazione dei diritti; sulla dannosità per la tutela dei diritti di una radicata attitudine all’impunità.

    Alla sentenza di primo grado, ma di tenore diverso, è approdato lo scorso luglio il processo per la morte del bracciante e sindacalista Abd Elsalam Ahmed Eldanf, cittadino egiziano in Italia con contratto regolare, padre di 5 figli, travolto e ucciso da un Tir a Piacenza quattro anni fa, durante un presidio davanti alla sede GLS Italy Spa dell’Unione Sindacale di Base.

    Alberto Pagliarini, il camionista alla guida del tir, accusato di omicidio colposo, è stato assolto per insufficienza di prove. I familiari di Abd Elsalam e la USB – parti civili nel processo – hanno annunciato che impugneranno la sentenza.

    Si punta sulla tragica fatalità ma l’Usb crede che il tir avesse il compito di forzare il presidio e per questo proseguirà nella battaglia legale.

     

    Leader dello stesso sindacato Usb, Aboubakar Soumahoro, quarantenne italo-ivoriano, ha rappresentato l’esecutivo Usb in Mali al momento di consegnare la salma ai familiari di Soumaila Sacko.

    L’ultimo viaggio di Soumaila era iniziato il 25 giugno 2018 dall’aeroporto di Lamezia Terme, con tappe ad Addis Abeba e Bamako prima degli ultimi 700 chilometri via terra fino a Sambacanou dove si trova il suo villaggio natale. Il 29 giugno l’abbraccio doloroso di moglie, figlia, madre, sorelle e fratelli e poi la sepoltura nel cimitero di Sambacanou, Regione di Kayes, in Mali.

    Undici mila chilometri per tornare a casa, senza più un futuro per lui ma con qualche speranza in più per la moglie e la figlia.

    All’indomani della sua morte era stata avviata una raccolta fondi per la sua famiglia di Soumaila, arrivata alla somma di 51mila euro versata interamente dalla cittadinanza.

    Quel viaggio fu preceduto da una manifestazione in piazza Italia a Reggio Calabria in occasione della quale lo stesso sindacalista Aboubakar Soumahoro aveva spiegato le ragioni di quella protesta contro l’ennesimo e gravissimo atto di violenza verso un bracciante straniero.

    “Siamo qui non in base al colore della pelle né alla provenienza geografica – aveva detto Soumahoro – ma da sfruttati che gridano no agli sfruttatori, in una regione saccheggiata senza pietà. Soumaila era un agricoltore costretto dai cambiamenti climatici a lasciare il Mali. Ha voluto fermarsi qui, per coltivare la terra con gli altri lavoratori, stando dalla loro parte, organizzandoli insieme all’USB. Un bracciante, un uomo, un sindacalista, un padre, un compagno. Tre cose ci ha chiesto la sua famiglia: verità e giustizia per la sua fucilazione; il ritorno della salma in patria; la continuazione del suo impegno sindacale. Noi stiamo esaudendo le loro richieste e non ci fermeremo, perché abbiamo sete e fame di diritti”, aveva assicurato Soumahoro.

    Quelle richieste sono state, ad oggi esaudite e a Roma, su iniziativa dell’Associazione CultRise, nel mercato rionale di Via Corinto nel quartiere San Paolo, da luglio campeggia anche un murales dedicato proprio a Soumaila e realizzato da Laika, la Street artist internazionale impegnata sui temi sociali.

    Con il suo braccio teso verso l’alto e la sua maglia rosso sangue, come il pomodoro che stringe nel suo pugno, Soumaila proseguirà nel suo cammino nelle azioni che la sua memoria ispirerà. La parola Justice si irradia dietro di lui, illuminando i passi dei tanti che lo seguiranno nell’impegno per i Diritti di chi lavora la terra, ovunque essa si trovi.