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    Reggio Calabria – I vigili del fuoco non ci stanno: “Non siamo imprudenti”. Sit-in il 30 ottobre ad Alessandria

    di Grazia Candido – La prima sentenza sulla strage di Quargnento contro i coniugi Vincenti è una “bomba” scagliata  sugli uomini del Corpo dei Vigili del fuoco che, profondamente feriti, non accettano la valutazione del Gup di Alessandria di definire “imprudente” la scelta del caposquadra Giuliano Dodero di far entrare i suoi uomini nell’immobile non esploso nella notte tra il 4 e 5 Novembre del 2019. Da qui, la scelta dell’Unione Sindacale di Base dei vigili di Alessandria di organizzare per venerdì 30 ottobre, dalle ore 10 alle 12, un sit-in di fronte al Palazzo di Giustizia in segno di solidarietà al caposquadra e a tutti i vigili del fuoco.

    “La sentenza del Gup – scrivono in una nota stampa – ferisce non solo il collega Dodero ma il Corpo nazionale tutto. A fronte del silenzio della nostra amministrazione, nell’interesse di tutti i colleghi che rischiano la vita quotidianamente, invitiamo tutte le organizzazioni sindacali, tutti i lavoratori e i cittadini a partecipare all’iniziativa. Sono vergognose le considerazioni con cui il Gup del Tribunale di Alessandria ha attribuito al caposquadra dei vigili del fuoco Giuliano Dodero un comportamento imprudente in occasione dello scoppio che a Quargnento costò la vita a tre colleghi – sottolinea Giovanni Maccarino – E’ abominevole leggere le parole infamanti che escono fuori da un uomo di legge che accusa non soltanto Giuliano ma tutto il Corpo nazionale dei vigili del fuoco”.
    Una amarezza condivisa anche dai parenti delle vittime che si stringono ai superstiti che, in quella tragica notte, hanno perso tre ligi compagni di lavoro Antonino Candido, Matteo Gastaldo e Marco Triches e la stabilità psicologica e fisica che nessuno mai potrà restituirgli. Tuona sul suo profilo Fb, il vigile Graziano Luca Trombetta sopravvissuto all’esplosione della cascina di Quargnento che, ancora oggi, non dimentica il buio, il dolore, il peso di quelle maledette macerie addosso e il disperato silenzio degli altri colleghi che non rispondevano più.
    “Non sono solito a scrivere quando si tratta di queste cose, preferisco tenere tutto dentro perché alla fine, solo io o chi si è trovato nella mia situazione può capire, ma la notizia riguardo l’operato nostro in merito alla strage del 5 Novembre scorso, non mi lascia indifferente. Leggere dalle motivazioni del Gup che la colpa della morte dei miei colleghi è stata una nostra, e in particolare del mio caposquadra, imprudenza nell’affrontare l’intervento, è il peso di un macigno che già gravava sulle spalle di noi superstiti e delle famiglie delle vittime e non fa altro che riaprire una ferita che già difficilmente si rimarginerà – afferma Trombetta – Le parole espresse dal giudice in questione, penso che non intaccano solo il nostro pensiero che eravamo fisicamente lì, ma risuona anche nella mente di tutti i miei colleghi di Italia che fanno il mio stesso lavoro e non si può che essere indignati. Chi come noi affronta ogni giorno il pericolo, non può accettare queste parole: dove gli altri fuggono, noi corriamo. E’ il nostro mestiere che ci chiede di lavorare in condizioni che altri abituati a stare comodamente seduti a firmare carte, non possono nemmeno immaginare. E’ facile dire che si è stati imprudenti, allora siamo imprudenti anche quando mettiamo a repentaglio la nostra vita per salvare da una zona devastata dal terremoto, quei pochi affetti personali che sono rimasti dentro una casa che potrebbe crollare da un momento all’altro. Eh sì, perché il mio mestiere è anche quello di salvare “cose” oltre alle persone mettendo a repentaglio la nostra vita ma in quel caso non siamo imprudenti”.
    Il vigile del fuoco è un fiume in piena, nelle sue parole traspare la rabbia e il dolore di non essere capiti, giudicati, non apprezzati per ciò che fanno quotidianamente per lo Stato.
    “Lavoriamo durante i nubifragi dove intere città sono spazzate dalle piene dei fiumi che si portano via qualsiasi cosa, ma noi siamo preparati anche per affrontare questo. Certo, è da imprudenti mettere a rischio la propria vita in quelle condizioni, eppure lo facciamo, perché dobbiamo magari aiutare qualcuno che è rimasto sul tetto dell’auto o intrappolato in casa e non riesce a tornare in un punto più sicuro – continua il giovane vigile – In quei momenti, la gente vede in noi quella sicurezza che non c’è e che solo noi riusciamo a dare con la nostra professionalità e capacità di lavorare in condizioni non proprio ideali, quindi se il voler mettere in sicurezza una zona per cercare di evitare qualcosa di peggio è da imprudenti, allora qualcuno non ha capito cosa è il nostro lavoro. Quante chiamate si ricevono per fuga gas, eppure sappiamo il rischio che corriamo in questo tipo di intervento, che dovremmo fare? Stare a guardare e aspettare che esploda? Se quel giorno avessimo fatto i “prudenti” a quest’ora credo staremmo parlando della negligenza della squadra per non aver controllato l’altro stabile. Tutti eroi quando si muore o si salva qualcosa che interessa, poi quando tutto è finito, torniamo ad essere dei numeri o ci fanno passare per incompetenti e incapaci. Troppi colleghi sono morti per fare il proprio lavoro e anche quando la gente ci definisce eroi, la risposta unanime che si dà è sempre: “Ho fatto solo il mio lavoro”. Noi non vogliamo medaglie, parate o belle frasi dette solo nelle circostanze che fanno comodo, io come tutti i miei “fratelli”, vorremmo soltanto essere considerati con un po’ più di rispetto e apprezzati a 360° per il meraviglioso lavoro che facciamo. Salviam la vita agli altri e il resto conta poco”.