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    La Difesa dell’avv. Carlo Maria Romeo si è rivolta al Tribunale della Libertà di Torino per ottenere la piena restituzione della libertà personale

    Riceviamo e pubblichiamo  – Con ricorso del 30 luglio scorso, la Difesa dell’avv. Carlo Maria Romeo si è rivolta al Tribunale della Libertà di Torino per ottenere la piena restituzione della libertà personale.
    Le accuse mosse al penalista di origine calabrese che ne avevano determinato una custodia cautelare in carcere di diciotto mesi sono cadute, a seguito di giudizio abbreviato, cioè con le cosiddette “prove” raffazzonate dalla Procura torinese, per insussistenza del fatto (concorso esterno in associazione mafiosa ed aggravante agevolatrice della ndrangheta).
    Ciò detto, il Presidente del Collegio feriale del capoluogo piemontese designato a trattare la questione “de libertate” ha svolto in precedenza funzioni di GIP di Torino ed in tale ruolo aveva firmato il decreto di proroga di autorizzazione ad operazioni di intercettazione nel medesimo procedimento penale avviato nei confronti del 62enne penalista reggino.
    Ora, tra le ipotesi di incompatibilità determinata da atti compiuti nel procedimento di cui all’art. 34, secondo comma c.p.p., non viene espressamente prevista quella sulla quale si è concentrata la censura dell’avv. Romeo, riguardante cioè la funzione di GIP e quella di Giudice del TdL., tuttavia la portata applicativa delle incompatibilità delineate dall’art. 34, comma II c.p.p. è stata oggetto di numerosi interventi additivi della Corte Costituzionale, soprattutto nei primi anni dall’entrata in vigore del codice Vassalli, il cui dictum non può continuare ad essere ignorato nel pianeta Giustizia, dive la vita degli “altri” sembra non avere il sacro rispetto che invece merita, sempre e comunque.
    In estrema sintesi: le decisioni della Consulta hanno individuato una serie di ulteriori ipotesi di incompatibilità, in buona parte riconducibili a provvedimenti adottati dal giudice per le indagini preliminari, ritenuti “pregiudicanti” – non solo in relazione a giudizio dibattimentale ma anche alla definizione del procedimento con i riti alternativi – perché connotati da una significativa pregnanza contenutistica e non meramente formale della valutazione operata (basti qui richiamare le sentenze concernenti il rigetto dell’istanza di patteggiamento, l’ordine di formulazione dell’imputazione coatta, il rigetto del provvedimento di oblazione per la diversità del fatto, l’applicazione di misure personali).
    In particolare, il Giudice delle Leggi ha avuto l’occasione di pronunciarsi su una fattispecie del tutto analoga e speculare di incompatibilità tra funzione di Giudice per l’udienza preliminare e Giudice del TdL, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 34, comma II c.p.p. nella parte in cui non prevede, nel processo penale a carico di minorenni, l’incompatibilità alla funzione di giudice dell’udienza preliminare del giudice che come componente del tribunale del riesame si sia pronunciato sull’ordinanza che dispone una misura cautelare personale nei confronti dell’indagato o dell’imputato (Corte Cost., sent. 18/7/1998, n. 290).
    La ratio di siffatta pronuncia risiede nel principio del “giusto processo” (art. 111 Cost.), il che comporta “l’esigenza di escludere che uno stesso giudice-persona fisica possa pronunciarsi, nel medesimo procedimento e nei confronti dello stesso imputato, sia in sede cautelare personale sia in sede di giudizio conclusivo sul merito dell’imputazione”.
    In particolare, sostiene la Corte “la sostanziale duplicazione di attività decisionali del medesimo o di analogo carattere che verrebbe in tali casi a verificarsi costituirebbe infatti ragione di pregiudizio “effettivo o potenziale per la funzione decisoria del giudice”.
    “Nel rapporto tra valutazione sull’assunzione di misure cautelari personali e valutazioni sul merito della contestazione si è così riconosciuta una sostanziale sovrapposizione quanto ai rispettivi ambiti e contenuti. Si è pertanto estesa anche a tale relazione tra attività processuali la garanzia dell’imparzialità cui è rivolta la norma dell’art. 34 comma II c.p.p.”.
    La conclusione cui giunge la Corte non appare affatto distante da quanto si sta verificando una volta di più  nel caso dell’avv. Carlo Maria Romeo: la Presidente del TdL oggi sarebbe nuovamente chiamata a pronunciarsi in via cautelare dopo avere già in precedenza svolto funzioni di merito nel procedimento penale nei confronti del penalista, allorché rivestiva il ruolo di GIP che aveva autorizzato la proroga delle operazioni di intercettazione.
    Nulla quaestio circa la pregnanza contenutistica della delibazione del GIP che abbia autorizzato la proroga delle operazioni di intercettazione, ma, sul punto, la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo recentemente di rilevare che “il gip che autorizza l’intercettazione, o la proroga dell’attività captativa, non si limita ad un intervento di natura formale o comunque estraneo all’oggetto dell’imputazione n si limita a conoscere il contenuto degli atti procedimentali acquisiti a sostegno di un’ipotesi accusatori: egli è tenuto ad una delibazione delle risultanze allegate a sostegno della richiesta, in funzione squisitamente valutativa della configurabilità, su quelle basi, di gravi (o sufficienti) indizi di reato ipotizzati dal Pm richiedente” (Cass. Pen. Sez. II, n. 55231 del 28/11/2018).
    È davvero singolare che nello svolgimento della ordinaria attività giudiziaria non si tenga conto alcuno del fatto che la Consulta, già da tempo, abbia statuito che “i sopra menzionati provvedimenti, siano essi autorizzativi o di proroga delle intercettazioni, implicando giocoforza una valutazione nel merito dell’ipotesi accusatoria, finiscono per minare in radice l’imparzialità del gip, che nelle sue successive valutazioni si troverebbe ad essere condizionato «dalla cosiddetta forza della prevenzione, e cioè da quella naturale tendenza a mantenere un giudizio già espresso o un atteggiamento già assunto in altri momenti decisionali dello stesso procedimento» (Corte Cost., sent. 15/09/1995, n. 432).
    E, dunque, una lettura costituzionalmente orientata della cornice normativa di riferimento è già motivo sufficiente a dar conto della non corretta composizione del Collegio del TdL torinese, in perfetta aderenza con lo stato di diritto formalmente vigente nel Nostro Paese.
    Ad ogni modo, l’avv. Carlo Maria Romeo ha autorizzato i Difensori, all’occorrenza, a sollevare questione relativa all’illegittimità costituzionale dell’art. 34 comma II c.p.p. nella parte in cui non prevede l’incompatibilità alla funzione di Giudice del Riesame del Gip che abbia pronunciato decreto di autorizzazione o proroga delle intercettazioni, per contrasto con gli articoli 3, 24, 25, 27 e 101 della Costituzione.
    È doveroso rimarcare, a beneficio non  del solo cittadino comune, che si tratta di un incidente che determinerebbe la sospensione del procedimento in materia di libertà personale, ma il penalista è intenzionato a sacrificare il proprio interesse processuale per combattere comunque una battaglia di civiltà giuridica che riguarda tutti i cittadini che si ritrovassero privati del bene più prezioso.
    Oggi, in Italia, l’unica certezza che la “Giustizia” sembra poter assicurare è solo quella della custodia cautelare in carcere, applicata  con facilità e leggerezza tali da minare le fondamenta della Democrazia.
    E si tratta di una cosa del tutto diversa dalla certezza della pena a seguito della definizione di un processo realmente giusto, come prevede la Costituzione repubblicana.

    avv. Oreste G. M. Romeo