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    Strage a Quargnento, Vincenti chiede scusa. Mamma Marina: “Non le accetto, hanno infranto un nostro sogno”

    di Grazia Candido – Ha chiesto scusa ieri al primo processo in cui è imputato con la moglie, alle famiglie dei tre vigili del Fuoco uccisi a Quargnento liquidando il male fatto con un semplice: “Prego tutti i giorni per loro”, Gianni Vincenti responsabile della strage avvenuta il 5 Novembre dell’anno scorso e nella quale persero la vita i giovani Antonino Candido, Marco Triches e Matteo Gastaldo. Scuse tardive che non cancellano il dolore di mamme, padri, fratelli, mogli che non potranno rivedere più i loro amati cari e che, per sempre, vivranno con un macigno sul cuore perché quella strage poteva essere evitata.

    Il Pm aveva chiesto 18 anni (12 con l’abbreviato) per entrambi i coniugi Vincenti per i reati di crollo, truffa all’assicurazione, lesioni dei carabinieri e del vigile del fuoco rimasti feriti e per calunnia (per quest’ultimo vi è stata l’assoluzione) ma, alla fine, sono stati condannati a 4 anni di carcere ciascuno oltre al pagamento delle spese processuali. Una pena molto inferiore rispetto a quella richiesta dalla Procura, sei anni diventati quattro per la scelta del rito abbreviato e che non appaga per nulla la forte “sete di giustizia” che rivendicano tutti i parenti delle vittime. Gianni Vincenti e la moglie Antonella Patrucco torneranno in Tribunale l’11 Settembre per rispondere di omicidio plurimo doloso aggravato.
    “Non posso sentire quanto dicono, non mi vengano a dire scusa per ciò che accaduto o non mi vengano a dire che stanno soffrendo – afferma Marina, mamma del vigile del fuoco Nino Candido – Loro non possono neanche immaginare il nostro dolore. Hanno infranto il sogno di mio figlio, la malvagità umana ha ucciso tre giovani uomini che avevano tanto da dare e fare in questa vita. Quattro anni per i reati di crollo, truffa e lesioni sono pochi. Basta pensare ai tre feriti che, ancora oggi, stanno pagando le conseguenze, non solo fisiche, ma anche e, soprattutto, psichiche. Con quale umore e con quale spirito potranno in un futuro riprendere a lavorare? La paura della morte che hanno toccato con mano, sarà la loro compagna di vita”.
    Ogni commento, di fronte alle parole di una mamma che chiede solo giustizia è superfluo perché quando la vita va in pezzi, quando ti tolgono ciò che hai desiderato ardentemente, quando ti privano di quel figlio che hai amato e ami più di ogni cosa al mondo, non c’è una scienza, non ci sono regole scritte, si può solo camminare a tentoni e provare a sopravvivere. Sarebbe bastata una telefonata da parte dei due coniugi e si sarebbe potuta evitare la strage, ma si sono trincerati dietro il silenzio omettendo di dire che la cascina era una polveriera collegata ad un innesco che poteva esplodere da un momento all’altro. Tra qualche mese, si ritornerà in aula e una comunità intera spera che per le famiglie di Antonino, Matteo e Marco arrivi l’attesa pace che, però, richiede quattro condizioni essenziali: verità, giustizia, amore, libertà. E lo sa bene mamma Marina che, oramai da sette mesi, non urla vendetta ma giustizia, una giustizia che deve prendere atto delle cose evidenti che non hanno bisogno di alcuna altra prova.