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    Operazione “Pedigree”, lo Stato c’è: altro duro colpo alla ‘ndrangheta

    di Grazia Candido – Altro duro colpo alle cosche Serraino e Libri inferto dalla Polizia di Stato. Si chiama “Pedigree”, l’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e che ha portato all’esecuzione di 12 ordinanze di custodia cautelare (11 in carcere e una agli arresti domiciliari) emesse nei confronti di presunti elementi di vertice, luogotenenti e affiliati alle cosche della ‘ndrangheta Serraino e Libri operanti nella città di Reggio Calabria, illustrata questa mattina presso la Questura dal Procuratore capo della Repubblica Giovanni Bombardieri, dal questore Maurizio Vallone che sottolinea “l’importante azione delle forze dell’ordine su una cosca dedita in modo particolare alle estorsioni”, dal capo della Squadra Mobile Francesco Rattà e dal vice questore Giuseppe Izzo, responsabile della Sezione Reati contro il Patrimonio e contro la Pubblica Amministrazione.

    Gli arrestati sono accusati di associazione mafiosa e, a vario titolo, di estorsione, intestazione fittizia di beni, danneggiamento, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, illecita concorrenza con violenza o minaccia, incendio, aggravati dalla circostanza del metodo e dell’agevolazione mafiosa.
    “Questa indagine nasce all’indomani dell’arresto di Cortese Maurizio, latitante arrestato nel 2017 per associazione mafiosa e altri reati patrimoniali collegati all’appartenenza con la cosca di ‘ndrangheta e, in quella occasione, sono stati rinvenuti dei “pizzini”, delle missive che ci hanno dato maggior conto dello spessore criminale che aveva il Cortese – esordisce il Procuratore Capo – Da questa indagine che si sviluppa in un arco temporale che giunge ai giorni nostri, si registra anche il ruolo centrale di Cortese Maurizio sebbene detenuto. Questo è uno degli aspetti di maggiore interesse che, purtroppo, ancora una volta, ci dà contezza di come dal carcere, molti criminali riescano a comunicare attraverso l’utilizzo di telefoni cellulari. Il Cortese infatti, si era procurato un cellulare all’interno dell’istituto penitenziario e con questo, dava disposizioni criminali sulle operazioni di estorsione che dovevano essere eseguite, come dovevano essere fatte e sull’utilizzo del metodo forte. In alcune intercettazioni dice: “dai una lezione a quattro, cinque e vedrai che andrà tutto bene”. Insomma, una serie di indicazioni criminali riconducibili anche agli attentati del 2019 in città, che danno una chiara lettura”.
    Il Procuratore Bombardieri nell’esaminare le dinamiche criminali traccia “quelle interne della stessa cosca e della figura del Cortese descritto dal collaboratore di giustizia Pino Liuzzo come un soggetto di traino e di vertice dei Serraino”.
    “Dichiarazioni che trovano riscontro pieno nelle conversazioni intercettate in altro procedimento, “Helianthus” contro la cosca Labate, dove uno dei maggiori esponenti di questo clan riferiva al Cortese un rilievo elevatissimo, il numero uno dei Serraino, comanda lui a San Sperato – continua Bombardieri – Il Cortese e altri sodali avevano un ruolo importante nello sviluppo dell’attività estorsiva per quanto riguarda l’apertura di esercizi commerciali nell’aria di San Sperato, Cardeto, Gallina, aree sulle quali vi è un forte interesse da parte della ‘ndrangheta. Abbiamo contezza anche delle pressioni intimidatorie subite da un professionista di quell’aria, un dentista, che anziché rivolgersi allo Stato, chiama Paolo Pitasi chiedendo di risolvere la sua situazione. Il Pitasi si attiva immediatamente, va lui sul posto nonostante abbia alcune patologie e risolve la situazione. Altro dato di questa indagine, è la certificazione dei rapporti del Cortese con le altre consorterie ‘ndranghetiste come i Labate e  la sua autonomia dalla cosca dei Serraino. Sempre in questa indagine, emerge il ruolo di Morabito Domenico visto a San Sperato come un “uomo di rispetto” e c’è un commento della figlia che lo rimarca quando dice: “Quando vedono mio padre, gli baciano le mani”, espressione significativa. Dalle registrazioni emerge anche l’interesse del Morabito a farsi collettore di voti della cosca sua di riferimento ed interloquisce con Domenico Sconti genero di un boss dei Serraino e Nicolò Alessandro in quel momento candidato alle Regionali che gli chiede un supporto suo e alla famiglia. Dopo le interlocuzioni col politico – conclude Bombardieri – il Morabito ha la necessità di un incontro tra il politico stesso e Domenico Sconti. Non abbiamo contezza che l’incontro sia effettivamente avvenuto ma abbiamo materiale sulla fase preparatoria, le conversazioni di Sconti che si dichiara disponibile ad incontrare il Sandro Nicolò e tutte le fasi dell’incontro finalizzato alla raccolta voti per il politico”.
    Si sofferma sul ruolo della moglie di Maurizio Cortese, Stefania Pitasi, “grazie alla quale il marito è riuscito a gestire dal carcere gli affari illeciti della cosca attraverso i colloqui con la stessa e le comunicazioni epistolari con altri affiliati, nonché con l’utilizzo di apparecchi telefonici cellulari introdotti abusivamente all’interno della struttura carceraria”.
    “La Pitasi era il vettore, il veicolo delle disposizioni del Cortese che ha continuato a svolgere le sue funzioni di capo cosca, impartendo direttive dal carcere per eseguire estorsioni, per ordinare danneggiamenti di esercizi commerciali, per imporre la fornitura di beni e per pianificare intestazioni fittizie di attività commerciali – aggiunge il capo della Squadra Mobile, Francesco Rattà – Il core business di questa indagine, delle attività delittuose riconducibili alla cosca Serraino, è quella dell’estorsione. Abbiamo potuto apprendere attraverso le intercettazioni e le dichiarazioni del collaboratore di giustizia come le estorsioni siano lo strumento attraverso il quale la cosca Serraino controlli il territorio esercitando una sorta di “Signoria” perché considera questo territorio “cosa propria”, detta le regole e le disposizioni che devono essere osservate anche da parte del ceto imprenditoriale che viene sottoposto a continue pressioni estorsive”.