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    Aeroporto dello Stretto, la porta dell’inferno

    Riceviamo e pubblichiamo – Quest’anno ho deciso di trascorrere le vacanze in Calabria. Non ero mai stato in questa regione, avevo avuto degli amici che mi invitavano a scoprirla ed ero anche rimasto colpito dallo spot (quello che ha sollevato alcune polemiche) in cui si parlava di “cultura del rispetto del suolo e del distanziamento sociale”.

    Sono arrivato qualche giorno fa all’aeroporto di Reggio con un volo da Roma atterrato alle 14:10 (in anticipo sullo schedulato). Avevo prenotato un alloggio in un paese della costa Ionica, i proprietari mi avevano informato dell’esistenza di un bus che dall’aeroporto mi avrebbe condotto a destinazione. La partenza prevista era per le 16:10. Dopo aver ritirato il bagaglio e uscito dalla zona arrivi, faccio una rapida ricognizione per capire dove poter attendere il bus. In questo periodo è proibito accedere all’aerostazione se non si è muniti di una carta d’imbarco per un volo in partenza, cerco quindi una sistemazione all’esterno. Realizzo, dopo qualche tempo, che non c’è nulla se non una panchina mezza rotta sistemata in pieno sole (la temperatura si aggira intorno ai 30 gradi). Non mi scoraggio e provo a cercare un bar. Google maps me ne indica uno a circa 300 metri. Trascinando il mio bagaglio abbastanza pesante mi incammino. Appena uscito dall’area dell’aeroporto mi ritrovo su strade e marciapiedi molto dissestati e tra cumuli di rifiuti sparsi ovunque in una situazione di incredibile degrado urbano. L’odore dei rifiuti è molto forte anche a causa del caldo. Raggiungo a fatica il bar che purtroppo è chiuso Le strade sono deserte, impossibile chiedere informazioni. Mi affido nuovamente a Google che mi indica un altro bar questa volta a 400 metri. Nuovo slalom tra odori nauseabondi e caldo. Inutile dire che anche il secondo bar è chiuso. Non mi resta che tentare di tornare verso l’aeroporto anche perché, a questo punto, avrei bisogno di trovare una toilette. Poco distante dall’aeroporto ricordo di aver visto un’agenzia di car rental. Arrivato all’agenzia trovo due dipendenti ai quali chiedo se posso cortesemente usare il loro bagno. I signori visibilmente infastiditi rispondono che il bagno è rotto. Chiedo allora se possono indicarmi un bar aperto. Non conoscono bar nella zona (vengono da un altro pianeta?). Un po’ esasperato chiedo se devo noleggiare un’auto per cercare un bagno, la risposta è “ecco bravo, ha capito”, un altro aggiunge ridacchiando che, in alternativa, sarei potuto andare in bagno dietro al palazzo vicino. Mi domando dove l’agenzia assuma il suo personale, davvero un bel modo di rappresentare la compagnia!

    Inizio seriamente a pensare: dove sono finito?

    Provo a tornare in aeroporto per cercare un qualche tipo di aiuto, il problema del bagno inizia a essere serio e, non essendo più un ragazzo (ho superato i 60), la passeggiata sotto il sole con un caldo soffocante mi aveva messo alla prova. Tento quindi di rivolgermi al dipendente che controlla gli accessi in aeroporto. Mostro la mia carta d’imbarco del volo in arrivo, spiego che ho vagato per quasi un chilometro senza trovare un bagno e chiedo se fosse possibile darmi una mano. Il signore, visibilmente fiero della posizione di potere raggiunta, mi fa capire con sufficienza che questo non è un suo problema e che comunque da li non si entra (puntualizzo che non stavo intralciando il suo lavoro, ero l’unico in quel momento a interagire con lui). Ero ormai alla quasi disperazione, mi rivolgo a un taxi, chiedo se può accompagnarmi a un bar nelle vicinanze, la sua risposta è “certamente, il costo della corsa è 12 euro”. Chiedo se viene usato il tassametro, la risposta è che questa è la tariffa da e per l’aeroporto. Andare e tornare sono dunque 24 euro più l’attesa (mi sembra davvero un po’ caro per poter usare una toilette). Mi guardo intorno, la sensazione è di essere finito tra degli avvoltoi pronti a spennare il malcapitato. Sto per cedere a questo ricatto quando arriva il mio bus. L’autista, prima persona cortese che incontro, mi permette di lasciare il bagaglio sul bus e mi indica un bar aperto a circa 10 minuti di distanza nella direzione opposta a dove ero andato in precedenza. Mi incammino, fortunatamente più leggero, ma sempre tra cumuli di rifiuti e strade dissestate e alla fine riesco a trovare il sospirato bar.

    Dopo questa esperienza che ha messo alla prova il mio ottimismo e il mio cercare sempre il buono e il bello che c’è nelle cose, vorrei permettermi di dare qualche consiglio a chi gestisce l’aeroporto e, più in generale a chi si occupa di promuovere il turismo in Calabria. Per iniziare credo sia indispensabile offrire un minimo di servizi all’esterno dell’aerostazione se non per cortesia, almeno per evitare che un turista si allontani: se la gente del luogo accetta quella situazione di degrado, ed è disposta ad urinare all’aperto dietro ai palazzi, per un turista l’impatto è terribilmente negativo.

    Suggerirei poi di far fare un corso di assertività al personale che controlla gli accessi in aeroporto o almeno insegnare loro che esistono frasi come “comprendo il suo problema ma purtroppo non posso farla entrare” oppure “se ha un attimo di pazienza provo a chiedere all’interno se qualcuno conosce un bar aperto”. Per finire, l’ultimo consiglio è di evitare di fare slogan che sbandierano la cultura del rispetto del suolo, quello che ho visto tutto aveva tranne che una forma di cultura in tal senso e la gente non ama essere presa in giro (ho avuto modo di constatare che non solo a Reggio ma su gran parte della costa Ionica la situazione urbanistica è molto degradata).

    40 anni di viaggi in tutto il mondo per lavoro e per diletto (sono un ex membro d’equipaggio di compagnia aerea ora in pensione), mi hanno insegnato a non giudicare i luoghi troppo in fretta. Questo mi ha permesso di scoprire l’altra faccia della Calabria che, per fortuna, ho trovato splendida. Purtroppo sono convinto che molti turisti, di fronte ad una simile esperienza avrebbero acquistato un biglietto per il primo volo in partenza e sarebbero fuggiti senza mai più fare ritorno, raccontando a tutti quello che avevano vissuto e dando così un’immagine sbagliata di questa bellissima terra. 

    Cordialmente

    Francesco Giordano