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    Operazione “Malefix”, Bombardieri: “Per essere liberi non serve pagare la ‘ndrangheta”

    di Grazia Candido – “Anche con questa operazione, evidenziamo la necessità di acquisire alla legalità quella fetta di imprenditoria locale che deve capire che non serve pagare la ‘ndrangheta per essere liberi”.

    Esordisce così il Procuratore della Repubblica Giovanni Bombardieri, questa mattina nella sala della Questura durante la conferenza stampa sull’operazione “Malefix” della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, che ha portato all’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere per i capi storici, elementi di vertice, luogotenenti e affiliati alle potenti cosche della ‘ndrangheta De Stefano-Tegano e Libri operanti in città, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, diverse estorsioni in danno di imprenditori e commercianti, detenzione e porto illegale di armi, aggravati dal metodo e dalla agevolazione mafiosa.
    Un pensiero pienamente condiviso dal Direttore Centrale Anticrimine Francesco Messina, dal Questore Maurizio Vallone che ha evidenziato “la velocità delle indagini svolte in un anno e mezzo” e dal Direttore Centrale Operativo Fausto Lamparelli.
    “Abbiamo registrato una serie di fibrillazioni e tensioni ai vertici di alcune cosche tra le più importanti e di quelle che operano nell’area di Reggio centro, fibrillazioni dovute anche all’aspirazione di autonomia e controllo del territorio al di fuori delle logiche e delle decisioni dei vertici – spiega il Procuratore Bombardieri – Inoltre, abbiamo registrato l’intervento di mediazione da parte di esponenti autorevoli della stessa cosca, mi riferisco ad Alfonso Molinetti che è intervenuto sul fratello Gino rimproverato dai vertici della cosca De Stefano per alcuni suoi atteggiamenti: Gino voleva rendersi autonomo non rispettando le indicazioni dei vertici della cosca stessa e, una volta raggiunto l’accordo, si era disinnescato un ordigno che poteva comportare grossi problemi anche di ordine pubblico”.
    Il Procuratore puntualizza che “persistendo le tensioni, siamo dovuti intervire proprio sui vertici di questa organizzazione registrando una serie di indicazione sui capi e sulle dinamiche criminali che operano a Reggio Calabria in particolare, sulla spartizione dei proventi del pizzo e sulla individuazione di criteri che consentivano alle cosche di poter procedere al controllo del territorio cittadino”.
    “E’ emblematico il fatto che in alcune intercettazioni, imprenditori chiedevano il permesso alla ‘ndrangheta per aprire una attività economica e a tale richiesta gli si rispondeva con la frase “puoi dormire su tre cuscini” e ancora, in una zona particolare di Reggio si diceva “da questo punto a questo punto bisogna intervenire su ogni singola azienda” – continua Bombardieri – Sono questi i segnali allarmanti che ci preoccupano. Il coinvolgimento in questa vicenda di Giorgino De Stefano è emblematico di un modo di sviluppare i rapporti di ‘ndrangheta: Giorgino viene individuato dal fratello Carmine per andare da Alfonso Molinetti e mediare la posizione assunta da Gino Molinetti. Tornando da Reggio, Giorgino si reca da Alfonso per rivendicare una serie di attività in favore della propria cosca e rimostranze dei De Stefano e delle cosche di Reggio Calabria nei confronti di Gino reo di aver aperto una attività economica nei territori di una altra cosca senza avere l’autorizzazione necessaria e vantava pretesti per avere il controllo di parte del territorio reggino in particolare su Gallico. A fronte di questo, Giorgino contesta a Gino Molinetti che anche lui appartiene alla “stessa cosa” ed invita Alfonso a sollecitare i nipoti ad andare a Milano con lui ad aiutarlo “a tenere i rapporti con i cristiani”.
    Insomma, dalle indagini svolte, gli uomini dello Stato hanno ricostruito i vertici apicali delle cosche di ‘ndrangheta ma anche tutto un assetto decisionale che riguarda le sorti della “pax mafiosa” che c’è a Reggio.
    “Parliamo di Carmine De Stefano, Orazio e Giorgino De Stefano, tutti soggetti che svolgono un ruolo di altissimo livello all’interno della propria cosca, di Antonio Libri, Eduardo Mangiola che si interfacciano con esponenti di primo piano della cosca Tegano e dei De Stefano per chiedere un tavolo e stabilire delle regole nuove – conclude Bombardieri – Regole che eviteranno le sovrapposizioni di richieste estorsive sui singoli imprenditori e, allo stesso tempo, regole certe che non faranno perdere credibilità alla ‘ndrangheta e non esaspereranno gli imprenditori inducendoli a denunciare”.
    Parla di “un quadro chiaro delle dinamiche criminali e dell’efficacia del modello investigativo che ha tracciato l’asse Milano – Reggio Calabria” il Direttore Centrale Anticrimine Francesco Messina che si sofferma anche su un “soggetto parte della movida milanese, educato e cresciuto in una certa maniera ed individuato da esponenti di spicco come soggetto capace di esportare un modello mafioso. La frase “venite a dare una mano al Nord che c’è tanto da lavorare” è molto indicativa – continua Messina – Molinetti è un soggetto che ha avviato giovani ad andare sul territorio per fare i suoi interessi e si rivolge proprio a determinati individui che, a Milano, possono fare quello che solitamente fanno in Calabria. Poi, c’è un altro dato riferito alla dimensione di mediazione in cui interviene Alfonso Molinetti, persona in semilibertà che fa il cuoco alla Caritas di Giugliano ed è dentro dinamiche interne reggine: questo soggetto blocca una probabile guerra mafiosa continuando a fare il suo mestiere, lo ‘ndranghetista. Da questa operazione, emerge la necessità di incidere sulla criminalità organizzata che passa su una lucida repressione della Magistratura e delle Forze dell’ordine capaci di affrontare questo fenomeno ‘ndranghetistico molto complesso. Se non passiamo ad una repressione forte con una delocalizzazione locale e nazionale, se non guardiamo alle idee di questi soggetti e se non affrontiamo con le dovute energie e forze la criminalità, non riusciremo a neutralizzare queste strutture. Questa dimensione mafiosa è datata e va affrontata con le forze umane competenti che noi abbiamo”.
    In conclusione, il capo della Squadra Mobile Francesco Rattà nel ricordare che “hanno operato circa 200 uomini della polizia di Stato con il supporto delle Squadre Mobili di Milano, Como, Napoli, Pesaro Urbino, Roma” ribadisce che “dalle attività tecniche è emerso che ciascuna consorteria raccoglieva le estorsioni secondo prassi che non tenevano conto degli accordi in base ai quali i proventi dovevano essere divisi tra le cosche di riferimento sul territorio”.