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    Teatro, quale futuro? Piromalli: “C’è un ritmo, anche nella pazienza”

    di Giusva Branca – In questo tempo sospeso, in questi giorni in bilico tra interesse alla vita e mancanza di una socialità che credevamo inscindibilmente connesse tra loro, mentre non si riesce nemmeno a immaginare un orizzonte di sopravvivenza per le attività culturali e di intrattenimento che, giova ricordarlo, danno da mangiare a molta, moltissima gente,  oltre a rappresentare una via per l’anima, per lo spirito, qualcuno prova a riflettere . Qui e ora.

    Lui è Peppe Piromalli, professione attore e operatore culturale, anima dell’Officina dell’Arte e, da anni, dell’intera stagione teatrale del “Cilea” di Reggio Calabria.

    • Cosa ti manca?
    • Mi manca lo sgranare gli occhi per divorare la bellezza di ciò che accade in scena. Mi manca il calore sulle mani per un applauso che è abbraccio. Mi manca la condizione della comunità teatrale.Mi manca la frenetica attività giornaliera del pensare, organizzare, portare sul palco attori,compagnie,artisti, mi manca lo spettacolo e tutti i suoi derivati. Semplicemente manca il teatro, spazio in cui si partecipa relazione, contatto emotivo, sudore, respiro, gesto, lacrime, fatica, gioia e dolore. Questa è la condizione del teatro, questa è la condizione della vita. Questa è la condizione che il “l’infame silente” ha cancellato.
    • E cosa succederà? A te, se mi consenti a noi, la fantasia, la visione non sono mai mancate…
    • Il teatro non si ferma, almeno ci tenta e lo fa attraverso i media, attraverso i social, dando vita a spettacoli messi a disposizione sui social cercando in qualche modo di ridurre il dolore da “astinenza”
    • Ma cosa sta diventando il teatro? E se, da sempre, il teatro è lo specchio della individualità che si fa collettività, cosa stiamo diventando tutti noi?
    • Bah, cosa vuoi che ti dica, ancora è molto presto per capirlo; di certo in più di mese di chiusura teatri tutto si trasforma: canali, piattaforme private da casa propria…tutto diventa un palcoscenico. Sono tentativi per cercare di non perdere la bella abitudine al teatro, ma più ancora alla passione per il teatro, in qualunque sua forma. Si tratta di una ricerca di normalità che accomuna tanti, una normalità che non sarà più tale.
    • E se in questo “assestamento”, al di là dei disastri economici, perdessimo qualcosa di importante, come la magia del teatro, ad esempio?
    • La pandemia ci sta cambiando, ci cambierà e con noi cambierà anche il concetto di normalità, impegnati a inventarci una nuova normalità che ora corrisponde a godere di un teatro “diverso”,geneticamente trasformato a godere di una nuova scena in cui video e volti che cercano di essere parvenze di nuove intuizioni  sepolti nelle case, nella separatezza dei singoli, nel silenzio delle città, silenzio rotto solo dai comunicati ministeriali, dalle tabelle “funeste” e ahimè anche dai lamenti delle sirene delle autoambulanze che straziano l’aria
    • Si riaprirà, Peppe? E come, quando con chi? E, soprattutto, con quale spirito? Con la fobia delle distanze, dell’altro spettatore, ma il teatro, come tutto ciò che genera aggregazione, è condivisione, compartecipazione…
    • Ciò che “l’infame silente” impone è la separazione, la distanza, il non contatto, l’azzeramento delle relazioni: vietato abbracciarsi, vietato baciarsi, vietato sentire il profumo dell’altro/altra, vietato ritrovarsi, vietato stare insieme, vietata l’ultima carezza al proprio caro che se ne va, vietato lo sguardo amorevole per chi soffre. Per questo il teatro oggi più che mai è rappresentazione della nostra vita quotidiana, è il distillato reale e vero dell’autenticità dello spirito e dell’anima. Chiudere i teatri è stato il primo atto necessario, consapevole, doloroso nei confronti di una tutela della salute dei singoli e dei molti, il primo atto di un dramma che si sta compiendo nelle nostre case, che ha come scenario le strade, le piazze su cui ci affacciamo dai nostri balconi come dai palchi di un teatro all’italiana. Il palcoscenico sotto vetro da un lato mostra la forza della resistenza dell’arte della scena, ma dall’altro anche come la mancanza del suo statuto “originale” lo renda,purtroppo, lontano, inefficace.
    • Mi pare di capire che non credi nella trasformazione – passami il termine – in una sorta di manipolazione genetica del teatro, se non per periodi brevi e contingenti
    • Vedi, il teatro si realizza,si compie in presenza di un attore e uno spettatore che a contatto condividono il racconto possibile di un mondo, condividono la relazione, la loro vicinanza, si annusano, si studiano, si toccano con lo sguardo, percepiscono la temperatura dei loro corpi. Tutto questo non passa nel video, tutto questo non accade nella pur lodevole sfilza di letture sceniche, di spettacoli riproposti in video. Istintivamente la mano si avvicina allo schermo del computer o del tablet per toccare, vuole il contatto fisico, quel contatto fisico, quell’abbraccio, quel bacio, quel respiro che è negato non solo al teatro, ma soprattutto alla nostra quotidianità
    • E poi, anzi prima di poi, c’è da abbandonare la poesia per passare alle più prosaiche e pressanti esigenze concrete: cartelloni da rifare, annullamenti delle date, rimborsi, una nuova stagione da pensare comunque, in qualche modo…
    • Esigenze concrete, dici bene Direttore, adesso le parole e le “poesie” lasciano spazio ai fatti, alle risposte, alla nuova vita che ci aspetta.

    Primo passo per quanto  mi riguarda sarà capire la disponibilità di attori, compagnie e produzioni  teatrali a trovare nuove date utili per poter completare la “vecchia stagione” quindi far usufruire al nostro pubblico di biglietti e abbonamenti già in loro possesso, se questo non si potrà fare per svariate motivazioni toccherà annullare gli spettacoli rimanenti e dare ai “nostri” , come previsto dal decreto del 17 marzo 2020 art. 88, dei voucher di pari valore da poter sfruttare negli spettacoli che cercheremo di allestire per la stagione futura.

    Al momento questo è, tenendo conto che come risulta palese i teatri sono luoghi considerati di “grande assembramento” dove è impossibile mantenere le distanze di sicurezza quindi si andrà verso un’apertura “lontana”nel tempo e comunque quando avverrà si dovrà tenere conto delle distanze in parole povere secondo me in un teatro come il Cilea da 900 posti potranno entrarci non più di 400 persone ben distribuite.

    Bisognerà studiare qualcosa di serio e bisogna che chi ci guida ci dia delle linee guida chiare ben ragionate soprattutto di facile messa in opera.

    Bisognerà, insomma, non relegare i teatri, i cinema la cultura come fanalini di coda di una situazione grave, importante, che coinvolge tutto il mondo e tutti i settori ma che coinvolge anche noi.

     

    • E in tutto ciò l’Officina dell’Arte, come ne uscirà?

    Direttore, non lo so. Io sono un ottimista di natura,un menestrello che ama far ridere la gente, ma sinceramente non so darti una risposta. Sicuramente ne usciremo a stento, malconci e ridimensionati; sicuramente l’aspetto economico sarà predominante e condizionerà le scelte future sia artistiche che umane. Dovranno un po’ tutti ridimensionarsi anche nelle “pretese”; dovranno tutti, grandi e piccini, rendersi conto che ci sveglieremo “nuovi”, “diversi” spero migliori. Una cosa però mi sento di dirla a gran voce e con un gran sorriso: lotterò fino all’ultimo istante per non vanificare questo meraviglioso sogno che è l’Officina dell’Arte.

    • E se tutto ciò fosse un infinito esercizio di non so cosa in realtà, un qualcosa che forgia, che ci cambia, che, in una qualche misura ci fa prendere una forma nuova, come l’acqua che si adatta ai contenitori e cambia forma?
    • Alla fine di questo “viaggio” la parola che più risuona nella mia mente è pazienza. Continuo a pensare che ci sia tutta la vecchiaia per riposare, l’eternità per dormire. Continuo a pensare che rinviare, rallentare è certamente un rischio che l’uomo non si può permettere, tuttavia bisogna avere pazienza.
    • E quanti modi di esercitare la pazienza conosci?
    • C’è un ritmo nella pazienza, specialmente nel teatro, quando si attende un colpo di scena. Accade soprattutto quando sembra che non stia accadendo nulla, quando appare ttutto fermo, mettendo alla prova la pazienza dello spettatore. E’ ciò che sta accadendo in questi giorni, vissuti nell’attesa che finisca la quarantena, che venga scoperto il vaccino o che, comunque,qualcosa cambi…

    Ma dobbiamo portare pazienza, fare di essa un’alleata fedele per poi correre veloce incontro al giorno, prima che sia tardi e solo dopo la fine di questa emergenza sarà possibile contare i morti e i feriti del sistema teatrale.

    • Saranno danni irreversibili?
    • Saranno danni seri, serissimi, ma di certo arriverà il momento in cui le piazze d’Italia e del mondo e le platee dei teatri torneranno a riempirsi ed è li che scopriremo di non essere più gli stessi…