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    Reggio Calabria, viaggio nella comunità georgiana ai tempi del coronavirus

    «Non vedo i miei figli da 9 anni. La lontananza mi fa malissimo ma ho una missione da compiere: garantire loro un futuro». Niniko, 50enne georgiana, ci accoglie con queste parole in una piccola sala di registrazione musicale.

    Fa la badante a Reggio Calabria e negli unici due pomeriggi liberi fa la cantante, componendo musica in italiano, russo e georgiano. «La musica per me è come una terapia», dice. Niniko è un nome d’arte. Canta nel coro di una chiesa cattolica, ed è proprio lì che ha conosciuto Franco, ex operatore di una emittente televisiva reggina e appassionato di musica. È lui che le ha messo a disposizione un appartamento con una piccola sala prove. Al centro della stanza c’è un’asta con un microfono. Ci sono spartiti musicali e testi di canzoni di artisti georgiani e italiani, tra cui Io che amo solo te di Sergio Endrigo. C’è anche una bandiera georgiana che è stata interamente ricamata da lei. «Mi piace il jazz e la musica classica. Anita Rachvelishvili mi trasmette emozioni» , dice riferendosi a una mezzo soprano georgiana che ha debuttato come protagonista nella Carmen di Bizet al Teatro alla Scala di Milano nel 2009.
    Niniko vive a Reggio Calabria dal 2011. Non avrebbe mai immaginato di diventare una badante. In Georgia era un medico con la passione per la musica. Una passione che non ha potuto coltivare a causa della rigidità della famiglia. Una famiglia che le ha tarpato le ali, imponendole una carriera medica. Né avrebbe mai pensato di ritrovarsi a Reggio Calabria. «All’inizio è stata dura. Non conoscevo l’italiano, non sapevo comunicare a lavoro». Ma il rimpianto più grande è quello di non poter vedere crescere i figli. È una donna dal sorriso contagioso. Un sorriso che si spegne quando ci parla del lavoro. «Mi chiamano anche la notte. In passato ho fatto di tutto: tagliavo anche l’erba del giardino della persona che assistevo», racconta. È una professione che richiede grande tenuta psicologica: «Vedo di tutto in casa. Ho a che fare con una signora anziana in carrozzina che pesa 100 chili. Affronto situazioni assurde. Devo pulirla e toglierle il panno quotidianamente».
    Il distacco dalle famiglie è un aspetto ricorrente nelle storie dei cittadini georgiani. «È dal 2015 che sto a Reggio. In 5 anni ho visto i miei figli soltanto due volte» racconta Mtvarisa, badante 48enne che assiste una signora anziana. La incontriamo nella casa in cui lavora. Ci sediamo attorno al tavolo della cucina davanti a un caffè. La lontananza dei figli la rattrista. Vive per loro. L’intero stipendio mensile viene mandato alla famiglia. La signora, originaria di Kutaisi, seconda città più popolosa della Georgia dopo la capitale Tbilisi, ci mostra con orgoglio le foto dei figli e delle sorelle.
    «Spesso siamo trattate come serve», dice. La badante vive chiusa in casa tutto il giorno, si priva di ogni svago. Un lavoro che produce uno stress che è stato chiamato scientificamente “Sindrome Italia”, diagnosticato da due psichiatri di Kiev che hanno individuato sintomi comuni a molte badanti che assistono anziani in Europa. Hanno attacchi di panico, non dormono la notte, la loro esistenza è dedicata all’Italia. Si trovano nelle nostre case ma sono invisibili ai nostri occhi. Una preoccupazione che viene confermata da Giorgi Kipiani, presidente dell’associazione “Georgia in Calabria”. «Il problema grosso è l’aspetto psicologico. La generazione arrivata nei primi anni Duemila è composta da anziane. Una badante 70enne non può avere la stessa forza di prima», spiega.
    Kipiani, 29enne di Kutaisi, è presidente dell’associazione da due anni. È una guida per la comunità georgiana di Reggio. Lo incontriamo in un bar. Gli chiediamo di illustrarci i motivi dell’emigrazione georgiana. Racconta che «negli anni ‘90 in Georgia c’è stato il crack di un istituto bancario, chiamato il “Vello d’oro”, una banca in cui le persone depositavano i risparmi. Si è scoperto in seguito che quei soldi non c’erano più». Nella memoria di Giorgi è ancora vivo quel ricordo. La famiglia ha vissuto quel dramma. La mamma insegnava pianoforte in Georgia: «ha venduto il piano, guadagnando 5 mila dollari. Con quella cifra ha potuto pagare il visto, raggiungendo prima la Turchia e poi la Grecia, facendo ingresso in seguito in Italia, in Calabria», aggiunge. «Nel 2000 è iniziata l’emigrazione dei georgiani a Reggio. Inizialmente arrivavano in Grecia. In seguito hanno iniziato a raggiungere l’Italia», argomenta il ragazzo. «Prima di raggiungere la Grecia le persone dovevano oltrepassare la Turchia. Molti affrontavano il viaggio a piedi tra le montagne. In quei viaggi sono morte tante persone. Se uno di loro non riusciva a completare il viaggio veniva lasciato indietro», racconta.
    Tra i migranti economici c’è anche Nana. «Amo la Georgia. Se stai bene economicamente ti godi la vita. A me è mancato quello», ci dice durante la pausa pranzo. È una barista che si trova a Reggio dal 2011. Ha 33 anni e ha lasciato la Georgia per problemi economici. Prima faceva la badante, assistendo un ragazzo disabile.
    «A Kutaisi sono stata dottoressa per 14 anni. Un medico in Georgia guadagna poco più di 697 lari, circa 200 euro al mese», racconta Niniko nella sala prove. Una storia analoga è quella di Mtvarisa che ha dovuto chiudere un negozio di abbigliamento a Tbilisi per gravi problemi economici. «Sto provando a mettere i soldi da parte per riaprire un negozio nella mia terra», racconta.
    È Giorgi Kipiani a dare ascolto a queste persone. L’associazione “Georgia in Calabria” è un progetto coltivato con cura dal 29enne. La sede è una stanza piccola e disordinata con una scrivania su cui c’è di tutto: libri sulla storia della Georgia, un’opera di Rusthaveli, il “Dante” georgiano, e la dichiarazione di indipendenza del 1991. La Repubblica socialista sovietica georgiana ha fatto parte dell’Unione Sovietica dal 1936 al 1991. Nel 1990, a seguito delle elezioni parlamentari democratiche, è nata la Repubblica di Georgia, e il 9 aprile 1991 è stata dichiarata l’indipendenza dall’Urss. «La generazione di mia madre apprezza ancora il modello sovietico, sostenendo che ci fosse stabilità economica e nessuno era costretto a emigrare, però non avevi la libertà. Noi non dobbiamo essere come i maiali che pensano solo al cibo», dice Giorgi.
    Frequenta il conservatorio di Reggio e sta per completare gli studi di pianoforte. La stanza è circondata da strumenti musicali folkloristici: una zampogna e diversi tamburi. È proprio in questa stanza che si è messo a insegnare italiano ai suoi connazionali. Poi ha avuto la possibilità di insegnarlo in una sala della biblioteca comunale.
    Ci dice che «le persone vengono a Reggio perché anche se conoscono poco la lingua vengono assunte più facilmente. Non vengono chiesti documenti, ci sono procedure più facili rispetto ad altre zone d’Italia». I georgiani decidono di raggiungere Reggio dopo un passaparola. Lo spargersi della voce consente loro, ancor prima di emigrare, di individuare tratti culturali comuni. Reggio e la Georgia condividono lo stesso patrono, San Giorgio, uno dei santi più popolari della chiesa cattolica e ortodossa. La maggioranza dei georgiani è di fede ortodossa. Simbolo della comunità è la chiesa ortodossa di San Paolo dei Greci che si trova in un quartiere difficile della città. È simile a un monastero. La maggioranza dei fedeli è di nazionalità georgiana, dice il protopresbitero Daniele Castrizio. Il legame con la cultura georgiana è forte: «organizziamo corsi di lingua georgiana per i bambini, una volta al mese viene un prete georgiano a dire la messa». La liturgia è in lingua italiana, slava, georgiana e greca. La chiesa è un luogo di culto ma anche di solidarietà: nel 2013 più volte è stata presa di mira dai vandali. «Sono stati proprio i fedeli georgiani con una colletta a raccogliere il denaro necessario per i lavori di ricostruzione», aggiunge il prete.
    Non solo fede. Il legame tra Reggio e la Georgia è anche culinario. In centro città c’è un locale italo-georgiano. Giorgi Kipiani è la nostra guida. Prima di raggiungere il ristorante nella sede dell’associazione il 29enne ci mostra il “kantsi”. È un corno dotato di una fessura che permette di inserirci il vino. Viene usato dal “tamada”, colui che propone i brindisi durante il banchetto (“supra”). Il rito del brindisi è molto sentito dai georgiani. Il “tamada” è un intrattenitore, deve avere capacità dialettica. I brindisi, spiega Giorgi, hanno un tema preciso che varia a seconda dell’evento.
    Nel locale il banconista ci dice che il giovedì e la domenica pomeriggio il ristorante si trasforma in una festa georgiana. Si tratta dei due pomeriggi liberi concessi alle badanti. Anche lui si chiama Giorgi, ha i capelli rossi e ha 27 anni. È a Reggio da poco più di 5 anni e mastica il dialetto. Con noi c’è Levani, aiuto-cuoco e banconista del locale. È a Reggio dal 2009. «Inizialmente mia mamma cucinava qui», dice. Ha raggiunto Reggio perché c’era lei, una delle prime donne ad aver compiuto questa scelta.
    In breve tempo la tavola viene sommersa dai khinkali, ravioli a forma di aglio. «Devi mangiarli con le mani e metterci parecchio pepe», dice Levani. Durante la cena si avvicina spesso il proprietario. «È difficile trovare italiani in questo posto”, è diventato un punto di ritrovo per i georgiani». È il turno del mchadi, pane fatto con farina di mais. Un piatto povero che viene condito con melanzane e noci. Il tutto accompagnato da vino rosso reggino. Poi arriva il khachapuri, una sorta di pizza con formaggio filante. «L’ho inventato io», dice il proprietario: «gli ingredienti usati sono tutti calabresi».

    Scheda: i numeri della comunità georgiana in Calabria
    La regione Calabria, secondo gli ultimi dati Istat, ospita 630 cittadini georgiani, di cui 488 donne. È la provincia di Reggio Calabria a ospitare la maggior parte dei cittadini georgiani. Nell’area metropolitana di Reggio ce ne sono 578. La città reggina è la meta più scelta con un totale di 510 residenti georgiani sui 630 complessivi dell’intera regione.

    Pietro Battaglia