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    La gente è ancora in giro: abbiamo ucciso le parole e non crediamo più a niente. Siamo diventati “incredibili”

    di Giusva Branca – Tanti, troppi anni fa, al giovanissimo cronista che la intervistava per strada, un’anziana signora chiosò in maniera da non ammettere repliche: “jeu non criu a nenti, jeu sugnu una incredibile!!”.

    Il cronista ne rise tanto, ma quella frase, come dimostrano queste righe, sopravvisse a decenni, a cambiamenti epocali, di storia, stili di vita, abitudini.

    E oggi, d’improvviso, quelle parole si svelano – riproponendosi – in tutta la loro dirompente portata.

    “La gente non capisce”, “Le persone non credono alla gravità della situazione” ascoltiamo oggi di continuo.

    E’ facile liquidare la pratica bollando chi se ne strafotte delle misure di contenimento del virus quasi implorate dai medici.

    Certo, si tratta di incoscienti, probabilmente, di ignoranti forse. O forse no, forse ignoranti no, o, comunque, non sempre.

    La verità è che, nel tempo, abbiamo ucciso le parole; la superficialità dei comportamenti di massa è figlia di superficialità nell’uso delle parole che nel tempo è diventata scempio delle parole stesse.

    Prima sul piano lessicale e poi sotto il profilo intrinseco, dei contenuti.

    Sotto questo ultimo aspetto, quello dei contenuti, è ovvio che, dopo mille e mille bugie che ci siamo sentiti raccontare, si cominci a pensare che, tutto sommato, la signora “incredibile” tutti i torti non avesse.

    Ma il primo dato, quello relativo al peso e al significato dei termini, merita di essere approfondito: abbiamo svuotato di contenuto le parole, abbandonandoci a continue iperboli espressive. Una volta c’era serietà nell’uso degli aggettivi, nel definire le situazioni.

    L’esasperazione lessicale tipica del linguaggio giornalistico sportivo – e non va bene manco là – si è espansa al punto da travolgere la comunicazione collettiva, anche pubblica, istituzionale.

    Termini come “morte”, “tragedia”, “disastro” da anni li abbiamo prima sdoganati e poi accolti nelle nostre conversazioni, pubbliche o domestiche. Un titolo di “Libero” non è diverso dalla terminologia usata nelle chat delle mamme o dei compagni di calcetto.

    E giorno dopo giorno le parole, appunto, hanno perso di significato, abbiamo sguazzato nella nostra galoppante ignoranza alimentata da una inimmaginabile superficialità volontaria, intesa come rifiuto di andare a fondo nelle cose, di scacciare ogni pensiero complesso, di rifuggire qualunque analisi articolata rimbrottando “sisi, però, falla corta, non parlare assai, dimmi in tre parole”.

    “Le parole sono importanti”, “Le parole sono pietre”, “Ne uccide più la lingua che la spada” sono diventate solo clausole di stile, citazioni più o meno dotte da tirar fuori come il reperto antichissimo che si mette in mostra quando vengono amici a casa senza aver neppure idea di cosa rappresenti, cosa sia, cosa significhi, da dove provenga, di cosa sia testimonianza.

    E allora, se abbiamo stravolto i concetti, appresso alle parole, lasciando sempre sui livelli massimi il cursore dell’esasperazione dei significati che le parole stesse si portano addosso, perché oggi dovremmo meravigliarci se molti faticano a comprendere che “tragedia” ora vuol dire una cosa molto diversa dal “tragedia” usato quando perde una squadra o una parte politica?

    Perché, ad esempio, per anni, appena la temperatura saliva o scendeva di due gradi, ci siamo lasciati andare al “si muore”.

    No, non si moriva.

    Stavolta si muore.

    Già, la morte.

    Si muore una volta sola e in un solo senso; in tutti gli altri casi, anche quelli in cui la vita ti riserva il peggio, non si muore, c’è sempre un domani, c’è sempre un sole in fondo alla via, c’è sempre un arcobaleno ad attenderci. Se, ovviamente, si ha voglia di bagnarsi, di continuare stremati sotto la pioggia per andare a prenderselo.

    E quando, invece, si muore, davvero, si muore….davvero.

    Perché la morte è finale, è esaustiva, è totalizzante. Tranne Gesù Cristo – comunque non in senso fisico – nessuno ne è mai uscito vivo dalla morte.

    E allora, dopo aver usato i termini ad minchiam, come avrebbe detto il professore Scoglio (morto, appunto…) ora c’è da spiegare a milioni di superficialotti (cresciuti senza chiedersi a cosa servano milioni di vocaboli se poi ne usiamo una manciata) che stavolta non si scherza.

    E spiegare, magari, che quando dicevamo “mi chiudo in casa e non esco più”, “piove sempre, siamo murati dentro”, non era vero, più o meno come la vignetta che circola in rete con la frase rivolta a Mameli “quando nell’inno cantavamo ‘siam pronti alla morte’ non era per davvero”.

    Ora, mettere assieme, riposizionare correttamente la parola “morte” in senso reale, non figurato e il termine letterale di “stare ‘murati’ in casa”, beh, per tanti – mi rendo conto – può essere un esercizio troppo pesante, ma necessario.

    Orbene (congiunzione con valore esortativo o conclusivo e un accento di sentenziosità), cominciamo a farlo.

    Orsù (Interiezione esortativa con valore conclusivo)