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    Autenticità e pregiudizi ne “Le verità di Bakersfield”, con Marina Massironi e Roberto Citran a Polistena

    Nella fede incrollabile nell’autenticità di un’opera d’arte ripone le sue energie e il riscatto dai travagli e dai dolori di una vita, la tenace e volitiva Maude, cinquantenne barista disoccupata e residente da oltre trent’anni in una roulotte. Abbandonata dal marito, sopravvissuta al figlio morto in un incidente, Maude vive sospesa tra una profonda inquietudine e una irrefrenabile leggerezza ed allegria. Interpretata da una straordinaria Marina Massironi, Maude incontra il serioso Lionel, interpretato da un brillante Roberto Citran, per il quale l’unica verità incontrovertibile è quella dell’arte. Per lui nessun brivido ma solo conoscenza e competenza, uniche alleate che salvano dal dubbio e persino dall’errore in cui la falsità induce.

    Lei forte senza saperlo, lui solo convinto di esserlo.

     

    Marina Massironi e Roberto Citran, in questa occasione a Polistena ma già conosciuti dal pubblico calabrese che qualche anno fa li ha applauditi sul palco del teatro Cilea di Reggio Calabria in occasione dello spettacolo “Il solito viaggio”, interpretano Maude e Lionel, i protagonisti di un improbabile incontro al centro della drammaturgia del regista statunitense Stephen Sachs “Le verità di Bakersfield” (titolo originale Bakersfield Mist). Trasposto sul palcoscenico in Italia da Veronica Cruciani, lo spettacolo è andato in scena all’auditorium comunale di Polistena, nell’ambito della rassegna promossa dall’associazione Amici della Musica Nicola Antonio Manfroce di Palmi, presieduta da Antonio Gargano, e cofinanziata nell’ambito dall’avviso pubblico Eventi culturali 2018 della Regione Calabria.

     

    Al centro della narrazione la ricerca di autenticità in un’opera d’arte come nelle persone. Una ricerca che nel dramma di Sachs si dipana nella periferia di una cittadina della California, dove in una roulotte vive Maude e dove in limousine arriva Lionel, l’esperto d’arte newyorkese.

     

    Protagonista del dramma comico, ispirato ad una storia vera, è anche questo quadro ritenuto un originale di Jackson Pollock, che Maude avrebbe comprato da un rigattiere per soli tre dollari e che invece potrebbe valere tra i 50 e i 100 milioni di dollari.

     

    Ritrovatosi con la sua 24ore a correre inseguito da un cane, Lionel raggiunge faticosamente la roulotte ed è subito colto da una sensazione di spaesamento. La spontaneità dei modi e il lessico colorito e non sempre raffinato di Maude inizialmente aumentano le distanze. Così, sotto la luce intermittente e rumorosa di un traliccio e sotto un cielo che cambia colore, luoghi ruvidi ma pieni di vitalità partecipano alla storia e lo spaesamento di Lionel diventa impazienza di espletare il compito e ritornare subito nella sua agiatezza e sicurezza. La presunta forza di Lionel si scopre debolezza, proprio accanto a Maude che invece è forte davvero.

     

    “Lionel si accorge tardi della sua fragilità, vittima del pregiudizio nei confronti di Maude di cui non scorge subito la tenacia e l’ostinazione. La scena – ha sottolineato Roberto Citran – è in realtà la vita stessa in cui non spesso non si ammettono i propri limiti, non si riconosce la propria debolezza, simulando forza e fermezza. Il conflitto diviene poi necessario per approdare ad una nuova verità di sé. Il teatro offre la possibilità, replica dopo replica, di capire a fondo il personaggio che si interpreta. Lionel viene scoperto da me mentre è Moude a scoprirlo e a metterlo a nudo sulla scena. Credo che questa sia l’autenticità: avere il coraggio di mettersi a nudo senza infingimenti e condizionamenti”, ha commentato Roberto Citran.

     

     

    Mentre Lionel disquisisce sull’estasi dell’arte e tesse le lodi di Pollock, definendolo il Kerouac della pittura, Maude racconta del suo lavoro perso dopo aver tentato il suicidio e di come le piaccia rovistare dai rigattieri che raccolgono tutto quello che gli altri buttano. Due vite lontane, due mondi distanti da tutti punti di vista si ritrovano vicini ed è qui che accade qualcosa.

     

    La regista Veronica Cruciani, che molto gioca con lo spazio della scena e oltre, affida una particolare forza immaginifica ed evocativa, che è anche potenza narrativa, alla distanza e alla vicinanza tra i personaggi, alle posizioni di Maude, che parla dall’oblo della roulotte o dalle scale, rispetto a Lionel, in ginocchio oppure disteso a terra per osservare il quadro, e viceversa.

     

    “Temi intimi e dolenti scandiscono quest’opera – ha spiegato Marina Massironi – che invita ad una riflessione profonda sulla verità e su chi sia legittimato ad essere creduto. La scrittura di Stephen Sachs è molto efficace poiché coniuga comicità e dramma, smascherando i pregiudizi di cui è intrisa l’attuale società. Maude è una donna molto forte e intelligente che però non ha avuto occasione di prendere l’ascensore sociale che le consentisse di raggiungere quei livelli alti della società in cui si è creduti. Il suo personaggio costituisce una provocazione circa un divario sociale che non solo rende precarie le condizioni di vita, ma classifica le persone anche con riferimento alla credibilità e alla serietà di quanto da loro pensato e detto. La domanda di fronte alla quale ci pone questo dramma comico cerca di indagare se esista qualcuno che detenga la verità e che debba essere creduto più di un altro; sollecita l’ammissione di quanto i pregiudizi di cui la società è imbevuta condizionino questa dialettica quotidiana tra le persone”, ha commentato Marina Massironi.

     

    Quella diversità tra una donna di basso ceto sociale e un uomo di ben altra estrazione, apparentemente privi di altri argomenti di cui discutere se non la contingenza dell’accertamento dell’autenticità del quadro, si assottiglia fino a mutare lo scenario e ad abbattere ogni barriera. Crolla ogni iniziale pregiudizio, come sulla scena viene giù la parete della roulotte che metaforicamente rimuove il velo che condiziona lo sguardo di ogni persona di fronte ad un’altra, ritenuta irrimediabilmente distante solo perché sconosciuta o, ancor peggio, etichettata.

     

    Quella distanza così netta, nel fluire dell’incontro tra Maude e Lionel si sfuma fino a scomparire e quella verità così limpida si rivela invece apparente al punto da essere ribaltata durante la storia. A capovolgerla non sono eventi particolari ma semplicemente l’incontro tra le persone, la fiducia istintiva, le confessioni inattese e la condivisione di grandi dolori che ne discendono. Maude e Lionel, che assumono comportamenti inattesi e compiono gesti inconsulti, vivono esperienze di tale profondità emotiva da annullare qualunque divario, da ritrovarsi anime con un comune alfabeto di emozioni e da trovarsi coinvolti in un viaggio alla scoperte di sé e dell’altro. Dopo quell’incontro, nulla sarà più come prima.

     

    Giunto per osservare a fondo un quadro, Lionel scruta anche l’anima di Maude. “Il quadro non è autentico, ma tu sì”, afferma infatti prima di andare via. Non indietreggia rispetto alla sua granitica verità sulla falsità del quadro, frutto del suo infallibile colpo d’occhio, nonostante la disperazione di Maude che “non vuole i soldi, ma la verità”. Vuole poter credere che almeno quel quadro sia autentico, a dispetto di tutto ciò che nella vita l’ha delusa e tradita.

     

    Pregnante la scena finale in cui, come cullava la foto del figlio mentre a Lionel, non più estraneo e distante, raccontava delle lamiere accartocciate in cui era morto, culla quel quadro che il mondo non vuole riconoscere come autentico, nonostante lei crede che lo sia. La scena diventa essa stessa una tela, di dannunziana ispirazione, in cui gli schizzi di colori sono i giorni di una esistenza piena di tutto, dolore e gioia, in cui verità è in realtà “solo ciò in cui si sceglie di credere”.