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    Reggio Calabria – “La cura” il nuovo libro di di Luigi Manglaviti

    Prendendo un film visto tempo prima al cinema o a casa e traslandone la stessa storia su carta, dunque facendo a meno della magia della visione, della fotografia e della luce, degli effetti speciali, della colonna sonora, dei rumori, insomma di tutto l’armamentario cinematografico… si può ricreare comunque il pathos, si possono far provare le stesse emozioni — e magari di più —, usando solo le parole e le pagine?


    In altre parole, si può dimostrare che anche l’affabulazione scritta ha i suoi effetti speciali e i suoi direttori della fotografia, per esempio con l’uso ingegnoso della punteggiatura e della sintassi?
    (Per inciso, è una sfida che non ha niente a che vedere con le trasposizioni dal libro allo schermo o viceversa, con tutto ciò che questo comporta, polemiche fra puristi comprese —«preferisco il libro», «no, meglio il film del libro»—. Si tratta di altro.)

    È ciò che accade nel nuovo libro “La cura” di Luigi Manglaviti, l’antesignano degli autori italiani che operano al di fuori dell’editoria “ufficiale”.

    Pubblicato in una rarissima data palindroma (02.02.2020) e con l’omaggio nei titoli dei capitoli al cinquantenario dell’album musicale “Ummagumma”, questo libro potrebbe essere definito psico-noir: è un giallo psicologico con forti tinte noir e ambiziose venature da thriller investigativo d’autore, con una cifra stilistica tributaria delle migliori firme (Borges, Bukowski, DeLillo, McCarthy, Montalbán, Mutis, Palahniuk, Pennac, Simenon).

    Il cinema è al centro di tutto, in quest’opera. La permea perfino nei nomi dei personaggi, che echeggiano quelli di inconfondibili star (il sublime divertissment dell’autore: realizzare un “casting” che mette insieme sulla scena Sophia Loren, Humphrey Bogart, Al Pacino, Meryl Streep, Clint Eastwood e altri, e dietro l’obiettivo contemporaneamente Stanley Kubrick, Orson Welles e Martin Scorsese — per una vera casa di produzione sarebbe impossibile).
    “LA CURA”, metà thriller psicologico e metà action-movie, è un noir dalla doppia linea narrativa; è esplicito l’ossequio a un noto gioiello letterario di Agatha Christie, terzo romanzo più venduto di sempre, del quale richiama alla lontana il plot. Il tributo si estende a Hitchcock, al Fincher di Seven, all’estetica di Ai confini della realtà e a certe produzioni di DePalma, ma anche a cineasti del tutto inattesi per il contesto (Tornatore, Truffaut, Bergman). Sconfinando verso i big della letteratura (da Manzoni a Carroll, a T.S. Eliot, a Musil, a Umberto Eco) e della musica (Pink Floyd, Aznavour).

    Dal punto di vista dei contenuti, fra le immagini evocate continuamente nella trama come in un fluire cinematografico, allo scarto fra normale e patologico tipico di tanta letteratura moderna si aggiunge una differenza decisiva, una stuzzicante deviazione narrativa: le proiezioni mentali hanno consistenza “ontologica”, non producono cioè soltanto eccesso di senso o alterazione della realtà circostante ma creano un altro mondo possibile, un universo di corpi, azioni ed eventi che vivono e agiscono nello spazio reale di una mente che trova nello sguardo da macchina da presa (più che da scrivere) dell’autore una originalissima fucina di materia emozionale.

    Le vicende, raccontate da una voce tormentata ma leggera in cui oggettivo e soggettivo, passato e futuro, io e tu e noi e voi e loro si possono fondere a piacere, costituiscono una palude visivo-uditiva dove le moltiplicazioni di personalità/maschere non sono più semplici distorsioni corporee ma produzione di nuovi e altri corpi dotati di vita propria. Il cinema — non si sfugge — è ancora la metafora più appropriata: perché se “il cervello è lo schermo”, come diceva Gilles Deleuze, lo schermo è sempre più l’unica cornice di tutto lo spettro del reale, come in fondo a un vicolo cieco.
    Anche il motel che funge da scenario e linea temporale in certi capitoli è purissimo cinema, e dello stesso tipo: dal Bates Motel all’Overlook Hotel, l’esplorazione di universi privati e il moltiplicarsi dell’io nei limiti sorprendentemente sterminati dello stesso continuum sono temi dominanti negli alberghi di celluloide, forse il più celebre luogo chiave e topos narrativo della cultura nordamericana.
    Ed è estremamente filmica la città nei cui dintorni il romanzo è ambientato: Vancouver, capitale del cinema e dello spettacolo.

    In conclusione, ritornando alla domanda-sfida posta all’inizio: è vero che per rovesciare il comune flusso artistico e scrivere un libro basandolo su un film (che peraltro si ricorda appena) si debba per forza fare a meno della “magia della visione, della fotografia, degli effetti speciali”? La risposta è un No secco. Normalmente aduso alle innovazioni del raccontare, lo scrittore qui sembra disporre, oltre che degli strumenti più o meno classici del narratore — parole, sintassi, stile, addirittura quattro diversi modi di costruire i dialoghi —, anche di un armamentario supplementare che comprende binocoli, telescopi e microscopi. (Una traccia? È nell’incipit dei Promessi Sposi.) Ma queste tecniche non si possono descrivere: bisogna leggere, per capire a cosa ci si riferisce.

    LUIGI MANGLAVITI (classe 1963), pubblicitario e scrittore, vive e lavora a Reggio Calabria. Dal 1986 produce romanzi, saggi e racconti. I suoi libri più noti sono il romanzo “L’Uomo Nuovo” (2005, due ristampe) e i saggi “«D’io.» Il Messaggio perduto di Yeshua” (2007, da allora arrivato alla terza edizione) e “Cerco il Figlio” (2011).