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    Polistena (RC) – Luca Jurman nel live al Lss Theater la vera anima del soul

    Prima del ritorno a casa al BlueNote di Milano, c’è Polistena. La rinascita di Luca Jurman fa tappa tra le luci azzurrine dell’inverno irrisolto calabrese. Di Cusano Milanino come Trapattoni, Jurman conserva di quei luoghi l’appartenenza operaia e un certo modo di vivere e fare musica onesto, tutto studio e rigore. Tanto piano, poi la scoperta del canto a diciott’anni.

    Pratica soul fusion, pop, jazz, con uguale coerenza, così come da producer, arrangiatore, vocal coach o solista mette tutto se stesso collaborando con artisti diversissimi come Randy Crawford, Laura Pausini, Alejandro Sanz, Eros Ramazzotti. Sul palco di quel piccolo gioiello tecnologico che è l’LSS Theater, l’artista sente l’emozione del ritorno e la timidezza del pubblico. E risponde con coraggio, iniziando con un piano solo, prima di farsi raggiungere dal resto della Essential Soul Band di stasera: Antonio Di Luise al basso e Glauco Di Sabatino alla batteria, compagni di un viaggio filologico nella vocalità americana. Le luci rosso fuoco contrastano la dolcezza dell’interpretazione che Jurman fa del John Legend di All of me. Note che si fanno strada nel silenzio dell’abitudine con una scandalosa bellezza. E nella luce bianca prende forma il trio, in un repertorio che si annuncia subito ricercato, con lo smooth jazz del Buckshot Le Fonque di Another Day. Qui vocalizzi e electric piano trasmettono alcune ruvidezze. Affiora, nei pezzi scelti da Jurman, e nel dialogo cercato tra tastiere e basso, la ricerca delle proprie radici di interprete e di quelle comuni a chi fa musica vera. Parla di “Un giro tra gli anni della soul music”, Luca, “cresciuto con lo spettro musicale di Ray Charles”, visto dal vivo a Milano tanti anni fa. Poi c’è Stevie Wonder. E gli Earth Wind & Fire, sul percorso, con Can’t hide love, Jurman apre a sincopato e note alte sfidando anche i postumi di una fastidiosa influenza. Li chiama innamoramenti degli anni Settanta e Ottanta, i tempi irripetibili di Motown e Black Power, Jurman, poco prima di interpretare il Marvin Gaye vellutato e complice di Sexual Healing. “Questa è la musica che ci piace fare…”, dice, forse rivolto a chi nel pubblico preferisce raccontare via social il concerto, invece di viverlo. In un attimo lo scenario cambia con One hundred Ways, progetto di Quincy Jones che “ha segnato la vita di chi fa musica negli anni Ottanta.” L’artista milanese sceglie di ricordarne l’interprete James Ingram, scomparso troppo presto, in una dedica soul lieve e commossa come un canto d’amore. Jurman canta lo struggente Marvin Gaye antimilitarista di What’s going on e la nascita del funk. La voce è più ariosa, gli applausi sfumano appena prima che prenda forma Let me love you di Mario Wynans, un brano modernissimo che a Jurman piace, in quel passaggio di padre in figlio, da gospel a rhythm ‘n blues. Jurman sperimenta, andando oltre l’originale. Il pubblico apprezza, mentre l’assolo del basso aggiunge energia alla magia di una voce da vero black soulman mai in over con la musica, lasciando tessere nello spazio a tastiere basso e batteria un funky autentico. Se tanta musica è figlia di Stevie Wonder, Jurman tiene a ricordare l’immenso maestro di Wonder, il Donny Hathaway di A song for you, che accenna in una cascata di note al piano, nella modernità blasfema, ai tempi, di un maestro immenso e spesso dimenticato. Ed ecco che Luca canta Wonder, virato in shuffle con You can feel it all over. Vibrazioni ed energia verso il pubblico, contrapposte alla tripla interruzione di battuta, che recupera valore ritmico al silenzio, verso il finale. Voce calda e consapevolezze malinconiche non fanno rimpiangere i fiati, nella verità del suono cantato con gocce di black music che scaverebbero i cuori più induriti della generazione trap. E poi, dedicata a Giuseppe Laruffa, l’anima di Volume APS, arriva Quando. Pino Daniele era emerso più volte in alcune schegge blues, ma ora è diverso: il brano scritto per il film di Massimo Troisi scorre tra lacrime e applausi, moltiplicando l’incompiutezza dei sentimenti di coppia. Una pausa, un drink, si riprende ancora coi brividi addosso. Imagine di Lennon per come la canta Jurman avvolge come un serpente ogni dubbio tra le sue spire soul. È la seconda parte del live, e quindi spazio alla potente malinconia di Sunny di Bobby Hebb: qui l’eleganza iniziale si trasforma in uno scambio di elettricità jazz. Jurman è pronto a ruggire nella sua Milano. E sfida la sorte, vincendo con la tredicesima song. Superstitious di Stevie Wonder, è bruschi cambi di ritmo, energia e grande qualità vocale. Una esecuzione che arriva dal futuro, una ventata di funky freddo e veloce come un blizzard che infine rallenta e si posa al suolo come una foglia jazz. Give me the night di George Benson apre alla funky disco. Un tempo irripetibile, che fa dire amaramente a Jurman: “Questo brano fusion funk funzionò tantissimo in discoteca. Oggi non funzionerebbe molto…” Il pubblico batte le mani a ritmo, ma il finale rarefatto è blues, e riporta al Benson più crepuscolare, di This Masquerade. La voce di Jurman è sole oltre le fitte nebbie fitte del Sud in un crescendo che racconta delusione e rabbia. Senza fronzoli, come è iniziato, il viaggio finisce. Come un pezzo cool jazz. Gli U2 di With or without you una sorpresa: “Strano che una band così abbia scritto un brano così soul!” Le mani viaggiano nel bianco e nero dei tasti, nella trasformazione dolce della ballata rock. Il brano 17, alle prime ore di un giorno 17, scocca dopo i saluti. Glauco Di Sabatino fa ruggire la batteria su As di Stevie Wonder, sciolta come una corsa a Central Park, e poi resa dal trio una piccola opera rock. Viaggio finito, nella sensazione della tenacia di chi sceglie una piccola città del sud per cercare con coraggio lo sguardo del pubblico. Capacità tecniche e vocali di interprete rendono unico Jurman on stage: l’apparente semplicità cela voglia inesauribile di sperimentare e studiare, uscendo da ogni rotta tracciata per scoprire dove va a ripararsi la buona musica in questi tempi gelidi.