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Polistena (RC) – “Cucinar Ramingo” di Bloise incanta il pubblico

La Zona Industriale è alle spalle. Oltre la porta, le luci violette del foyer di LSS Theater raccontano di una serata importante anche ai più distratti. Gli ultimi biglietti staccati, poi sarà sold out; seguirà la cena a The Roof, già esaurita da giorni. Si chiacchiera, si fanno progetti, tra persone venute fin da Cosenza e Tropea per ritrovarsi qui. Sensi 19/20 Live Experience prosegue coerente il cartellone di eventi emozionali, all’insegna di scelte musicali e teatrali prima di tutto materiche.

 

E se Tiziana Francesca Vaccaro aveva portato terra di vita e di morte tenuta e gettata in scena, e la Piccola Compagnia della Magnolia aveva accarezzato, strappato e lasciato volare carte di amori eretici, sarà Giancarlo Bloise nel suo Cucinar Ramingo a donare al pubblico una drammaturgia vaporosa e speziata al calore di grecità e umorismo yiddish. Radici magnogreche e stile piemontese, fanno di questo autore nato cuoco, un geniale narratore di culture. Nel 2012 il Premio Dante Cappelletti ne sancisce l’unicità quanto mai moderna, nella capacità di restituire alla scena quello che solo il teatro può su altri media: operare sui cinque sensi dello spettatore, dopo la costruzione della scena, del racconto, delle pietanze. Gli spettatori stanno ancora occupando i posti, mentre il chiarore di uno spicchio di palco annuncia in un sussurro il cuciniere narratore. Essere raminghi è una condizione quasi mai scelta, ma accettata e fatta propria, da animali, umani e dèi. Giancarlo Bloise lo spiega in piedi, iniziando un cunto che va dall’Odissea di Omero alla Teogonia di Esiodo, tra divinità capricciose e indistinte, create più dagli uomini che dal cielo. Su tutto, il fuoco di Efesto e il cibo: ambrosia per le libagioni, poi capre e vitelli, e le loro carni, le loro viscere, per sacrifici e riti che generano un dialogo surreale e struggente tra un vitello che spera che il verbo d’orzo del crotoniate Pitagora prevalga sulla scelta di sangue e il maghèiros, costretto dal ruolo a uccidere, tagliare e cuocere altre vite. La voce cambia, si libra autentica nel movimento di scena. Tavoli costruiti e ritrasformati in cavalli e barche, in ingredienti e calici estratti, riordinati, riposti e annientati, dopo essere stati narrati e spremuti, come l’arancia gettata in scena. Il pubblico è rapito dal susseguirsi rapido di una brumoise di narrazioni che scivolano dal tagliere alla pentola frammiste a cipolla e sedano. Il profumo arriva alle prime file, così come il rosso vivido dei peperoni, o la polvere arancio della curcuma, piccoli lampi di colore nel bianco della maizena e del sale. La storia d’amicizia e di viaggio proseguita anche dopo la morte del ragazzo arabo è una dolce tristezza sfumata insieme al bianco di Calabria in padella; e già i piatti prendono forma, mentre da Atene si naviga verso la Palestina e poi ancora, oltre il Giordano. In un climax di sorrisi e lieve commozione, Il maiale impuro degli ebrei diviene il divieto di carne al venerdì dei convertiti cristiani, e la genesi logica di un piatto. Il sobbollire rende il pollo ubriaco ingannevole al palato sommerso com’è in un mare di spezie e vino, e dunque aromatico e piccante come pesce fermentato. E neppure il nitore del riso sibarita sgranato tra le cozze sul paiolo di rame è risparmiato. Si contamina con gli ingredienti della narrazione incorporandoli fino a somigliare al biryani di riso e pesce della tradizione mediorientale, che hanno smarrito per strada ogni codice e origine. Utensili e cucina da viaggio si trasformano di continuo, mentre aleggia un gabbiano infelice quasi ucciso dall’amore per la sua navicella sottratta alle insidie mortali di uno scoglio. Coperchi, coltelli e fuoco rubano via, via la scena al racconto. Bloise è un discepolo di Paolo Poli e Roberto De Simone, e in un trasformismo fatto di immaginazione si avvicina alla lezione di Brachetti. Gli dèi, Jahvè, Cristo, Mohammed; l’Olimpo, il Sinai, Nazareth, La Mecca sono ormai accanto ai coraggiosi, come il chiama il cuoco-narratore, che nella definitiva rottura di scena sono saliti sul palco illuminato a giorno, per una composta e irripetibile orgia di gusto, dove ogni distanza è abbattuta. Di stasera, di tutta questa arte, restano i profumi. Ma il più persistente, mentre Stati Uniti e Iran minacciano morte a se stessi e al mondo, è l’aroma iridescente di amicizia e pace tra i popoli, Ne è simbolo l’umile hummùs di ceci, comune a Smirne come a Beirut, ad Haifa come ad Aleppo.