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    Morte Bryant, Manuela Iatì: “Reggio impari esercizio della memoria”

    La tragica scomparsa di Kobe Bryant ha catapultato a Reggio, tra le altre,  le troupes di Sky a caccia dei luoghi e delle memorie di Kobe bambino.

    Manuela Iatì, che ha realizzato questo servizio,  https://video.sky.it/news/cronaca/addio-a-kobe-bryant-il-ricordo-di-reggio-calabria/v571241.vid

    sul suo profilo facebook ha, poi, proposto una lunga riflessione che sottolinea come, ancora una volta, la città in senso lato non abbia saputo tutelare e valorizzare la storia di un’appartenenza che riguarda certamente Kobe, ma anche tanti altri protagonisti.

    Qua il testo integrale della riflessione di Manuela Iatì

    Il “mio” Kobe.

    Ho saputo della morte di #Kobe dall’auricolare. La nostra maratona elettorale stava per iniziare e noi inviati ci stavamo preparando ai live (io da Pizzo calabro, dal comitato di Callipo). I ragazzi mi avevano appena microfonata e, appunto, collegata con lo studio in audio. Sento uno dei colleghi in onda dire “torneremo tra poco sulla notizia del giorno, la morte della stella del basket, Kobe Bryant…”. Gelo. Kobe. Morto. Oggi! Ma come? Oddio! “Ragazzi, è morto Kobe Bryant, non ci posso credere!”, quasi urlo, di getto. Presa dalle regionali, in attesa della lunga notte di lavoro che ci aspettava, non avevo seguito i notiziari nelle ultime ore.
    Mi piazzo davanti alla telecamera, all’orecchio il nostro tg da Milano, mentre la mia mente, e il mio cuore, tornano indietro nel tempo.
    22.30, parte la maratona. In studio c’è anche il nostro direttore. Conduce Fabio Vitale e inizia proprio da lui, dal “piccolo” Kobe, dalla sua morte in elicottero assieme alla figlia campioncina in erba. Che tragedia, mi dico. Uno dei primi ricordi che mi balza in testa è legato alle sue sorelle, una delle quali – “Sha” e qualcosa si chiamava, forse Sharon, penso – appena arrivata a Reggio, era venuta a giocare con noi, nella Leonardo. Avevamo 13, 14 anni e lei forse qualcosa in meno. O in più. Ricordo i suoi capelli con le treccioline attaccate alla testa, che ci sembravano così strane allora, e quanto fosse magra e lunga. Come spesso sono le ragazzine così filiformi, allungate in fretta, era un po’ scoordinata, con le sue braccia sottili e le gambe da gazzella. Non parlava molto, anzi non diceva quasi nulla, io cercavo di essere ospitale e accogliente, le sorridevo e provavo a coinvolgerla anche fuori dal campo, mi faceva tenerezza vederla in disparte, forse solo per timidezza.
    In studio si continua a parlare di Kobe. “Tra poco ci sposteremo sulle elezioni, peraltro c’è tanta Emilia in Kobe Bryant”, sento dire al mio collega. E trasalisco. Ho un leggero moto di rabbia e l’istinto di interromperlo, di chiedere la parola e correggerlo. Perché c’è tanta Emilia in Kobe, sì, ma c’è anche tanta Calabria. Ed è anche una strana coincidenza che proprio oggi si voti in entrambe le regioni… Fabio non me ne voglia, è bravissimo e conosce bene la stima che ho per lui. Ma sicuramente non lo sapeva. Avrà naturalmente letto e riportato le agenzie, che forse non si saranno soffermate sul passato reggino di quello che è poi diventato il più grande campione del basket mondiale. Nell’altra Reggio Kobe ha passato più tempo, in effetti, ma è qui, a Reggio Calabria, che ha vissuto prima ancora che in Emilia, per due anni, imparando i primi fondamentali…
    Arriva il mio turno nel primo giro di collegamenti con gli inviati, dico quel poco che si poteva dire su Callipo a urne ancora aperte e poi cambio argomento. “Mi scuserai se faccio una divagazione, Fabio, e torno un attimo su Kobe. C’è tanta Emilia in lui, hai detto, ma anche tanta Calabria, vorrei ricordare. Il padre Joe ha giocato a Reggio, nella Viola, negli anni della gloriosa Viola e noi tutti ricordiamo il piccolo Kobe sui nostri campi. Io stessa da ex cestista palleggiavo con lui, gli volevamo tutti bene, quindi vorrei mandare un saluto a Kobe anche da qui, a nome dei calabresi” (di quelli cioè che non hanno voce), dico più o meno al mio microfono. Da calabrese che, nella sua orgogliosa e irrefrenabile (e forse, per certi versi, a volte imperdonabile) calabresità, rivendica un piccolo ruolo nella crescita di questo meraviglioso campione, ma soprattutto rivendica un legame e trasporto sincero per lui.
    Kobe è anche “mio”. Dei miei sogni di ragazza, delle mie risate, delle mie lacrime, della mia vita di allora.
    E’ di don Paolino, il vecchio e indimenticato custode del Botteghelle, che gli insegnava il dialetto, perché solo in dialetto (gli) parlava, dicendogli “veni ‘cca, piccolo strunzu niru!”, che – a chi non capisce e non sa – può sembrare un’ingiuria (per di più razzista), ma – per chi sa e conosce – era un modo di chiamarlo estremamente familiare e pieno zeppo di affetto.
    E’ di noi allora giovanissimi e giovanissime giocatori e giocatrici di basket, tantissimi, che ce lo trovavamo ogni tanto tra i piedi, sui campi, a palleggiare con noi, e che lo sfottevamo chiamandolo “fagiolo”, perché “Bean” era il suo secondo nome e ci faceva tanto ridere.
    E’ del caro Rocco Romeo, che lo ha allenato, anzi istruito, in quei due anni in città, i primi veri anni di apprendimento della pallacanestro, ancora prima di Pistoia, ancora prima di Reggio Emilia. Che gli ha dato per primo le prime nozioni dei fondamentali e del gioco di squadra, e che – allora ventitreenne – aveva creato con lui un legame speciale, tanto da non riuscire a trattenere i singhiozzi davanti alla telecamera, oggi, a distanza di così tanto tempo, di fronte a una morte così assurda e ai cari ricordi che delicatamente ci regala.
    Kobe è di tutti quelli che la Viola l’amavano e dalla Viola erano riamati e coccolati, che affollavano gli spalti del palazzetto e, tra il primo e il secondo tempo, lo guardavano sorridendo e applaudendo quando andava in campo a tirare a canestro con un pallone più grande di lui.
    E’ di un’intera città, che nella Viola aveva trovato la sua improvvisa piccola oasi di serenità, una sospensione settimanale del tempo e dello spazio, allora insanguinati dalla guerra di mafia e ammorbati da annosi problemi e dalla mancanza di tutto il resto. Una città che, grazie alla Viola, aveva ripreso a credere. Credere in qualcosa. Dando a una grandissima parte dei ragazzi reggini di allora un impegno, una distrazione, un pensiero, uno scopo, una gioia, un collante e un ritrovo.
    Ho cercato, in piccolissima parte, con il mio lavoro, di restituire qualcosa di tutto questo al resto d’Italia. E ringrazio chi ha voluto dedicarmi qualche minuto del suo tempo, nel nome di Kobe.
    Sono grata anche al mio stesso mestiere, e al mio direttore che mi ha dato l’ok, perché, oltre ad avermi concesso la possibilità di farlo, mi ha regalato un tuffo nel passato, con tanta parte di vita vissuta, la prima, quella da “baskettara”, piena zeppa di ricordi e indimenticabili emozioni.
    Mi resta, però, il piccolo moto di rabbia, che anzi è forse meglio definire di rammarico, amarezza e anche commiserazione, e non certo verso il mio collega. Se lui e/o altre testate nazionali non hanno citato Reggio Calabria tra le tappe importanti nella vita di Kobe, probabilmente la colpa è nostra, dei reggini. Che, ancora una volta, hanno perso un’occasione, dimostrando la loro incapacità di far tesoro dei tesori che hanno.
    Non serve solo intitolare spazi a nomi illustri dopo la loro morte. Sì, è importante come segno di affetto e gratitudine e anche come esercizio della memoria, ma non serve se poi quella intitolazione resta solo un momento circoscritto e un nome vuoto su una piazza, una strada, un impianto.
    Bisogna celebrare e ricordarsi delle proprie ricchezze sempre!
    Qualcuno degli amministratori a Reggio ha mai pensato di promuovere la città, per esempio attraverso lo sport (oltre che la cultura, l’archeologia, la storia, su cui mi batto sempre), ricordando appunto ad esempio che qui si è formato il campione dei campioni Kobe Bryant o che, ancora per restare in tema, qui è “nata” cestisticamente l’altra stella di fama mondiale Manu Ginobili? Mi chiedo anzi in quanti, anche tra gli amanti e conoscitori del basket nel resto d’Italia, ricordino il legame di Ginobili con noi…
    I reggini e i calabresi sono incapaci, come sempre, di “vendersi”, coltivando le bellezze che hanno e l’orgoglio nell’averle. E, se non si coltiva la bellezza, quello che cresce, si diffonde e si conosce, tutt’attorno, è solo il resto.