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    Bombardieri: “Lo Stato è pronto a tutelare gli imprenditori sani: devono scegliere se stare con noi o con la CO”

    di Grazia Candido – “Gli imprenditori hanno la possibilità di scegliere, di denunciare per non entrare in un circuito pericoloso di criminalità. Pagare il pizzo significa essere vittima e comporta a lungo andare anche una partecipazione all’attività criminale – tuona il procuratore Giovanni Bombardieri – E’ evidente che oggi, più che mai, gli imprenditori seri e sani non possono che denunciare le pressioni ‘ndranghetiste a cui vengono sottoposti. Lo Stato è pronto a tutelarli, è pronto ad assumersi la responsabilità del controllo del territorio. La Procura c’è e sta facendo quello che deve fare. Le istituzioni centrali sono state sollecitate e sono pronte al forte contrasto alla criminalità organizzata nel territorio di Reggio Calabria”.

    Ricostruiti gli assetti della cosca Labate egemone del quartiere Gebbione e delle attività economiche e commerciali del territorio, un altro importante successo registrato dagli uomini dello Stato che, insieme alla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Reggio Calabria, hanno portato oggi all’esecuzione di 14 ordinanze di custodia cautelare (12 in carcere e 2 ai domiciliari) nei confronti di capi, luogotenenti della cosca Labate conosciuta meglio con il nomignolo “Ti Mangiu”.
    L’operazione “Helianthus” della Polizia, coinvolti circa 100 uomini e donne del Corpo, le cui indagini sono iniziate nel 2012, ha portato a numerosi arresti e perquisizioni nei confronti di esponenti della ‘ndrangheta reggina non solo in città ma anche a Cosenza e a Roma ma soprattutto, ci tiene a ribadirlo il Procuratore Capo “ha consentito di ricostruire gli assetti e le dinamiche criminali del clan Labate, una delle più temibili e potenti articolazioni della ‘ndrangheta unitaria”.
    A ribadire l’importanza dell’operazione odierna che, oltre agli arresti ha portato la messa di sigilli ad alcune aziende nella disponibilità degli appartenenti alla cosca, operanti nel settore alimentare e della distribuzione di carburanti, il cui valore complessivo è di circa un milione di euro, il Questore Maurizio Vallone soddisfatto del “risultato investigativo raggiunto con la cattura di tutti i vertici di questa importante organizzazione criminale, risultato che anche in buona parte è avvenuto grazie alla collaborazione di un gruppo di imprenditori che hanno riconosciuto nello Stato, una garanzia per poter restare su questo territorio e continuare la propria attività in maniera legale e al di fuori dalle grinfie della criminalità organizzata. Lo Stato è stato credibile, loro lo hanno percepito – continua Vallone – e hanno percepito la vicinanza della Squadra Mobile e della Magistratura. Gli imprenditori hanno capito che non potevano più rimanere inerti, omertosi , silenti come invece è successo per tanto tempo qui e dalla dichiarazione di un imprenditore, si è arrivati alla seconda, alla terza, alla quarta, alla quinta e così via. Questa operazione squarcia quel velo di omertà che incombe su questa terra”.
    Il clan Labate faceva sentire pesantemente il suo “potere” sul territorio e chi pensava di opporsi veniva “riportato all’ordine mafioso” con azioni estorsive ed intimidatorie.
    “Una serie di denunce di estorsioni di alcuni imprenditori, ci ha consentito di delineare un quadro esatto e ringrazio la Squadra Mobile per la puntualità della raccolta di elementi indiziari che hanno permesso la svolta nelle indagini avviate nel mese di Maggio 2012 al fine di procedere alla cattura dell’allora latitante Pietro Labate – esordisce il Procuratore Capo – Grazie a molteplici intercettazioni telefoniche, ambientali e sistemi di video sorveglianza nel luglio del 2013, il latitante veniva localizzato ed arrestato dalla Squadra Mobile. Nei mesi successivi, il certosino lavoro dei poliziotti ha permesso la ricostruzione dell’organigramma della cosca Labate, al cui vertice c’era Pietro Labate e alla reggenza del clan durante la sua latitanza il fratello Antonino insieme al cognato Rocco Cassone e alle nuove leve Paolo Labate (classe 1982, figlio di Pietro) e Paolo Labate (classe 1984, figlio di Antonino), supportati ovviamente, da affiliati nel compimento delle azioni delittuose. Questa è una indagine importante che certifica gli interessi dei Labate, una cosca che i collaboratori la definiscono quasi neutrale negli anni della guerra di ‘ndrangheta e che poi, pian piano, ha assunto completamente le attività criminali dell’area del quartiere del Gebbione – continua Bombardieri – Abbiamo tutti gli elementi di questo loro controllo criminale, addirittura, si fa riferimento a qualcuno che è andato a chiedere indicazioni su una attività commerciale o, comunque, ad una via diversa dal quartiere e loro stessi, in una conversazione, dicono “non ci compete”. Diversamente, loro impediscono ad un imprenditore di avviare una pescheria nell’area che ritenevano di loro controllo e gli indicano un territorio diverso lontano dal loro”.
    Il Procuratore Capo ribadisce più volte, “la grande soddisfazione per la denuncia di imprenditori che hanno capito che la scelta non è più limitata a pagare il pizzo e a tacere, cosa che li espone ad una serie di rischi e pericoli, perché pagare il pizzo vuol dire entrare in un gioco criminale che li vede non solamente vittima ma anche, partecipi del riferimento della cosca alla loro azienda”.
    “Ora, hanno la possibilità di denunciare e di ottenere giustizia. Oggi lo Stato c’è, c’è sempre stato ma è ancora più forte e potrà garantire ai soggetti che vogliono denunciare lo svolgimento della loro attività in maniera libera ed aperta. La DDA di Reggio Calabria ha investito gli istituzionali preposti e ringrazio il Prefetto, il Capo della Polizia che hanno risposto immediatamente alle nostre sollecitazioni e che vedranno nei prossimi giorni, interlocuzioni a livello centrale per aprire sulla realtà calabrese, in particolare a Reggio Calabria, una attenzione maggiore per garantire ai cittadini la possibilità di svolgere liberamente le loro attività economiche purché si schierino dalla parte giusta, quella dello Stato”.
    Per quanto riguarda gli imprenditori Berna, “vittime della cosca Labate”, Bombardieri spiega che “sono stati oggetto di gravi contestazioni nel processo “Libro nero” ma in questa operazione, hanno reso dichiarazioni su tutta la sottoposizione a richieste estorsive anche di altre cosche operanti a Reggio Calabria. Proprio le dichiarazioni dei Berna hanno consentito di ricostruire le pressioni estorsive di alcuni imprenditori che non sono oggetto di altre investigazioni della DDA e che hanno confermato le pressioni estorsive subite per anni. Se la ‘ndrangheta è il pericolo principale nell’ambito della criminalità organizzata, lo Stato ha il dovere e lo farà, di assumersi la responsabilità del contrasto serio e concreto a questa forma di criminalità. Il territorio è controllato, è evidente che là dove ci sono spazi aperti, se non vengono occupati dalla società civile, dall’imprenditoria sana rimangono possibili territori di conquista di altre cosche o delle medesime cosche. In questa ottica, è importantissima la denuncia degli imprenditori. E’ un momento importate per Reggio Calabria perché si apre un faro sulla città, sull’economia di questa terra e consente agli imprenditori di fare delle scelte libere, scelte imprenditoriali che sono in linea con la legalità, con lo sviluppo sano. Questa terra non è solo criminalità, ci sono tante associazioni che si impegnano nella lotta contro la criminalità organizzata e ci sono tante iniziative di giovani che non si rassegnano”.
    In conclusione il Capo della Squadra Mobile Francesco Rattà si sofferma sulla “cosca, una articolazione importante della ‘ndrangheta calabrese e questa coniuga il vecchio e il nuovo, il tradizionale e il moderno. Non può fare a meno dei soggetti che sono stati storici di una cosca di ‘ndrangheta come quella dei Labate ma, nello stesso tempo, per poter sopravvivere, affermarsi, la ‘ndrangheta deve cambiare pelle, deve adattarsi ai tempi, ai luoghi – spiega Rattà – La ‘ndrangheta è una organizzazione mutevole, la sua capacità è di rigenerarsi, di adattarsi ai tempi e ai luoghi e opera non solo qui, ma in Italia e all’Estero. Dagli atti fascicolari, Assumma è tra i soggetti più in vista della cosca Labate, uno dei personaggi storici di appartenenza alla cosca ma anche lo stesso Foti Domenico (detto Vecchia Romagna) è da ritenersi un personaggio di pari rango di Orazio Assumma i quali nell’organigramma della cosca, sono dei luogotenenti di Pietro Labate e del reggente, negli anni della latitanza di Pietro Labate, il fratello Antonino Labate. Tutti sono stati colpiti da misure cautelari in carcere ad eccezione di due soggetti di cui anche Labate Antonino che, per motivi di salute, permarrà agli arresti domiciliari in una struttura sanitaria dove già si trovava ricoverato per altre cause”.