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Un alchimista della risata, Gennaro Calabrese manda in delirio il “Cilea”

di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Il tempo, l’esperienza, lo studio, la ricerca del dettaglio gli hanno permesso di diventare un monologhista di “razza”, un attore a tutto tondo capace di tenere la scena per oltre due ore di spettacolo. Gennaro Calabrese non delude, piace e, soprattutto, fa tanto ridere con il suo spettacolo “Un Calabrese a Roma”, per la regia di Antonello Costa e la collaborazione autoriale di Gianluca Irti, evento inserito nel cartellone dell’Officina dell’Arte che, anche ieri sera ha sommerso il teatro “Francesco Cilea” pieno sino al loggione.

Gennaro sorprende ancora una volta il suo pubblico entrando dalla platea con due valige piene di cose utili per chi dal Sud si trasferisce nella città dei sogni, Roma.
Armato solo di un microfono e delle sue tante voci, come gli stand-up comedyan newyorkesi della vecchia scuola, tiene il palco con la maestria dei grandi monologhisti. E lo fa con naturalezza, con una innata disinvoltura che sembra quasi di stare non a teatro, ad una prima nazionale, ma a casa tra amici.
Gennaro Calabrese è questo: è immediato, ma non piatto, accogliente, travolgente, arguto nelle sue battute che sì, fanno ridere, ma ti spronano a riflettere come quando parla della tecnologia, dei telefonini che, oramai, hanno preso possesso delle nostre vite.
Lo show si concentra sulla satira di costume facendo leva sul comune senso dell’umorismo e provoca esplosioni di comicità che non deludono mai. Parte proprio dalla sua terra, prendendo in giro il reggino con i suoi pregi e difetti e mettendo in risalto la “mania di grandezza” e la spasmodica ricerca di essere sempre il migliore.
Gennaro ironizza sui gap della sua terra ma tra le pantomime, mostra un amore sviscerato per la sua città con un modus operandi un po’ sui generis ma tanto divertente. Alle prese con un provino importante, fanno incursione sul led wall tra una imitazione e una canzone, la mamma, il papà e la nonna che, in videochiamata, mostrano preoccupazione per il ragazzo visibilmente sciupato.
Una domanda puntuale e costante da parte delle donne di casa Calabrese: “hai mangiato?” stressa l’attore alle prese con i suoi 70 personaggi come Papa Francesco, Maurizio Costanzo, Antonello Venditti, Caparezza, Lucio Dalla, Albano, Cristiano Malgioglio.
Questo lavoro teatrale è multiforme e variegato, sviscera la nostra quotidianità e ci dona un Calabrese le cui doti canore e recitative vengono qui assodate. Il racconto che ne viene fuori è intriso di nostalgia ed è accompagnato da musiche e canzoni indimenticabili, come “Quanto sei bella Roma” cantata da Sordi, Califano, Bombolo, Venditti.
La bravura di Gennaro Calabrese è nel saper accompagnare lo spettatore contemporaneamente all’interno di due mondi magici: la televisione e il teatro.
Non è facile spiegare il suo umorismo e i suoi ritmi; la sua comicità è ritagliata apposta per la sua persona: affabile, senza filtri, reale, umana.
Con lo showman non servono grandi castelli comici per renderlo simpatico e apprezzabile basta la verve capace di calare lo spettatore esattamente al posto dell’attore e rendere così esilaranti le contraddizioni, le genialità e le assurdità della vita di tutti i giorni.
Non sbagliamo a dire che il nostro Calabrese è un alchimista della risata, abilissimo a trasformare in oro ogni storytelling (l’atto del narrare) che viene portato sul palco.
Il suo non è un personaggio costruito a tavolino, la scelta vincente si rivela nell’umiltà, nell’autoironia, nella pienezza della semplicità di un uomo-artista che riesce sempre a far sorridere passando senza pesantezza da un argomento all’altro, con il suo inconfondibile stile e il suo tono brillante.
Insomma, “Un Calabrese a Roma” come direbbe Alessandro Borghese è uno spettacolo simile ad un buon piatto fatto di sapori e brio e merita sicuramente un bel “DIECI”.