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    Reggio Calabria, Aloisio: “Verso un’idea di città”

    Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone

    Italo Calvino – Città Invisibili

     

    di Claudio Aloisio – È situata al centro esatto del Mediterraneo, una posizione strategica che la rende unica e baricentrica, fondamentale per avviare qualsiasi seria e concreta azione geopolitica di sviluppo economico e culturale in una vastissima area dalle immense potenzialità.

    Ha un clima mite e temperato, 220 chilometri di coste stupende, una storia millenaria ricca di tradizioni affascinanti e possiede tesori archeologici e artistici dal valore inestimabile.

    È tra i pochi territori al mondo che consente, partendo dalla costa, di arrivare in alta montagna in poco più di mezz’ora e, pur trovandosi nella punta dello stivale, è di facile accesso grazie alla presenza dell’aeroporto, del porto, della ferrovia e dell’autostrada.

    È una terra generosa dove crescono frutti preziosi tra cui un vero e proprio tesoro della natura come il bergamotto ed ha una produzione enogastronomica d’eccellenza che esporta in tutto il mondo.

    È, infine, una delle quattordici Città Metropolitane italiane con quel che ne consegue in termini di opportunità e possibilità di sviluppo.

     

    Sembrerebbe la descrizione di un luogo paradisiaco e, in effetti, lo è. Reggio Calabria è tutto questo e tanto altro e sfido chiunque a contestare uno solo dei punti che ho descritto.

     

    Quello che resta da chiederci, quindi, è per quale motivo, oggi, la nostra città è la più povera e nello stesso tempo la più tassata d’Italia, quella con la più alta disoccupazione giovanile d’Europa e con il maggior numero d’inoccupati a livello nazionale. Un territorio con la peggior qualità della vita, un tessuto economico e sociale in dissoluzione, sempre più isolato dal resto del mondo e culla di una delle peggiori e più potenti organizzazioni criminali: la Ndrangheta.

    I negozi chiudono, i giovani, e non solo loro, se ne vanno, la sanità è a pezzi, le infrastrutture insufficienti e mal manutenute, i servizi praticamente inesistenti, il decoro pubblico una chimera.

     

    Reggio Calabria è allo sbando, senza un’idea, che sia una, su quale sia la strada da intraprendere per risalire la china di questo dirupo in cui è precipitata, senza una reale strategia di sviluppo, senza strumenti che gli consentano di pensare a un effettivo percorso di crescita per non restare, come adesso, malamente a galla in balia di un mare in tempesta, con un’imbarcazione inadeguata, piena di falle che non si riesce nemmeno a tappare e che, in maniera sempre più veloce, procede verso il disastro: l’affondamento, il naufragio, il tracollo.

     

    D’altra parte queste descrizioni diametralmente opposte sono le due facce della stessa medaglia. La mia città è sempre stata, da quando posso ricordare, un po’ “dottor Jekyll e mister Hyde”: bella e brutta, ricca e povera, accogliente e inospitale, generosa e avara, diffidente e fiduciosa, acculturata e ignorante. Da sempre ci convivo, ci conviviamo tutti, con queste clamorose contraddizioni all’apparenza inconciliabili che pur coesistono all’interno di una comunità splendida e tormentata.

     

    E tuttavia continuo a credere nella mia terra, nelle potenzialità inespresse che s’intravedono tra i suoi mille contrasti, nelle immense possibilità di sviluppo.

     

    Non basta, però, semplicemente credere per cambiare le cose. Si deve lavorare con costanza e metodo, si deve avere un progetto, una visione, si deve partire dal “qui e adesso” verso orizzonti lontani, tenendo la barra dritta nonostante le avversità, confidando in un programma definito, in una strategia di sviluppo multidisciplinare che, individuando obiettivi a breve, medio e lungo termine, ci fornisca risposte e soluzioni restituendoci al contempo ciò che ci è stato rubato negli ultimi decenni: la fiducia, la speranza, il sentimento di unità, l’orgoglio di sentirci reggini.

     

    Tutto questo può accadere solo se le migliori forze della città decidano di unirsi, al di là di appartenenze politiche, strumentali distinguo e diversità molto meno divisive di quanto conviene far apparire, focalizzandosi su chiari, specifici punti che possano diventare fattor comune per tutti.

     

    Per far questo reputo indispensabile la realizzazione di un patto trasversale tra politica e società civile che porti alla creazione di uno “strumento” concreto, così da convogliare e coinvolgere energie e competenze atte a redigere un piano di sviluppo, realistico e percorribile, che tenga conto di tutte le innumerevoli variabili insite in una tale, ambiziosa operazione.

     

    Altre città, pur trovandosi in situazioni di partenza molto diverse dalla nostra per forza economica e posizione geografica, ma dovendo comunque affrontare problemi dovuti a cambiamenti importanti, addirittura epocali, hanno trovato soluzioni per attraversare indenni queste trasformazioni economiche e sociali e, addirittura, per migliorarsi e rafforzarsi.

     

    Torino, ad esempio, già dal 2000 adottò un Piano Strategico in un momento in cui si percepiva acutamente la crisi dell’industria manifatturiera, volano di sviluppo sino ad allora dell’intero hinterland cittadino. Contestualmente venne creata l’associazione Torino Internazionale costituita da Enti, Istituzioni, organizzazioni economiche, culturali e sociali, pubbliche e private, con il compito di attuare il Piano Strategico stesso.

    I risultati sono sotto gli occhi di tutti: al netto dei problemi che qualunque Comune può avere nella sua gestione, oggi Torino, da città postindustriale in declino si è trasformata in un territorio vivo e vitale che ha diversificato il sistema produttivo e, puntando molto sull’immagine e la promozione, è divenuta una meta turistica attraente, tra le prime dieci città d’Italia più visitate con quasi un milione e mezzo di turisti l’anno.

     

    Perché, quindi, con le dovute differenziazioni, non prendere esempio da chi già ha operato e continua a operare ottenendo risultati concreti e misurabili?

     

    Perché non creare anche a Reggio un’associazione pubblico/privata con il precipuo compito, grazie all’apporto di esperti in vari settori organizzati in tavoli tematici, di stilare, coordinare e monitorare un Piano Strategico, integrando, completando e ampliando quello già esistente, che abbia come orizzonte i prossimi dieci anni eventualmente partendo, implementandolo, da quel Partenariato Economico e Sociale che, pur inserito nello Statuto della Città Metropolitana, viene lasciato languire in un limbo di indifferenza e disinteresse?

     

    C’è assoluto bisogno di uno sforzo collettivo che possa realmente e non solo a parole, quelle troppo spesso utilizzate come vuoti slogan elettorali, portare a una gestione condivisa di scelte, ormai indifferibili e urgenti, per garantire il nostro futuro e quello dei nostri figli.

     

    Possediamo diverse “munizioni” da utilizzare in questa battaglia per la sopravvivenza e la crescita del nostro territorio: siamo una Città di rango metropolitano con tutto ciò che ne consegue in termini opportunità, poteri, rappresentatività, prestigio e risorse economiche disponibili come, ad esempio, il Pon Metro, continuiamo ad essere tra le regioni europee meno sviluppate, agevolati, perciò, nella fruizione dei fondi comunitari e destinatari di interventi dedicati, abbiamo uno strumento come il Decreto Reggio che ci consente una grande flessibilità di azione potendo spaziare in diversi campi.

     

    Disponiamo, quindi, di una buona base di partenza per risorgere e fare diventare Reggio la grande città che ha il diritto di essere, affrontando a viso aperto avversità e ingiustizie che discendono, per larga parte, dall’attuazione di un federalismo monco, trasformatosi nei fatti, anche grazie alla complicità silente dei nostri rappresentanti politici, da cooperativo, come prevede la Carta Costituzionale, a competitivo. Un sistema perverso e iniquo che supporta e sostiene i territori già floridi affossando quelli in difficoltà continuando, di conseguenza, ad ampliare il divario tra il Nord e il Sud dell’Italia.

     

    Sono convinto che non sia più possibile tollerare tali disparità ed è per questo che, oltre a utilizzare al meglio gli strumenti già a nostra disposizione, abbiamo il diritto, oltreché il dovere, di pretendere ulteriori interventi dallo Stato che non siano però “spot”, ma strutturali, così da colmare, in parte, il “gap” che, di fatto, divide l’Italia in due: penso, solo per fare qualche esempio, a un grande piano di rilancio infrastrutturale ma anche alla creazione di Zone Franche estese e adeguatamente finanziate che, oltre ad agevolare gli imprenditori locali, renderebbero appetibili i tanti territori disagiati del meridione, a cominciare dal nostro, a grandi investitori italiani ed esteri.

     

    Sta a noi, a tutti noi, operare in sinergia e concordia per combattere le prevaricazioni e le umiliazioni che la nostra città e la nostra provincia continuano a subire operando, nel segno della crescita economica e sociale, uniti sotto un’unica bandiera: quella della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

     

     

    Presidente Confesercenti Reggio Calabria