• Home / CITTA / Reggio Calabria / Lettera | Oreste Romeo: “Urla del silenzio”
    lettera

    Lettera | Oreste Romeo: “Urla del silenzio”

    Riceviamo e pubblichiamo – di Oreste Romeo* – Carlo Maria Romeo è un noto avvocato penalista di 61 anni, di origini calabresi, sottoposto a custodia cautelare in carcere dal 23 gennaio scorso (Operazione “Geenna” della DDA di Torino) con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa a fronte di vicende risalenti nel tempo (anni 2011 e 2016) rispetto alle quali il professionista si è sempre dichiarato totalmente estraneo.

    Subito dopo l’arresto, eseguito quando il termine di durata delle indagini era scaduto già da ben undici mesi, il professionista si è auto sospeso dall’Ordine di appartenenza; ha pure dismesso l’immobile nel quale esercitava l’attività libero professionale messa in discussione dalle indagini che sono state formalmente chiuse solo lo scorso 29 agosto; ha redatto un manoscritto, durante gli iniziali 45 giorni di isolamento a Verbania, affidandolo allo scrivente che ne è pure fratello e difensore, non solo per prendere le distanze da qualsivoglia contesto criminale, ma, soprattutto, per rivendicare, con ferrea determinazione, educazione, formazione, cultura e storia familiare che lo collocano agli antipodi rispetto a qualsiasi organizzazione criminale.

    La stessa distanza, nello scorso mese di luglio, Carlo Romeo ha ribadito, anche in proiezione futura, con altro manoscritto e con specifico riferimento a taluni soggetti interessati dalla stessa indagine che in passato aveva assistito, rispetto ai quali le investigazioni non hanno messo in luce alcun suo contatto in epoca successiva al verificarsi dei presunti fatti di reato, risalenti, rispettivamente, alla primavera del lontanissimo 2011 ed al non recente anno 2016.

    Ed in ogni caso il penalista reggino si è anche prontamente attivato, nell’ambito del processo, a collaborare con le istituzioni per l’accertamento della verità, formulando richiesta di incidente probatorio finalizzata a sentire il collaboratore di giustizia in contraddittorio, ma tale iniziativa ha solo incontrato singolari motivi di diniego del Gip legati allo stato del procedimento.

    Lasciate da parte le questioni attinenti alla difesa, le sbarre non sono state di ostacolo perché l’avv. Romeo intraprendesse nei fatti un percorso di sostegno, con un contributo mensile, nei limiti consentiti dalla condizione che sta vivendo, all’impegno che una importante realtà associativa torinese, il SERMIG, da decenni profonde anche a favore di giovani segnati dalla piaga della droga.

    L’inopinata esperienza carceraria ha inevitabilmente causato una rilevante perdita di oltre 16 kg di peso, segno palese di un progressivo e preoccupante stress psicologico, ed il luogo di detenzione, una sezione in cui sono collocati anche alcuni collaboratori di giustizia, sono dati oggettivi che non consentono di trasformare un professionista serio e scrupoloso in un individuo socialmente pericoloso.

    Quella dell’avv. Romeo, che in un non remoto passato ha pure consegnato all’Autoritá Giudiziaria la scelta dissociativa operata da taluni suoi assistiti ritenuti esponenti apicali della ndrangheta piemontese, non è solo una vicenda che addolora i suoi ben stimati familiari e quanti lo conoscono ed apprezzano, tantissimi ad onore del vero:

    è destinata, infatti, a stimolare profonde  riflessioni sul grave ed allarmante deficit di Giustizia che comprime sino all’annichilimento diritti primari ed irrinunciabili.

    Si è detto molto nei mesi scorsi sul carrierismo e sull’uso sovrabbondante, disinvolto ed indiscriminato della custodia in carcere, eccessi che sembrerebbero particolarmente esasperati dalla professione esercitata e dalla provenienza geografica: sembra quasi che l’essere “calabresi” sia anche una condizione in grado di trasformare in portatori di chissà quale virus patogeno sul territorio nazionale.

    E, dunque, ci sarebbe tantissimo da dire sulle ragioni, non chiare, di ciò che appare una sorta di applicazione della inammissibile regola dei “due pesi e due misure”.

    Vero è che un avvocato penalista ed i calabresi non sono legibus soluti, ma sarebbe indegno di un Paese civile se l’uno e gli altri fossero giudicati all’insegna del pregiudizio, prerogativa non tra le più virtuose dell’animo umano.

    Risulta di ardua comprensione la ragione per la quale due persone coinvolte nell’indagine che riguarda Romeo, ritenute  anch’esse concorrenti esterni, già da mesi abbiano (giustamente!) potuto lasciare il carcere e lui no!

    Nei fatti è accaduto che uno di quei due coindagati è stato ammesso agli arresti domiciliari dal Tribunale della Libertà  di Torino lo scorso 24 agosto, proprio qualche giorno prima della formale chiusura delle indagini, nonostante allo stesso organo di garanzia si fossero contemporaneamente rivolti proprio quel coindagato e l’avv. Romeo, che avevano entrambi impugnato il diniego del Gip espresso nella stessa data del 22 luglio.

    C’è però da chiedersi se sia normale che il Tribunale della Libertà di Torino abbia fissato per il penalista reggino la relativa udienza di discussione solo a distanza di oltre due mesi dalla presentazione dell’appello, impugnazione della quale ancora non si conosce quale sia la decisione.

    Non si conosce risposta da dare a questo interrogativo, ma tant’è!

    Ed il confronto con le recenti cronache giudiziarie della Calabria, soggetta alla stessa legge  vigente in terra sabauda, alimenta ulteriori perplessità.

    Si è letto, infatti, di soggetti indagati per concorso esterno in associazione mafiosa a piede libero o destinatari di misure cautelari diverse da quella di massimo rigore, e si trattava di soggetti che avevano ricoperto incarichi pubblici o erano dediti all’attività di avvocato penalista, proprio come Carlo Maria Romeo, la cui perdurante detenzione carceraria, al di là della sterili clausole di stile degli addetti ai lavori, non si comprende a questo punto da cosa possa essere giustificata, dato che il professionista ha sin qui dato nel processo segni tangibili di non essere un individuo pericoloso per la comunità.

    Ed in questo quadro a tinte fosche ciò che maggiormente impressiona è il silenzio, in uno al sussiego, dell’Avvocatura, specialmente quella piemontese, autoctona e non, su una vicenda inquietante e drammatica insieme, che, comunque la si guardi, lascia il sapore amaro della rassegnazione mista a subdolo cinismo, l’una e l’altro, segni della resa al dominus di un processo penale sempre più distante da un accettabile e rassicurante standard di umanità.

    *avvocato