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    Reggio Calabria – Il “gladiatore” Battista strega il teatro Cilea con la sua travolgente comicità

    di Grazia Candido (foto di Antonio Sollazzo) – Una musica trionfale e un video proiettato sul videowall che riporta indietro nel tempo, nell’antica Roma, fa da apripista ad uno spettacolo che preannuncia un “combattimento” ma non a colpi di spada ma di risate e il gladiatore è lui, Maurizio Battista che, con il potere della parola, riesce a tenere “inchiodati” alle poltrone gli spettatori per più di due ore.
    La scena è tutta sua e dopo essere stato travolto da un calorosissimo applauso, il comico romano (a lui l’Officina dell’Arte di Peppe Piromalli affida l’apertura della stagione teatrale 2019-2020 e fa bene perché segna il primo meritato tutto esaurito) inizia ad interagire con il suo pubblico come se fosse un incontro tra amici che non si vedono da tempo partendo dal motivo del suo show “Papà perché lo hai fatto” (domanda della sua bimba che gli ha chiesto come mai hai fatto il reality “Grande Fratello” e la risposta è una sorta di metafora che riguarda ognuno noi, vero artefice delle scelte della propria vita) e dell’abbattimento della “quarta parete” a teatro.
    “Ho fatto chiudere questa fossa (il Golfo Mistico o fossa d’orchestra, spazio che separa la platea dal palcoscenico) grande più o meno quanto quelle che abbiamo a Roma perché la gente la devi sentire, la devi odorare, ci devi parlare e, una volta, che vengo a Reggio Calabria che fai, ti stai lontano Km dal pubblico? A sto punto facevo lo spettacolo dall’America ed era uguale – parte subito così Battista scatenando i primi applausi.
    Mentre scorrono video, immagini, ingrandimenti di ciò che Maurizio si trova sulla scrivania posta al centro, con accanto una valigia col tricolore (segno tangibile del suo attaccamento alla Patria), tra ritagli di giornali, la sua pagella della quinta elementare e delle scuole medie, oggetti curiosi, acquistati o ricevuti in regalo e aforismi sulla vita, l’attore fa un’analisi arguta e sottile senza mai togliere però, quel velo prezioso dell’ironia, del saper trovare il lato comico di ogni cosa anche nelle più brutte come la morte.
    Il suo è un racconto spontaneo, semplice ma diretto nel quale ognuno ci si può ritrovare e che affonda su temi come il tasso di mortalità, la separazione dalla seconda moglie, la nascita della figlia Anna e l’ecografia pagata 1.060 euro (“una peste di tre anni, concepita a 58 anni, che corre, corre e non si ferma mai tant’è che ho detto a mia moglie di metterle il Bluetooth”), la perdita del padre che ha “valorizzato solo quando è andato via, prima ci litigavamo sempre ma gli volevo un gran bene”, il pagamento nei negozi con le carte di credito anche per comprare un giornale, i fastidiosi sintomi dell’acufene o l’operazione di fistola.
    E’ uno “free show” nel quale Battista racconta vissuti con un sorriso agrodolce per stemperare gli eccessi e le inutilità del mondo attuale che, spesso, ci costringono a guardarci indietro per ritrovarci.
    La bellezza di questo spettacolo sta nella bravura dell’attore di interagire in continuazione con il pubblico partecipe alla “dissacrazione” delle chat di gruppo di scuola, dei prodotti propinati dalla pubblicità la cui utilità è nulla, del matrimonio, delle donne Highlander, di come si “smaltiscono” oggi i materassi gettati ovunque nelle città, segno tangibile che “siamo ricchi e non poveri perché una volta, mio nonno prima di buttare via un materasso chiamava tutti, parenti ed amici per vedere se ne avevano bisogno. I nostri predecessori erano molto più avanti di noi – postilla Maurizio – loro sì che facevano il vero riciclo. Il mondo cambia, ma diamo un limite alle cose”.
    Ascoltare quei racconti di vita, a volte così assurdi ma decisamente divertenti, dove spiccano momenti unici di condivisione familiare oggi, uccisi dalla vita virtuale e dalla apparenza fittizia, ci fa capire quanto sia importante riappropriarsi della realtà, della normalità di questa esistenza così fugace.
    Ed è proprio sul finale, quando Maurizio dedica una lettera alla sua mamma prematuramente scomparsa e volata in cielo come una colomba bianca nello stesso giorno e nella stessa ora in cui è nata la sua ultima figlia Anna, tra le immagini tenere e buffe della piccola che colora sporcandosi il viso e le mani, Maurizio invita tutti ad “avere cura di sé” con le parole della canzone di Simone Cristicchi.
    Il pubblico è letteralmente stregato da quella geniale bravura di un artista che, involontariamente, (è lui stesso a ribadire che non vuole insegnare niente a nessuno), lascia un messaggio forte: col tempo, abbiamo perso le cose vere della vita, i rapporti familiari, il confronto diretto con l’altro, la purezza dei sentimenti per cadere nelle tentazioni di una società dell’eccesso, del superfluo e dello scarto abbondante.
    A Battista va riconosciuto un grande merito: essere riuscito in una sera, a tirar fuori i paradossi dei giorni nostri facendoci rimpiangere la semplicità di quelli passati, dove il rammarico più forte è di scoprire di essere stati felici senza saperlo.
    Spente le luci, Maurizio scende in platea per condividere l’ultimo sorriso con il suo pubblico: foto, abbracci e autografi documentano ancora una volta, la grandezza di un uomo che è riuscito col tempo, a dimostrare che per un attore, l’umanità si divide in due categorie: lui e gli altri.