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    Falcomatà: “Reggio ha imparato ad alzare la testa, non ci piangiamo più addosso”

    Il discorso del sindaco Giuseppe Falcomatà pronunciato  in occasione della odierna offerta del cero votivo in Cattedrale da parte dell’amministrazione comunale

    Eccellenza reverendissima, Reverendo Capitolo Metropolitano, porgo a voi e al Reverendo Clero di questa Chiesa reggina e bovese l’omaggio filiale della Civica Amministrazione.

    Saluto con animo colmo di gioia la presenza, tra noi, delle eccellenze reverendissime dei Monsignori Milito, Mondello, Renzo, Marcianò e Nunnari.

    Saluto, altresì, la gradita presenza quest’anno dei Monsignori Bertolone, Savino, Di Pietro, Accolla, Bonanno e Oliva.

    La vostra presenza onora la nostra comunità. Una comunità che con immutata fede anche quest’anno va incontro alla Madre, con il cuore colmo di speranza e di aspettative.

     

    Colgo l’occasione, Eccellenza reverendissima, per formularle a nome dell’intera comunità reggina i più sentiti auguri per il suo 50’ anniversario di sacerdozio, anni vissuti – come lei stesso dice – “sempre col Signore accanto”, anni di impegno al servizio della Chiesa, dei giovani, della nostra città. Impegno che noi tutti abbiamo visto e sentito quotidianamente e rispetto al quale non basteranno mai le parole per ringraziarla.

     

    Eccellenza reverendissima, questo è il quinto anno che ho l’onore di consegnare il Cero Votivo come simbolo tangibile della guida richiesta dall’Amministrazione comunale nonché della fede dei reggini, di allora e di adesso. E tuttavia non ci si abitua mai a parlare qui, in questa meravigliosa Cattedrale, ai piedi del venerando quadro della Madonna della consolazione; così come non ci si abitua mai a indossare questa fascia tricolore. Guai se così non fosse. Attenzione a chi si “abitua”, a chi smette di emozionarsi mentre rappresenta la propria comunità, a chi smarrisce la consapevolezza di cosa significhi rappresentare le istituzioni, a chi pensa che un incarico temporaneo sia qualcosa di “proprio”, di “privato”, dimenticando di svolgerlo con disciplina e onore. Attenzione a chi coltiva l’abitudine, in particolare l’abitudine al potere. È un male pericoloso che fa perdere la lucidità, fa perdere di vista il bene comune, fa perdere la voglia di imparare, la capacità di riconoscere i propri errori, di mettersi sempre in discussione.

    Per questo mi piace sentire l’emozione di questa fascia perché mi rammenta il valore delle istituzioni che rappresento e il dovere di servirle con umiltà, ogni giorno.

    Per me è questa l’essenza stessa dell’essere amministratore e Sindaco.

    Spesso si dice che il Sindaco è “Il Primo Cittadino”, in realtà è soprattutto l’ultimo. È colui che deve indicare la via, che si deve accorgere del passo di chi resta indietro, che deve rallentare se necessario ma senza mai fermarsi. E sono i tanti cittadini che incontro per strada che con i loro richiami, le loro critiche e i loro suggerimenti, mi ricordano su quale strada dover continuare a camminare e mi ricordano soprattutto qual è il mio ruolo: e cioè quello di un servitore, di un semplice operaio nella fabbrica in cui si costruisce il loro diritto alla felicità.

     

    E tuttavia, è un momento storico in cui ci si vuole far credere che il potere serva a macinare consenso e che il consenso serva ad aumentare il potere, una sorta di circolo vizioso che nega l’idea stessa della politica. Non mi rassegno, invece, a ciò che mi è stato insegnato e cioè che il compito della politica sia quello di provare ogni giorno a rendere migliore la vita dei cittadini con la consapevolezza che a volte la tua azione potrà incepparsi, ritardare, non riuscire per come l’avevi pensata e che in quel momento ti capiterà di sentirti impotente, amareggiato, stanco, inadatto forse.

    Guidare una città significa anche questo, fare i conti con i propri limiti, che sono i limiti dell’uomo, e nonostante tutto non cercare alibi e assumersi delle responsabilità. Anche quelle che non hai. Non è banale dirlo soprattutto in un momento storico in cui i principi della democrazia e del vivere civile sono stati calpestati e messi a rischio, a volte per ignoranza, a volte per disprezzo.

     

    È pericoloso, altresì, coltivare l’abitudine al sospetto e alla paura dell’altro quando il vero pericolo per le nostre comunità, spesso, viene proprio da noi stessi.

    Quando, infatti, iniziamo a vedere in chi ci sta intorno (un vicino di casa, un imprenditore, un collega) non un possibile alleato ma un ostacolo alla realizzazione dei nostri obiettivi; quando l’idea di collaborare e di incontrarsi, di fare squadra, di percorrere insieme un tratto di strada genera inquietudine, succede che poi ognuno finisca col chiudersi nel proprio orticello, curando solo i propri interessi ed elevando a confine le mura di casa, disinteressandosi di cosa, al di fuori di quei confini, accade.

    Succede quando il sentimento cede il passo al risentimento, quando la paura s’impadronisce della speranza, quando il bene della collettività viene sacrificato sull’altare dei personalismi. È qui che muore la nostra identità, è qui che muore l’idea stessa di comunità.

    Chi fa politica, dunque, si trova di fronte a due strade: la prima, la più semplice, è quella di alimentare quella spinta all’egoismo e trasformare la diffidenza in odio; la seconda, più faticosa, è quella di lavorare con tutte le nostre forze sull’idea di bene comune, che è concetto diverso da “bene del Comune”, l’idea di seguire le regole del vivere civile, quelle per cui la cosa pubblica è di tutti e non di nessuno.

     

    Ci stiamo provando, abbiamo capito che ciò che ci rende più sicuri non sono le mura delle nostre case. Per questo lavoriamo per realizzare nuove piazze, per migliorare l’illuminazione pubblica, per riqualificare i parchi ludici, per aprire asili, palestre, impianti sportivi, perché un campo da calcio in una periferia consente di far nascere una squadra e aggregare i nostri ragazzi intorno ai valori dello sport, del sacrificio, della solidarietà tra di loro. Consente, Eccellenza reverendissima, di coltivare sogni e speranze, di non assuefarsi al brutto, di educarsi alla bellezza.

    Ed è per questo, inoltre, che insistiamo sulla cultura e sugli eventi culturali, convinti che la “sicurezza” sia avere un motivo in più per uscire di casa e incontrarsi negli spazi pubblici, guardarci negli occhi e non attraverso lo schermo di un telefonino, parlarci e non chattare, condividere le nostre esperienze con un sorriso e non con un like, far giocare insieme i nostri bambini, tutti i nostri bambini (!), perché le piazze salvano i nostri ragazzi dalla droga e dall’abbraccio mortale della criminalità organizzata e della ‘ndrangheta.

    Quanto è bella la nostra città in questi giorni di festa, così viva, vivace, attraversata da migliaia di pellegrini che hanno la possibilità di godere a pieno del nostro patrimonio storico unico e inimitabile. Basterebbe questa consapevolezza, Eccellenza reverendissima, basterebbe volerci più bene. O meglio basterebbe mantenere questa consapevolezza e questo spirito di unità per tutto il resto dell’anno.

     

                Unità e identità sono alcuni degli elementi intorno ai quali si è consolidata nei secoli la devozione alla Madonna della Consolazione la cui Vara, patrimonio del popolo reggino, sarà restaurata a fine anno grazie all’impulso dell’Associazione dei Portatori e alla sinergia fra Consiglio Regionale, Città Metropolitana, Comune e Curia.

    Proprio per questo motivo unità e identità sono gli elementi che questa città deve ritrovare intorno ai progetti che la migliorano e la fanno crescere. Abbandonare l’abitudine ad essere tifosi dell’uno o dell’altro; un’idea, un progetto, si giudicano rispetto agli effetti che hanno sul popolo e non in base a chi li propone. È l’idea che nessun uomo è un’isola, che nessuno si salva da solo e che la battaglia per il ripristino ed il mantenimento della legalità è una battaglia che vede tutti dallo stesso lato della barricata perché se raggiungiamo questa consapevolezza e questa certezza la battaglia non solo si può combattere ma si può anche vincere.

    È, dunque, l’idea di comunità e di riconciliazione della comunità stessa sulla quale ancora dobbiamo insistere. La comunità è l’opera pubblica più importante che esista.

    In tal senso, Eccellenza, inquinare l’ambiente, gettare rifiuti per le nostre strade non significa fare un dispetto a qualcuno, significa continuare a infliggere ferite mortali alla nostra comunità, significa fare il male di noi stessi e dei nostri figli. E non può passare tutto dalle multe e dalle telecamere, che comunque aiutano a individuare gli incivili. Non può passare tutto dalla delega in bianco agli altri. È importante che ognuno faccia la propria parte, è importante che qui ognuno di noi di fronte alla Vergine Madre Consolatrice assuma, me per primo, l’impegno ad essere un cittadino migliore e ad aiutare il prossimo a capire il valore del rispetto del nostro ambiente perché è ciò che ci ha donato nostro Signore ed è nostro dovere averne cura e proteggerlo con comportamenti rispettosi.

     

    Cambiare le nostre abitudini non può farci che bene, In parte lo stiamo facendo. Qui l’abitudine è stata per anni quella di piangerci addosso convinti di avere il destino segnato, aspettando che qualcuno da Roma ci indicasse la via. Da molti anni Reggio ha imparato ad alzare la testa, ha ritrovato orgoglio e identità e la consapevolezza di scrivere il proprio destino da sola.

    Abbiamo abbandonato l’abitudine a pianificare lo sviluppo della città nelle stanze del potere e siamo andati nella direzione opposta abbracciando l’idea di una pianificazione partecipata del territorio coinvolgendo i nostri giovani, facendoli parlare e rendendoli protagonisti. Abbiamo abbandonato l’abitudine a non spendere i fondi europei, investendo quelle risorse rinnovare i nostri mezzi pubblici, riqualificare gli spazi pubblici. Abbiamo abbandonato l’abitudine a utilizzare le casse comunali come un bancomat, risanando il bilancio dell’Ente, riorganizzando i servizi, salvando centinaia di posti di lavoro di famiglie reggine e avviando dopo anni concorsi pubblici per i nostri giovani.

     

    Ma c’è ancora tanta strada da fare, c’è ancora un’abitudine che facciamo fatica ad allontanare e cioè l’abitudine a pensare che mantenere l’esistente sia una conquista. Il pericolo è quello di accontentarsi. E noi, Eccellenza, non possiamo accontentarci ad esempio semplicemente di mantenere in vita strutture come l’Hospice, dobbiamo pretendere che vengano valorizzate e migliorate perché c’è una dignità in tutto, anche nella morte. Ecco perché accolgo il suo invito alle istituzioni fatto sabato scorso affinché ognuno faccia la propria parte e affinché ognuno si assuma le proprie responsabilità per quelli che sono i suoi poteri e i suoi doveri. Lo so, è faticoso.

    È faticoso assumersi delle responsabilità, rispettare le regole, abbattere muri, avere fiducia, provare a migliorare insieme. Ma la fatica non è mai sprecata e noi alla fatica siamo abituati.

     

                Eccellenza Reverendissima, con stima e gratitudine La ringrazio per il manifesto amore e la speranza Cristiana che animano il Suo Alto Ministero e, con medesimi sentimenti, rivolgo il cuore e l’animo al Clero reggino.

     

    O Patrona, con l’orgoglio del Primo cittadino, ravvivo la promessa del figlio verso la Madre a continuare a tracciare la strada verso il progresso culturale, economico e sociale della nostra amata città e ti chiedo di stare vicina a tutti i tuoi figli che ogni giorno lottano per una città più giusta, più unita, più libera e che non perda mai la fiducia nel futuro.

     

    Viva Maria, oggi e sempre.

    Avv. Giuseppe Falcomatà

    Sindaco di Reggio Calabria