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A CatonaTeatro, un incredibile viaggio emozionale con “Il mercante di Venezia”

di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – La prigione che tiene chiuso il cuore dell’uomo è la mente, una mente che ricerca, esige, desidera giustizia e non clemenza. All’arena “Neri”, ieri sera, l’incanto de “Il mercante di Venezia”, celebre tragicommedia di Shakespeare inserita nella XXXIV edizione del festival “Catona Teatro”, con un nuovo allestimento firmato da Giancarlo Marinelli e con Mariano Rigillo nel ruolo di Shylock, è un incredibile viaggio emozionale tra i sentimenti in quella Venezia cosmopolita offuscata dalle ombre della discriminazione etnica e religiosa che fa da sfondo ad una storia incrinata dal male, dalla percezione che i rapporti umani siano solo violenza e inganno.

In questa versione ridotta, insieme al possente Rigillo, i bravissimi attori Romina Mondello, dolce e delicata quasi eterea, (nel ruolo di Porzia), Ruben Rigillo (Antonio), Francesco Maccarinelli (Bassanio), Francesca Valtorta (Jessica), Mauro Racanati (Lorenzo), Giulia Pellicciari (Nerissa), una travolgente Cristiana Chinaglia che, con il suo accento veneziano, rende ancora più credibile il personaggio di Job e altri talentuosi giovani di primo livello abilissimi a proporre un adattamento dove nessuna scena è scontata.
L’incipit dello spettacolo mette subito in relazioni temi attuali, volutamente affrontati da Shakespeare, come l’ambiguità della vita, il conflitto tra generazioni, la bellezza che muore e che si riscatta, la vendetta, l’amicizia, la giovinezza che deve fare i conti con le trasformazioni del tempo, il carnevale dell’esistenza, ripresi dal regista Giancarlo Marinelli che ricostruisce sotto un ponte, un arco che sovrasta e sorveglia le avventure di tutti i personaggi ovunque essi si trovino, a Venezia (il luogo del lavoro) o Belmonte (l’isola culla dell’amore) o nell’aula del tribunale.
In scena, spicca per autorevolezza l’attore napoletano Mariano Rigillo bravo a creare, un personaggio di grande umanità, pieno di sfumature, con una recitazione misurata ma intensa e magnetica. Shylock è un uomo avido, uno strozzino incapace di clemenza, un padre che nemmeno di fronte al malessere della figlia Jessica, innamorata di un cristiano, riesce a placare la sua sete di vendetta che aumenta quando scopre il tradimento della propria prole rea di aver rubato i suoi gioielli e ducati.
“I figli sono come le onde quando partono non tornano più” – dice amareggiato Shylock al quale Shakespeare mette in bocca il monologo più famoso, un’invocazione struggente e rabbiosa di umanità dopo aver perso tutto: la figlia, i soldi, la casa.
“Mi ha disprezzato e deriso un milione di volte; ha riso delle mie perdite, ha disprezzato i miei guadagni e deriso la mia nazione. E qual è il motivo? Sono un ebreo. Ma un ebreo non ha occhi? Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendicheremo? Se noi siamo come voi in tutto vi assomiglieremo anche in questo” – urla Shylock guardando Antonio.
Inesorabilmente, emergono due pilastri dell’esistenza: il denaro e l’amore, i due motori principali che muovono le relazioni e le sorti dei personaggi. Ma anche, la capacità di un testo di non restare ancorato all’epoca in cui è stata creato, ma di essere incredibilmente attuale e di plasmarsi di volta in volta al periodo in cui viene presentato, dandoci numerosi spunti per riflettere.
Quella messa in scena ieri sera, è un’opera dall’impronta indelebile che fa emergere le diversità umane, culturali ma soprattutto, tratta temi come la giustizia, la clemenza e i limiti umani.
In quel ballo dove sembra che sia l’amore a vincere si cela la debolezza dell’uomo pronto a rinnegare questo sentimento, a perdere quella felicità che altro non è, che una sazietà dell’anima, un dolce morire.
“Io non sono straniero, io sono veneziano, cittadino di Venezia”.
Io sono voi è la precisazione finale dell’ebreo Shylock per far capire ad ogni spettatore che siamo tutti sulla stessa barca, una gondola che scivola sotto il ponte di Rialto e che il mondo altro non è che un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.