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    Oreste Romeo: “Riforma processo penale? Quando si avrà parità tra accusa e difesa”

    Riceviamo e pubblichiamo – Non si può seriamente parlare di riforma della Giustizia Penale fino a quando non si porranno le basi di una effettiva parità tra l’Accusa e la Difesa.

    E questa parità, in un processo che possa essere definito davvero “giusto”, come è pure scritto nella Costituzione, passa attraverso una semplice norma che già esiste, ma non per tutti gli attori del processo penale.
    L’art. 11 del codice di procedura penale penale, infatti, individua una competenza speciale nel caso in cui una indagine riguardasse un magistrato.
    È una norma di grande civiltà che respinge la giustizia “domestica”, vietando cioè che un magistrato possa essere giudicato dai suoi stessi colleghi operanti nel medesimo distretto.
    Ed allora, se un magistrato non può e non deve essere giudicato dai colleghi con i quali ogni giorno lavora “gomito a gomito”, ben si comprende la sconcertante e lacerante mancanza di una regola analoga per gli Avvocati, i quali rimangono in balia della disciplina ordinaria e dei gravi rischi che la stessa comporta.
    Lì dove fosse interessato personalmente da una indagine, il Difensore continua ad essere giudicato dai suoi quotidiani interlocutori, giudici e pubblici ministeri, rispetto ai quali la legge si ostina inammissibilmente ad escludere, nella valutazione di una sua ipotetica condotta di rilevanza penale, la possibilità, fosse anche solo teorica, di un condizionamento, nel bene o nel male, derivante dall’esercizio di una dignitosa e nobile funzione.
    La drammatica situazione emersa nella vicenda CSM, al netto dei tentativi di tamponarla, è quella di una sfrenata corsa al carrierismo, come ha onestamente riconosciuto uno dei protagonisti che non ha certamente inventato un sistema perverso e degenerato consolidatosi nei decenni.
    Ed è proprio la variegata gamma di sentimenti umani che fornisce l’esatta misura del rischio ambientale in cui da sempre si svolge il ministero del Difensore, purtroppo senza alcuna forma di garanzia.
    Chi si sente di escludere che talvolta il risultato dell’attività professionale di un avvocato possa diventare elemento scatenante della rancorosa rivalsa di chi dovesse registrare una mancata progressione di carriera a causa del successo di un avvocato?
    Perché talvolta si sente parlare di “Avvocati scomodi”, nonostante sia forse più realistico definirli Avvocati insensibili al “politicamente corretto”?
    Non è forse questo panorama di umane debolezze ad avere consentito la contaminazione della categoria forense, in egual misura, da compiacenti vallette e yes men, animati, le une e gli altri, solo dall’obiettivo di godere di “buona reputazione” che però è del tutto antitetica rispetto alla “coscienza di sè” ?
    Ma questi sono solo gli interrogativi che si pone a voce alta un rompicoglioni, destinate a non arrecare disturbo alcuno ai carrieristi della peggiore specie, sempre più intenti a ritagliarsi un ruolo attivo nel consolidamento della ipocrisia ufficiale.

    Oreste Romeo