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    Reggio Calabria – Branciaroli da vita al “miracolo letterario” di Hugo

    di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – “I Miserabili” è un’opera capace di parlare ad ogni epoca, è un testo che appartiene alla storia non solo della letteratura, ma del genere umano. Ieri sera, al teatro “Francesco Cilea” grazie alla Polis Cultura che ha scelto di inserire nel suo cartellone artistico “Le maschere e i volti” un capolavoro di Victor Hugo portato in scena da Franco Però che ne cura la direzione e da un eccellente cast capitanato magistralmente da Franco Branciaroli nei panni di Jean Valjean, si snodano grandi interrogativi dell’esistenza umana ai quali la letteratura non risponde come “che fine ha fatto il bene? Che fine ha fatto il mondo?”. Ma Hugo non si sottrae a questa missione e scrive un testo diventato oggi, un monumento al teatro di parola.

    “I Miserabili è un miracolo letterario, un romanzo scritto da un genio e anche se a molti non piace, è un’opera grandissima. Infatti a teatro, non porti I Miserabili ma una goccia del romanzo di 1400 pagine – ci spiega Branciaroli prima di salire sul palco – Sono 7, 8 scene legate da un filo comune: la legge, l’uomo che crede solo alla legge (l’ispettore Javert) e l’uomo (Jean Valjean) convinto che un atto di bontà se è necessario, si fa anche contro la legge. Il mio personaggio è un criminale che cambia sempre identità, una figura angelico-faustiana. Il ritratto di un’umanità che, forse, deve ancora venire. E’ un uomo burbero, rigoroso e mite ma, soprattutto, profondamente buono. Alla fine, riesce a cambiare completamente il modo di vedere il mondo”.
    La scena si apre con un galeotto appena uscito di prigione e un vescovo, l’uno accanto all’altro in una perfetta antitesi, amplificata dal grigio della scena e dalle luci soffuse.
    Jean Valjean ridotto ai lavori forzati per aver rubato un tozzo di pane, riscatta la sua cattiva sorte con una generosità senza eguali nei confronti di vittime e carnefici e dedica la sua vita all’orfana Cosette per onorare il giuramento fatto a una derelitta sul letto di morte.
    Franco Branciaroli per oltre due ore, tra cambi di scena e altrettanti armoniosi salti temporali, riesce a dare un’anima al personaggio di Hugo, difficile da interpretare ma che con il suo modo di fare stupisce il pubblico per tutto il racconto. Ma la bravura di Branciaroli supera ogni difficoltà e grazie alla sua voce sicura e profonda, riesce ad abbattere le pareti del teatro catapultando ogni spettatore in quel dramma di un uomo che deve riscattarsi con il suo passato.
    Jean Valjean fa parte di quei miserabili ma allo stesso tempo, è un uomo che ce l’ha fatta a redimersi e che vuole uscire fuori da quel “ghetto” sociale in cui viene spesso rinchiuso chi sbaglia.
    Intorno a lui, gli altri personaggi sono protagonisti di temi universali come la dignità, il dolore, la misericordia, la giustizia, la redenzione. Temi che impongono alla società odierna una dovuta riflessione etica.
    Il messaggio che ci lascia Hugo è forte, incisivo, è sicuramente una sfida al nostro senso di decoro.
    Forse, oggi più che del decoro dovremmo occuparci di dignità, del rispetto di questa per ogni essere umano. Perché solo percorrendo la strada della dignità potremo combattere e perché no, eliminare il degrado fisico e spirituale che attanaglia la nostra società.
    E mentre Javert (interpretato da un incisivo Francesco Migliaccio) sentenzia che “E’ molto facile essere buoni, il difficile è essere giusti”, una cieca osservanza alla Giustizia, Jean Valjean ci sprona a fermarci un attimo e pensare: “Ci sono uomini che credono di essere giusti ma non lo sono. Bisogna essere stati dei miserabili per capire questo”.