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    Reggio Calabria – Al Cilea standing ovation per “Il Conte Tacchia” di Montesano

    di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Un successo immortale portato in scena da un protagonista assoluto, perfetto nel ruolo che fa rivivere al teatro “Francesco Cilea” una delle commedie romane più belle, “Il Conte Tacchia”.

    Enrico Montesano torna in riva allo Stretto stregando il pubblico reggino grazie alla Polis Cultura di Lillo Chilà che mette a segno un altro “colpaccio” della stagione artistica “Le maschere e i volti” registrando ieri sera, e si replica questa sera, tutto esaurito (per l’occasione aperto anche il loggione).
    Il mattatore Montesano, regista e co-autore della versione teatrale scritta con Gianni Clementi, a fine spettacolo si fa “abbracciare” da un caloroso applauso e guardando il gremito teatro, si inchina ringraziando il pubblico per “il calore donato”.
    Nei panni di Francesco Puricelli (Checco), detto “il conte Tacchia”, un artigiano che sogna un titolo nobiliare ma che deve scontrarsi da una parte con la decadenza dell’aristocrazia romana e dall’altra con l’incombenza della Guerra, Montesano riesce insieme ad un eccellente cast di attori e ballerini, a creare uno spettacolo comico, romantico, nostalgico.
    Tacchia, soprannominato così perché porta sempre in tasca una “tacchia”, ovvero un punteruolo in legno in grado di fermare sedie e tavoli traballanti, è diviso tra le umili origini e il desiderio di nobiltà, una doppia vita che crea esilaranti gag e continue risate. E’ difficile distogliere lo sguardo dal palco, le coreografie e le scenografie sono mozzafiato e i ballerini danzano sulle note delle musiche originali del maestro Trovajoli.
    Il tutto inizia con un boogie boogie travolgente spalancando una “finestra” sulla Roma del dopo guerra per poi tornare come in un flashback nel 1900. Per oltre due ore, gli spettatori entrano in un’atmosfera magica fatta di canti, colori e allegria.
    La bravura di Montesano è di aver ridato un’anima ad un personaggio schietto ma travagliato, diviso tra l’amore sincero e profondo per la bella popolana Fernanda e il desiderio di ascesa sociale che lo rende a tratti meschino. Sembra davvero di fare un ritorno nel passato dove le lancette dell’orologio si fermano ai ritmi di quelle antiche canzoni romanesche come “’N sai che pacchia” accompagnata da gioiosi battiti di mani in sala.
    E poi, come dimenticare la romantica e delicata scena d’amore tra il Conte Tacchia e la sua amata, con due statue di marmo che, all’improvviso, si animano trasformandosi in angeli coprendo con un velo la malefatta per difendere l’onore del Conte.
    Insomma, “Il Conte Tacchia” è uno spettacolo generoso nei costumi, nelle scene con fondali che salgono e scendono, carri che portano gli oggetti di scena, negli attori, nei contenuti e messaggi che lascia perché “la vera nobiltà, come dice il Principe prima di morire, è quella dell’animo”.
    Una nobiltà d’animo che, forse, oggi, dovremmo tutti ricercare.