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    I “Racconti medicina” di Nando Minnella. Emozioni: antidoto alle nevrosi dell’anima

    di Domenico Grillone – Con il suo nuovo libro, “L’Acchiappasogni e il Cavallo di Wakan Tanka”, (GruppoEditoriale L’Espresso), Nando Minnella, giornalista e scrittore, ancora una volta  ci scuote dal profondo e c’invita a riflettere sulla nostra post-civiltà ipertecnologizzata – con in cima il totem della Rete – “liquefatta” da una feroce crisi epocale e a corto di sogni, ancorché zeppa di tecno-comodità, aspetti ludici, libertà formali, connessioni globali, (dis)informazioni a iosa, consumo di beni a go go e quant’altro.
    Il libro affronta tematiche attuali e complesse care all’autore: la libertà e il potere macro o micro che sia, la falla tra sensorialità-razionalità, dovuta allo scientismo occidentale, il rapporto con la natura, l’ambiente e le culture “altre” – nello specifico quelle dei Indiani d’America, di cui Minnella è conoscitore attento e stimato studioso, avendole vissute in prima persona, e con tanti libri al suo attivo: da Indiani Oggi a Frecce Spezzate, da Pascoli d’Asfalto sulla poesia amerindiana fino a Il Sogno, il Rito e l’Estasi, Le Vie del Peyote ed altri (il suo nome indiano è Wicasa Omani che in Lakota-Sioux significa l’uomo-che-cerca-che-viaggia) –
    Ma queste short story si muovono soprattutto sull’onda delle emozioni e sogni, sull’importanza del loro apprendistato, oggi che non si sogna quasi più distratti dall’idolatria del Web e dal culto quasi isterico della tecnologia.
    “Oggi, come ieri – dice Nando Minnella – solo chi possiede sogni sopravvive all’aridità dei tempi, al fagocitante sistema di turno, scopre chi è, ritrova la sua natura più autentica, la via che ha un cuore… perché solo essi ci possono regalare una grande occasione, unica: diventare quello che abbiamo avuto il coraggio di sognare”.
    Perno su cui si muove l’Acchiappasogni(che vive una rapporto alla pari con il suo mentore), voce narrante e protagonista del primo racconto.
    “Nessun sogno è mai soltanto un sogno. E anche se uno e ignorante non lo sono mai i suoi sogni che osservano muti, invisibili, spesso intangibili nei loro enigma, ingovernabili anche dal bisturi degli psichiatri – commenta il protagonista, il saggio Don Fefè, in un passo del racconto. Talvolta ci strattonano, ci trascinano in capo al mondo, ci lanciano nel cielo dei poeti prima di farci ricadere con un tonfo nella nuda realtà, ma più cresciuti, più rafforzati, meno illusi. E diversi”.
    Non a caso il sogno, nota Minnella, “per il suo carattere trasformativo e ri-creativo, premonitore, e sempre stato al centro della vita di artisti, romanzieri e scienziati, santi (per non parlare della tradizione greca del sogno-terapia, l’incubazione), perché rompeva il loro sguardo convenzionale sulle cose, per incidere sulla realtà, ri-crearla, per individuare vie non battute, linguaggi inesplorati, realtà non ordinarie. Ma anche per accedere al divino, curarsi, rigenerarsi con incessanti rimandi tra vita e sogno e viceversa. Robert Louis Stevenson, ad esempio, attingeva a questa fonte per quasi tutte le trame dei suoi libri; e il chimico Friedrich Kekulè fu illuminato da un sogno quando si lambiccava il cervello sulla struttura molecolare sul benzolo”.

    Nel secondo racconto “Il Cavallo di Wakan Tanka”, dall’atmosfera suggestiva, l’autore c’introduce  “in altri linguaggi e visioni, oltre i confini del nostro modo di pensare, in mondi diversi, dentro i sentieri ecologici, la coscienza olistica e la visione biocentrica, non antropocentrica, dei Nativi americani, l’antinomia tra il cerchio e la linea retta”, da cui si evince la cultura dell’essere anziché dell’avere dei popoli indigeni, i quali vedevano nei rapporti paritetici, nel rispetto e nella sacralità della natura e nelle sue “parentele”, nei sogni, nella spiritualità, nel mito, la forma più alta di coscienza individuale e collettiva, nonché la chiave di volta dell’interpretazione della realtà e persino della storia.
    Dunque, una cultura – come scrive l’autore nella postfazione – che considera ancor oggi la Terra luogo sacro, epifania del divino, chiesa, organismo vivente, dove ogni cosa è connessa e permeata da forze soprannaturali – “il divino vive persino nella pietra”. Cioè a dire che tutti i segmenti del cerchio dell’universo, uomini, animali, piante, fiumi, rocce, sono collegati e interdipendenti in un rapporto armonico-egualitario senza gerarchie o poteri, rappresentati magistralmente dal cerchio, appunto, simbolo di perfezione, senza inizio ne fine.
    “Sono racconti “circolari, anomali, percorsi da una vena trasgressiva, surreale, sganciati dalla storia, dalla linearità del tempo e della logica, come si addice alla narrazione visionaria…la quale alla fine trascina con sé insegnamenti, suggestioni, enigmi, metafore”.
    Insomma, Minnella ci ha regalato una sorta di “racconti medicina”, una narrazione all’indiana maniera, rituale, curativa, in grado d’innescare elementi di riflessione, presa di coscienza ed anche effetti terapeutici.
    Senza dubbio un libro da leggere e su cui meditare. E sognare!