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Reggio, il “maestro” della fotografia, Antonio Politano, al Bluocean’s workshop

29 Febbraio 2012
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 5 minuti
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AntonioPolitano_STRILL1

di Grazia Candido – Parlare al telefono con una delle più grandi firme di National Geographic, Antonio Politano, giornalista e fotografo specializzato in reportage di viaggio, abbatte tutte

quelle barriere mentali che, involontariamente, si costruiscono ma soprattutto, mette voglia di prendere una macchina fotografica e scoprire tutto ciò che di bello abbiamo ma non vediamo. Nelle sue vene scorre sangue calabrese, è un cosentino doc, e anche se da parecchi anni è lontano dalla sua città, ritornerà a Reggio Calabria per dirigere due tappe, Sicilia e Calabria, del Bluocean’s workshop “Da Nord a Sud. Quando il Viaggio diventa fotografia” in programma dal prossimo 25 maggio. Insieme ad altri due importanti fotografi di National Geographic, Alessandro Gandolfi (che guiderà la tappa in Veneto) e Sandro Santioli (per la Toscana), Politano, freelance da diversi anni e collaboratore di alcune importanti testate, come “La Repubblica”, “L’Espresso” e “National Geographic Italia”, guiderà i corsisti in un’altra splendida avventura targata Bluocean.
Lei ha fatto della sua passione per i viaggi, la sua professione. Ma per scoprire posti nuovi si è dovuto allontanare dalla città natia, Cosenza. Oggi, che rapporto ha con la Calabria?
“Ho scelto di andar via da Cosenza, come sarei andato via da una qualsiasi altra città di provincia, semplicemente per scoprire più mondo. Con la Calabria ho sempre avuto un rapporto particolare: sono legato ai ricordi e a quella parte di vita trascorsa nella città dove sono nato, ma sin da ragazzo sentivo la necessità di uscir fuori, di vedere il mondo. La voglia di conoscere luoghi e genti diverse, sperimentare, mettermi alla prova per me era diventata una priorità. Il viaggio non è tanto una meta da raggiungere, ma un percorso, fatto di esperienze, incontri, fascinazione, ricerca”.
Ha visitato tutti i continenti e ha vissuto in Africa occidentale per 3 anni lavorando per le Nazioni Unite, ma invece di proseguire la carriera da funzionario internazionale ha scelto di realizzare la sua vocazione e continuare a raccontare mete lontane. Girando un po’ quasi tutto il mondo, c’è qualcosa che l’ha colpita in particolar modo?
“Naturalmente ogni luogo ha la sua storia, la sua cultura, la sua gente. Per me conta mischiarsi alla quotidianità, sentire quello che alcuni chiamano lo spirito del luogo che è fatto sì da paesaggi, architettura, scenari naturali, luci e colori, ma è anche da chi abita e attraversa quei luoghi. Un obiettivo fotografico può cogliere delle storie, che si prova sempre a ricercare, spingendo lo sguardo verso il lato nascosto delle cose, cercando di andare oltre il pittoresco, lo stereotipo, il già troppo visto, trappole sempre presenti. Con umiltà, mi piacerebbe dire. Il viaggio dovrebbe essere sempre un atto di umiltà, diceva Piovene. Accostandosi, con il massimo rispetto possibile, anche se poi fotografare vuol dire catturare l’istante perciò anche prendere. Velocemente, discretamente”.
Per un mese, ha lavorato dentro il Quirinale “scoprendo” una realtà che forse disconosceva. Mi racconta qualcosa di quell’esperienza?
“Sono stati giorni intensi: entravo la mattina e uscivo la sera. Io abito a Roma, per anni sono passato accanto al Quirinale, gettando ogni tanto un’occhiata veloce oltre la porta del Palazzo. Per me è sempre stato “il Colle”. Dopo quasi un mese passato lì è diventato altro. Ancora un mondo a sé, una specie di regno ora democratico. Entrando dentro e stabilendo un contatto con chi lavora lì, i cuochi, gli autisti, i consiglieri, i corazzieri, ho scoperto la vita di quel mondo a parte anche se accanto a casa. Con i miei scatti ho cercato di raccontare la loro vita quotidiana. Le foto pubblicate sul National Geographic restituiscono una visione inevitabilmente parziale, lo sguardo è sempre personale”.
Torniamo al Bluocean’s workshop. Seguirà due tappe, una in Sicilia (dal 25 al 30 maggio) e l’altra inerente l’Area dello Stretto di Messina e le isole Eolie (dal 2 al 7 giugno). Cosa si devono aspettare i corsisti?
“Intensità innanzitutto. Di esperienza e impegno. E affinamento degli strumenti. Saranno giorni intensi di lavoro, un lavoro incentrato sul racconto per immagini delle varie realtà che accosteremo e nelle quali cercheremo di inserirci limitando il più possibile la nostra invasività. L’obiettivo è quello di sviluppare la propria capacità di creare un reportage fotografico. Insieme ci applicheremo nella ricerca delle immagini giuste, della luce, di situazioni, di luoghi e paesaggi, eserciteremo lo sguardo”.
Quale sarà il suo approccio a questa nuova avventura fotografica?
“Torno con molto piacere al Sud, al calore della sua gente. Mi piacerà rivedere luoghi che conosco bene o da riscoprire. La Calabria e la Sicilia meridionale sono posti di incanto, che per certi versi hanno avuto uno sviluppo disordinato e tumultuoso, per altri sono come sospesi nel tempo. Insieme ad altre persone, condividerò l’esperienza di raccogliere immagini, spero inedite. Sarà un modo per creare un confronto di sponde, ma anche una proiezione in un mondo a parte, ancora uno, come l’arcipelago delle Eolie”.
Insieme ai corsisti fotograferete aree naturali di straordinaria bellezza per creare poi un reportage.  Cos’è per lei il reportage?
“Vi sono molti tipi di reportage, dal sociale al geografico, dall’antropologico al naturalistico. Ma se vogliamo andare alla sua essenza il reportage è sostanzialmente un racconto per immagini, un lavoro molto complesso e accurato che parte dall’individuazione dell’idea, del soggetto, per arrivare alla scelta finale delle immagini. Non è solo mettere insieme belle fotografie: è fondamentale il legame tra le immagini capaci di raccontare una storia, una porzione di realtà, da un punto di vista non convenzionale. Poi, si tratta di organizzare per bene il materiale, confrontarsi con un committente, calibrare il tutto sulla base delle sue esigenze e della propria sensibilità.
Ma c’è un segreto per diventare un bravo fotoreporter?
“E’ importante esercitare la propria capacità espressiva, porsi il problema di come raccontare ciò che si vede, sviluppare una propria maniera stilistica. La fotografia è forma, dunque un come; ma un fotografo deve essere abile a raccontare anche un cosa. Saper fare il fotoreporter vuol dire anche essere un buon cronista. È una doppia sfida per il fotografo, il come e il cosa”.
Se avesse la macchina del tempo tornerebbe indietro per fare qualcosa altro nella sua vita? Ma soprattutto, c’è qualcosa che ancora deve realizzare?
“Sono andato via dalla mia città perché volevo conoscere quello che c’era al di là dell’orizzonte abituale. Il viaggio, in fondo, è questo. Ma si può viaggiare anche accanto a casa, l’importante non è la distanza geografica, i chilometri, ma la disposizione a scoprire, cercare, sentire. Con la macchina del tempo sceglierei di studiare di più all’estero, anche se in parte ho avuto la possibilità di farlo per preparare la tesi di laurea in Francia. Posso dire di essere stato fortunato, sono riuscito a trasformare la mia passione per la fotografia in professione. So che oggi è molto difficile coltivare le proprie passioni e convertirle in attività. Ma si può fare, bisogna crederci e applicarsi, lavorare”.
E per la Calabria cosa vorrebbe che si realizzasse?
“La Calabria soffre di una cattiva stampa. Si sbattono sempre in primo piano le tragedie, le carenze e le difficoltà di un Sud isolato. Mi piacerebbe che si parlasse di più delle buone iniziative sociali, di mobilitazione civile, delle attività artistiche, culturali. Insomma, che si desse spazio alla gente che vuole rendere migliore questa terra, con la passione e il cuore di cui è capace. Credo sia necessario puntare sulle nuove generazioni, dare loro spazio”.
Un’occasione potrebbe essere il Bluocean’s workshop. Che ne pensa?
“E’ una buona idea. I corsisti avranno la possibilità di far vedere il Sud dal loro punto di vista e magari qualcuno sarà interessato a investire su di loro e sostenerli”.

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Foto di Antonio Politano

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