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Operazione ''Artù'': ''Soggetti con contatti ai più alti livelli della finanza nazionale ed internazionale''

2 Agosto 2011
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 4 minuti
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di Claudio Cordova – “I soggetti monitorati per mesi hanno lasciato tracce precise dell’esistenza di una vera e propria holding economica criminale il cui obiettivo era il recupero e reimpiego di titoli di credito di elevato valore rastrellati con

metodi rimasti oscuri sul mercato finanziario occulto con impegno economico consistente proveniente da fonti diverse -e non tutte individuate-, costituendo una solida struttura in grado di gestire la larga disponibilità di titoli acquisita illecitamente riciclandola sul mercato ufficiale con contatti ai più alti livelli della finanza nazionale ed internazionale che attestano di per sé la qualità e credibilità goduta dai soggetti coinvolti nelle trattative attraverso le quali ne doveva essere realizzata la monetizzazione”. Il Gip di Reggio Calabria, Silvana Grasso, definisce così la presunta organizzazione criminale stroncata dagli arresti operati, all’alba di oggi, dalla Guardia di Finanza, che, dando esecuzione a un’indagine delle Procure di Reggio Calabria e Palmi, ha impedito il perpetrarsi di una vastissima attività di riciclaggio. I venti soggetti coinvolti, nell’operazione “Artù”, infatti, avrebbero tentato, nei mesi, di ottenere denaro liquidi da un titolo emesso da Credit Suisse e intestato all’ex dittatore indonesiano Soekarno, mettendo in piedi, peraltro, tutta una serie di espedienti per ottenere il proprio scopo. Un titolo del valore di 780 milioni di dollari nominali, su cui, peraltro, gli stessi indagati sono incerti circa la veridicità: “Gli accertamenti svolti a seguito del suo sequestro con rogatoria internazionale presso il Credit Suisse, dopo iniziale silenzio, ne hanno escluso la genuinità, per la presenza di alcuni dati sintomatici negativi che l’istituto bancario elvetico così ha indicato: “l’emblema “SKA International” non è mai stato usato dalla SKA o dai successori Credit Suisse Group e Credit Suisse AG quale segno distintivo della medesima banca o di una sua affiliata”, che “sono presenti nel corpo del documento svariati errori grammaticali”, “i nomi degli impiegati di banca indicati sul documento quali sottoscrittori non possono essere riferiti a soggetti realmente esistenti e, comunque, non risulta che tali soggetti siano mai  stati dipendenti della SKA o del Credito Suisse”, i “timbri e logos sono applicati al contrario”.  Il mancato riconoscimento della realtà del titolo da parte dell’istituto emittente costituisce, pertanto, dato imprescindibile della presente indagine, anche se, per completezza, in merito vi è da aggiungere che più volte è stato evidenziato in atti dalle intercettazioni un obiettivo interesse contrario del Credit Suisse al riconoscimento della validità del titolo per le evidenti implicazioni economiche pesantissime da fronteggiare in caso di incasso di un certificato di deposito di tale consistenza e decorrenza degli interessi e il ripetuto svolgimento di accertamenti opposti di esito positivo ad opera dei vari intermediari di elevato livello cui l’organizzazione criminale detentrice si rivolgeva di volta in volta per la sua collocazione”.

A prescindere dalla veridicità del titolo, gli indagati avrebbero però messo in atto un articolato meccanismo, al fine di riuscire a riscuotere una somma enorme dal titolo, proponendolo a banche di mezza Europa: “Resta fermo, comunque, che, sia che il titolo che si intendeva riciclare fosse intrinsecamente falso (tesi per la quale propende il P.M. richiedente alla luce della netta risposta negativa ricevuta dal Credit Suisse)  sia che fosse vero, per quella residuale ipotesi di una risposta negativa interessata, esso era pervenuto illegittimamente al gruppo di soggetti che si attivavano per l’incasso e che, per tale unico ovvio motivo, non era in grado di ufficializzarne la reale provenienza,  le modalità con cui ne era venuto in possesso, né l’origine legittima delle fonti economiche utilizzate per il suo conseguimento e che si attivava con serietà, determinazione e specifica competenza per porlo all’incasso curando di evitare di apparire ufficialmente, allestendo una fantasiosa ricostruzione di provenienza ereditaria in capo a Galati Nicola, identificato dal vertice organizzativo, a seguito di una disamina oculata che gli aveva riconosciuto la patente di presentabilità per l’assenza di pendenze penali e riconoscimento di  affidabilità (essendo determinante anche che il titolare apparente, una volta ufficializzato come tale, non si appropriasse dell’incasso), con una storia allestita appositamente facendo persino ricorso, per come si avrà modo di esplicitare in seguito, ad una visita al cimitero in cui riposavano le spoglie del povero mons. Ferrazzo per rilevarne gli esatti dati di nascita e di morte”. 

E sono molto dure le conclusioni cui giunge il Gip Silvana Grasso che, negli ultimi mesi, ha valutato attentamente gli indizi portati sul tavolo dal pubblico ministero Sara Ombra, coordinata dal procuratore capo, Giuseppe Pignatone, e dall’aggiunto Nicola Gratteri: “Il materiale intercettato unito alle restanti conquiste investigative dà chiara contezza, quindi, di una struttura solida, ben articolata proiettata a durare nel tempo, in grado di affrontare notevoli spese per attivare plurime trattative in Italia e all’estero in cui emergono parte dei finanziatori e di loro rappresentanti in grado di aprire canali di negoziazione sempre nuovi con contraenti di tutto rispetto dotati di elevata competenza nelle operazioni finanziarie di grosso livello, coinvolgendo professionisti in grado di assumere veste più o meno ufficiale  nelle trattative”.

Come sottolineato anche dagli investigatori della Guardia di Finanza, dunque, ci si è trovati di fronte non a una piccola banda di truffatori, ma a gente che sapeva come avvicinarsi al mondo finanziario, “colletti bianchi” e professionisti in grado allestire una macchina quasi perfetta, nonostante il titolo intestato a Soekarno fosse stato sequestrato a fine 2009 dalle Fiamme Gialle in un apparente fortuito controllo nei pressi di Rosarno: “La compagine si dimostra solida, ben coesa e coordinata. Vi sono finanziatori, promotori ed organizzatori parzialmente coincidenti con i primi, abili tessitori delle fila delle trattative predisponendo gli affari in corso e la cooperazione dei correi e soggetti addetti al collegamento fra le varie componenti operanti su varie aree e con trattative coeve ed alternative. E’, del resto, impensabile che un simile organismo possa essere sorto e sviluppato occasionalmente intorno ad un limitato numero o ad un singolo affare  e più elevato è il livello del titolo per il quale i correi hanno profuso il loro impegno nella fase di monitoraggio, più evidente è la capacità di controllo da parte del gruppo dell’operazione monitorata, proporzionalmente corrispondente è il livello di pericolosità dell’organizzazione in grado di porlo in esecuzione, essendo evidente che a proporre ai mercati finanziari ufficiali un titolo della natura di quello in questione, non poteva che essere una struttura salda, fornita di diramazioni ben radicate nel mondo finanziario ufficiale, ed ivi in grado di essere ascoltata e presa in considerazione”.

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