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Reggio, amarezza di Magistratura Democratica su organizzazione Corte d’Appello

23 Luglio 2011
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 2 minuti
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cortedappellorc
Pochi giorni orsono 12 persone, condannate in primo e secondo grado per gravi delitti di criminalità organizzata nell’ambito del procedimento nato dalla c.d. “Operazione Fehida”, sono

state scarcerate in forza di una ordinanza del Tribunale della Libertà di Reggio Calabria, secondo la quale il processo di secondo grado non è stato portato a compimento entro l’invalicabile termine massimo di due anni, previsto dalla legge vigente.

La Corte di Assise di Appello, che ha avuto in carico quel processo, si era orientata diversamente, e la decisione non è ancora definitiva, sicché cautela si impone nella valutazione della vicenda.

Sin da ora, però, la sezione reggina di Magistratura Democratica intende, come più volte accaduto in passato, porre l’accento sulla necessità, già segnalata dal Consiglio Superiore della Magistratura, che anche nel secondo grado sia riservata attenzione ai temi dell’organizzazione e dell’efficienza.

Si tratta di un vero e proprio nervo scoperto, se solo si ha a mente il fatto che, nel caso sopra citato, il processo, da celebrarsi nelle forme contratte del rito abbreviato, è pervenuto presso gli uffici della Corte nella primavera del 2010 e che un consigliere è stato distolto da altre incombenze per circa un semestre proprio in funzione del rispetto dei termini massimi della custodia cautelare, che, stando alla pronunzia del Tribunale della Libertà, sono decorsi nel marzo 2011.

Dieci mesi di tempo e l’applicazione di un magistrato non sono stati, dunque, sufficienti per rispettare la deadline: al di là della giusta aspirazione dei soggetti coinvolti a non subire compressioni della libertà personale ulteriori rispetto a quelle previste dal legislatore, riteniamo che la vicenda rappresenti – in termini di spreco di risorse, di frustrazione degli sforzi investigativi e processuali, di depressione della tensione al ripristino di soddisfacenti livelli di legalità – una grave sconfitta per la giustizia, similmente a quanto accade nei casi, tanto enfatizzati in ambito mediatico, in cui, emessa la decisione finale in tempo utile, sia il ritardo nella stesura della motivazione a provocare il superamento dei termini massimi di custodia cautelare.

Questo, mentre gli uffici giudiziari della provincia di Reggio Calabria, come le cronache giudiziarie riportano con frequenza pressoché quotidiana, sono spasmodicamente (e grazie, ci permettiamo di notare, alla passione civile, all’abnegazione ed alla competenza di tanti magistrati) impegnati nella conduzione di indagini e nella celebrazione, nelle varie fasi e nei vari gradi di giudizio, di processi per numerosissimi fatti criminosi di rilievo non inferiore a quelli oggetto di accertamento nel procedimento nell’ambito del quale sono state disposte le menzionate scarcerazioni.

A questo punto, riteniamo improcrastinabile l’avvio di una attenta riflessione sulle cause dell’accaduto, estesa alla verifica del rispetto degli standards prescritti in termini di organizzazione e professionalità, nonché all’esercizio della doverosa attività di vigilanza e controllo da parte dei soggetti istituzionalmente preposti.

Sino ad ora, a dire il vero, gli interrogativi, pure già proposti, anche di recente, sono rimasti senza risposta; né, su di essi, si è aperto, nelle sedi istituzionali o associative, il benché minimo dibattito, come se di tale situazione non interessasse ad alcuno: eppure, i fatti, nella loro drammaticità, sembrano dare riscontro alle preoccupazioni.

MAGISTRATURA DEMOCRATICA

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