di Elia Fiorenza – Tra il Consolino e il mare, il sassoso greto dello Stilaro tremola al sole: esso vide nel luglio 982 la disfatta e la fuga di Ottone II di Sassonia e si arrossò del più nobile sangue tedesco. In realtà tutto cominciò quando Ottone I tentò di estendere il proprio dominio sull’Italia meridionale, con una spedizione militare che giunse fino in Puglia ed in Calabria. Frutto di questa invasione fu il riconoscimento della sua supremazia sui duchi di Benevento e di Capua, che dovettero dichiararsi suoi vassalli. Questo trionfo suscitò, d’altra parte, l’ostilità dei Bizantini, ostili a riconoscere significato all’impero del sassone Ottone e, principalmente, preoccupati per i possedimenti dell’Italia meridionale. Ottone I superò questa ostilità con negoziazioni, che gli valsero l’agnizione del titolo imperiale da parte dell’imperatore d’Oriente (972) ed il consenso alle nozze tra suo figlio e la principessa bizantina Teofane (973). Alla Morte del Padre, il figlio Ottone II, incoronato Imperatore da Papa Benedetto VII, volle portare a termine il sogno paterno, ovvero la conquista del sud. Fu detto dagli storici che Bizantini e Arabi, alleatisi contro Ottone, lottassero fianco a fianco, per la prima volta nella storia. L’emiro Abn’l-Kàsim non credeva di dovere far fronte ad un esercito così cospicuo come quello imperiale di modo che quando fu a non molta distanza da Rossano ordinò la ritirata. Il suo gesto non rimase ignorato da Ottone II. In realtà informato repentinamente della ritirata dei Saraceni, l’imperatore sassone lasciò a Rossano la moglie e il figlio sotto la protezione di Teodorico vescovo di Metz e un corpo armato tedesco, e con il grosso dell’esercito si mise all’inseguimento dell’avversario. Questi fu raggiunto più a sud presso Stilo. L’emiro Abn’l-Kàsim, a capo dell’esercito arabo-bizantino, non riusando a sfuggire all’inseguimento, si era fermato ed aveva preferito ordinare i suoi uomini ad assalto. La battaglia si verificò il 13 luglio e fu ferocissima. Dopo una lotta non breve e di esito incerto un gran numero di cavalieri imperiali scaraventandosi con impeto sul centro arabo-bizantino, lo abbatté e, braccandolo, giunse fino ai vessilli dei reparti principali; e qui trovò Abn’l-Kàsim, con un forte nucleo di guerrieri pronto a far fronte al nemico. La contesa che ne seguì fu effettivamente leggendaria. L’emiro cadde ucciso, ma i suoi pur avendo perso il capo, non si sbandarono davanti all’incalzare degli imperiali. Nonostante il loro smisurato coraggio e il loro fiero valore, ben presto gli Arabi furono costretti a volgere le spalle e battere la ritirata. L’imperatore Ottone II con i suoi guerrieri inseguì i fuggiaschi per un lungo tratto, tanto che questi, a mala pena riuscirono a trovare riparo sui monti e sulle colline, che ambo i lati, circondavano la Vallata dello Stilaro. Ad un certo punto però, certe di aver ormai sbaragliato il nemico, le stanche truppe del Sassone, cessarono ogni inseguimento e, nell’euforia della vittoria, retrocedendo, si abbandonarono al saccheggio del campo nemico e alla depredazione dei cadaveri dimenticando del tutto le orde nemiche sfuggite sulle circostanti alture. (Inevitabile sbaglio!) In poco tempo, invece, gli arabi riuscirono a riordinarsi e, d’improvviso ed inattesi, calando a precipizio, sferrarono un nuovo, violentissimo attacco. Prese alla sprovvista, le già stanche truppe germaniche non ressero all’assalto e furono, quindi, quasi interamente decimate in una sanguinosa carneficina. I morti di questa battaglia ammontarono a cinquemila. Fra questi le cronache del tempo rimpiangono Landolfo, signore di Capua, suo fratello Atenolfo e i nipoti Ingulfo, Vodiperto e Guido di Sessa, il vescovo di Augsburgo Arrigo, l’abate di Fulda Werner, il duca Odone e i conti Dilmar, Becelino, Gevehardo, Guntero, Bertoldo, Eccelino, Burchardo, Dedone, Corrado, Imfrido ed Arnoldo. L’imperatore Ottone II, scampato per buona sorte alla morte, si rifugiò anche lui a Rossano dove avevano trovato rifugio i superstiti della battaglia di Stilo. Ottone II, insieme al duca di Baviera, si allontanò dal campo di battaglia a briglia sciolta e già, arrivato presso la costa, in vista di due navigli bizantini che incrociavano in quei paraggi, si credeva sicuro, quando improvvisamente stremò il cavallo. Un suo fidato ebreo che lo seguiva gli offrì il suo, raccomandandogli i figli, ed Ottone, mentre il duca di Baviera riprendeva la fuga, montato in sella spinse il cavallo in mare facendo cenno ad una delle due navi di raccoglierlo; ma quella tirò diritto.
Tornato alla riva, l’imperatore si vide perduto, perché i Saraceni, sopraggiunti avevano ucciso l’ebreo e si avvicinavano minacciosi. Allora Ottone II si spinse nuovamente in mare e fu raccolto dalla seconda nave bizantina e solo perché un ufficiale schiamone fece rallentare la nave. Salito a bordo disse che era il tesoriere dell’imperatore, ma saputo che facevano rotta per Costantinopoli, Ottone svelò al capitano della nave chi veramente era finse di esser lieto di andare nella capitale dell’impero bizantino presso gli imperatori suoi cognati, ma aggiunse che sarebbe stato ancora più lieto di condurvi l’imperatrice Teofano, che si trovava a Rossano. Il capitano, non conoscendo le vere intenzioni del suo ospite, credendo di aiutare un congiunto del suo imperatore, fece mettere la prora in direzione della marina di Rossano, nelle cui acque giunse la nave dopo una veloce navigazione. Ottone aveva fatto il suo piano: mandò a terra l’ufficiale schiavone ad avvertire del suo arrivo l’imperatrice e il vescovo di Metz; a quest’ultimo mandò a dire di scendere in spiaggia con un gruppo di milizie. Di lì a poco comparve l’imperatrice Teofane con il vescovo Teodorico e, dietro, una fila di cavalli che, si diceva che trasportavano il tesoro imperiale. Il vescovo con un gruppo di armati si fece portare con alcune barche alla nave bizantina all’àncora e vi sali fingendo di volere rendere omaggio all’imperatore, il quale, spiccato un salto nel mare, raggiunse a nuoto la riva. Un bizantino che voleva trattenerlo fu trafitto da uno dei familiari, gli altri della ciurma accorsi furono tenuti a bada dal vescovo e dai suoi armati. L’imperatore, così avventurosamente scampato, si rifugiò anche lui a Rossano dove avevano trovato rifugio i superstiti della battaglia di Stilo. Si aspettavano di essere attaccati dai Musulmani, ma questi si erano già ritirati. Preso il comando dell’esercito GIÀBER, il figlio del caduto Abn’l-Kàsim, ai suoi uomini vincitori non fu concesso neppure di raccogliere le armi né di fare bottino. Spinto dal timore di essere assalito da forze nemiche superiori o di perdere, durante la sua assenza, l’emirato ereditato dal padre, Giàber fece suonare la fine delle operazioni e iniziò la ritirata verso la Sicilia. A Rossano l’imperatore non si trattenne che pochi giorni. Nell’ultima decade di Luglio, insieme con la famiglia e seguito dai superstiti dell’esercito vinto, partì, si può immaginare con quanta gioia dei Bizantini, i quali, di lì a poco tornarono padroni di tutti i territori della Calabria e della Puglia. Oggi a perenne ricordo dello scontro avvenuto il 13 luglio del 982, alle porte della Stilo medievale, sorge la “Gebbia”, una fontana monumentale arabo moresca, raffigurante due delfini intrecciati, significanti appunto i due popoli: arabo e bizantino che per la prima volta furono alleati per sopprimere il “barbaro” Imperatore Sassone. Fu detto dagli storici che Bizantini e Musulmani, alleatisi contro Ottone, combattessero fianco a fianco, ma è forse un asserzione messa in giro dai cronisti tedeschi male informati degli avvenimenti o forse da una falsa cronaca.




