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    Teatro Cilea: fiaba musicale "Pierino e il lupo"

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    di Grazia Candido –
    Metti gli elementi di un’orchestra, conciliali ad una voce profonda, carica di sentimento e segui le disposizioni di un eccellente maestro d’orchestra. Il risultato è la creazione di un’opera d’arte: la fiaba musicale “Pierino e il lupo” di Sergej Prokofiev. La composizione, che apre la stagione concertistica del nuovo cartellone teatrale

    realizzato dall’Amministrazione comunale e in scena al teatro “Cilea” ieri e questa sera in replica alle ore 21, strega con le melodie della Sinfonia numero 5 di Franz  Peter Schubert il pubblico reggino, tornato per una sera bambino con la storia di un piccolo grande fanciullo, Pierino, che con l’aiuto di un uccellino cattura un temibile lupo. E così, insieme all’attore Gabriele Lavia, voce narrante dello spettacolo e al maestro Julian Kovtchev che ha diretto i musicisti dell’orchestra “Francesco Cilea”, si vive una storia fiabesca in cui ogni personaggio è rappresentato da un tema musicale, affidato ad un particolare strumento. La voce dell’attore e regista Lavia traccia passo dopo passo le vicende del giovane Pierino mentre la musica di Prokofiev, commenta ogni scena illustrando il carattere, i sentimenti e descrivendo le azioni di ciascun personaggio. Tutti i protagonisti sono interpretati da flauto traverso, clarinetto, timpani, archi (violino, viola, violoncello, contrabbasso), fagotto, oboe e corni.

    La storia racconta di una paura del vecchio mondo, rappresentato dal nonno, di una non paura del nuovo mondo, dominata da Pierino e di un pericolo, il lupo. Sono gli strumenti a narrare il tutto: i cacciatori sono rappresentati dai violini, il lupo dai corni, i colpi di fucili dai timpani, Pierino dagli archi, l’uccellino dal piffero, il nonno, l’anatra e il gatto dall’oboe, il clarinetto, il fagotto.

    Prima di entrare nelle vicende di Pierino, è l’orchestra del “Cilea” ha proporre un’esecuzione magistrale della Quinta sinfonia in si bemolle maggiore del compositore austriaco Schubert in cui traspare la complicità, la passione e l’amore di musicisti che, perfettamente coordinati, con uno sguardo sullo spartito e uno breve e fugace al maestro, ripropongono sul palco la magia di una delle principali figure della musica classica dell’Ottocento ma allo stesso tempo, l’intenso lirismo e il senso di pace emanato da questa melodia che nasconde le difficili circostanze in cui è stata composta.

    La scena è poi, tutta dell’attore Lavia che prima di entrare nel vivo del racconto scambia qualche chiacchiera con il suo pubblico e scherza anche quando dice: “La voce narrante deve coinvolgere gli spettatori non facendoli mai stancare o addormentare. So che Gerard Depardieu durante un suo spettacolo è riuscito a parlare per un’ora mentre Roberto Benigni per due, ma io non ho tutta questa autonomia”.

    “Glia attori quando non hanno una parte si sentono spogliati  – afferma Lavia – perché ogni artista si incarna nel ruolo che interpreta, mette una maschera che oggi, non esiste più perché si è fusa con il personaggio. Avete un teatro meraviglioso con un’acustica fantastica, imparate a viverlo e ad amarlo. Il teatro è il luogo in cui si prende coscienza di sé, coscienza di tutte quelle arti che sono già dentro di noi, obliate, si tratta solo di ricordarle”.  

    Prende il via il racconto e non c’è un  attimo per distogliere lo sguardo dal palco o distrarsi perché sia i musicisti, che il direttore d’orchestra e la voce narrante ricreano la magia di un racconto conciso che adotta armonie e ritmi moderni nell’ambito della forma tradizionale ottocentesca.

    L’unica nota dolente di una serata d’incanto sono quelle poltroncine vuote sia in platea che nei palchetti che fanno riflettere e domandare il perché una città come la nostra, aperta al cambiamento e alla cultura, trovi molta difficoltà ad andare a teatro, quella “culla” d’arte tanto attesa e desiderata dalla popolazione. Forse hanno ragione i maestri Kovtchev e Lavia quando dicono che “non si è abituati alla cultura e che servono azioni più forti e mirate che avvicinino sin da piccoli, i giovani al teatro staccandoli dalle futilità di un mondo che li ha tutti omologati e li ha resi esseri non pensanti”.

    Ed è arrivato il momento di dimostrare che a Reggio Calabria si sa lavorare ma soprattutto, si ha la libertà di pensare ed agire.