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    Reggio: comitato docenti precari all’attacco

    Abbiamo creduto in quello che stavamo facendo. Al punto che non è bastato laurearsi, abilitarsi, specializzarsi, masterizzarsi a migliaia di euro per volta. No, non è bastato per niente. Perché poi è arrivato il bello: entrare in classe, abituarsi all’idea non marginale che decine di alunni si aspettavano qualcosa da noi, che non bisognava deluderli, occorreva sapere e saper parlare con loro, farsi capire. Ecco cosa. Molti di noi ci hanno perso la vita a rincorrere questo mestiere, come a rincorrere i treni acchiappati all’ultimo momento alle cinque di mattina mentre il mondo  ignaro dormiva e forse non sapeva che cosa fosse insegnare: responsabilità, impegno, cura, affanni, attenzione, preparazione, correzioni personalizzate, pacche sulle spalle e qualche sgridata ogni tanto, discussioni, comprensione, pazienza, studio, letture, burocrazie varie. Ecco, una enorme pazienza, una pazienza che non finisce mai, come il livello di sopportazione di collegi gestiti da presidi con la terza media o forse con il terzo anno di scuola d’arte che tempo fa dava la possibilità di insegnare, presidi ignoranti insomma che conducono meschine e grige vite detenendo lo scettro di un potere fasullo articolato in quattro parole sintatticamente inadeguate al ruolo. Ma c’è dell’altro. Al ritorno dal pendolarismo eterno su treni lenti, come solo da noi, in Calabria, sanno esserlo, preparare lezioni, discutere con altri docenti come fare, cosa fare. Leggere con loro della ministra che legge egìda per ègida e trionfanti lasciarsi andare a un mezzo sorriso amaro, soffocato subito dopo dalle mani congiunte a voler dire: vi rendete conto?
    Leggere Philip Roth e Gadda, Ian McEwan e DIego De Silva, la recensione a La classe di Cantet o la prefazione di Umberto Eco a Il mio Dante di Roberto Benigni: a proposito, vivamente consigliato a tutti i docenti di lettere non foss’alltro perché Eco ci aiuta a leggere l’endecasillabo splendidamente.
    Tutto questo fanno i docenti? No, non solo.
    Un’altra cosa che fanno? Traducono, cioè prendono parole da un tempo lontano e memorabile e le portano a noi, in un tempo goffo e sciocco come il nostro. Corrono col pensiero, non gravitano a tempo perduto dentro i corridoi dei perditempo, i docenti. Nossignori, i docenti li vedi oberati e contenti del lavoro che fanno. I docenti di Lettere che hanno in mente Leopardi per tutta la vita, quelli lì, dico,  come fanno senza le “sudate carte ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte”. Non ce la fanno. Non restano dentro avvilenti sterotipi da bar, restano casomai trasecolati, che poi che bello che è “trasecolare”, non trovate?
    I “cocci aguzzi di bottiglia” di Montale bisogna che ce li facciamo scivolare addosso come canta Vinicio Capossela quando canta come solo lui può e sa: “Scivola vai via, non te ne andare”.
    Bisogna che ci arrendiamo a questa nebbia, ci sembra di restarcene dentro Noia di Ungaretti con la nostra solitudine, “titubante ombra dei fili tranviari”.
    Ma chi ce lo doveva dire? Noi che siamo rimasti gli ultimi a decrittare, che non ci siamo accontentati di uno studio pedissequo e solitario, e neppure abbiamo ceduto all’ansia da raccomandazione, quando ancora si poteva-si doveva per finire a smerciare fogli su scrivanie di enti regionali. Noi che siamo rimasti dentro aule gonfie di “inquiete tenebre / e lunghe”. Noi con quell’enjembement di Foscolo addosso e con le capriole di fumo ungarettiane, mi sa che ci prende male. Lei ci capisce, Direttore,  visto che sa raccontare e sa come e cosa dire. Ci prende male a essere trattati come il Male: noi che abbiamo finito per aggrapparci a un ossimoro, noi con la speranza di restare almeno precari stabili. E scusate se è poco, visto tutto quello che sappiamo e sappiamo come dire.

    Maurizio Marino

    Comitato docenti precari di Reggio Calabria