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    Massimo Scura: “L’Uomo delle istituzioni e la sindrome di don Abbondio”

    Ho atteso alcuni giorni prima di scrivere queste righe nella speranza che qualcuno smentisse la sindrome di
    don Abbondio che ottunde la mente e il cuore dei calabresi. Invece dopo le apparizioni strazianti dei
    precedenti commissari, che hanno arricchito programmi TV e social network, con la nomina del prefetto
    Longo alla guida della sanità calabrese è tornato il silenzio. Avevamo soltanto bisogno di un po’ di sangue.
    Dunque l’ennesimo prefetto, più poliziotto che prefetto per la verità, che ci tiene a ripetere pubblicamente
    “sono un uomo delle istituzioni e quando lo stato mi chiama io rispondo” è stato inviato al capezzale della
    sanità calabrese e nessuno, proprio nessuno, se non molto velatamente il sindaco di Locri, si è domandato
    quale contributo potrà mai dare per migliorare i servizi sociosanitari un prefetto, con tutto il rispetto per la
    categoria, il terzo presente nella sanità calabrese al momento, (a proposito, chi ha verificato, dopo 18 mesi,
    i risultati della commissione prefettizia posta al vertice dell’Asp di Reggio Calabria?) dopo un generale. Il
    presidente regionale f.f. ha fatto sentire la sua voce contro il commissariamento, come pure molti sindaci,
    che sono saliti a Roma per manifestare, per lo stesso motivo, ma nessuno ha avuto da eccepire sulla scelta
    di un commissario poliziotto-prefetto.
    Vorrei ricordare che l’istituzione n. 1 è l’Italia (la prima parola della nostra costituzione è “L’Italia è una
    repubblica….”) e la Calabria, con i suoi due milioni di abitanti, è parte dell’Italia fino a prova contraria. I
    presidenti passano, come pure i ministri, i governatori, i sindaci (e lo so di persona) e i commissari (e anche
    qui posso dare testimonianza). La Calabria resta, con tutti i suoi problemi che non sono soltanto sanitari.
    L’uomo delle istituzioni avrebbe dovuto chiedersi “ho le competenze, sommatoria di conoscenza, capacità e
    professionalità, guadagnata sul campo, in ambito sanitario, per essere di aiuto a quella parte dell’istituzione
    Italia chiamata Calabria o meglio sanità calabrese?” La risposta dell’uomo delle istituzioni, in questo caso
    era facile: “non le ho; non posso essere utile alla sanità calabrese”.
    Oggi il decreto Calabria bis offre al commissario ad acta un potere straordinario, avendo sottratto al
    Governatore regionale la nomina dei commissari, con funzioni di direttori generali, l’effettuazione di
    acquisti e appalti, prima di competenza della SUA (Stazione Unica Appaltante) e il sistema informativo
    sanitario regionale, fondamentale per sapere e far sapere, prima alle dirette dipendenze del governatore.
    Per scegliere nove commissari, uno per ogni azienda sanitaria, (meglio otto se si accorpano le due aziende
    ospedaliere di Catanzaro, destinate a fondersi) ossia otto manager e valutarne l’operato poi, occorre un
    super manager sanitario, non un poliziotto. Di poliziotti, per assicurare alla giustizia latitanti o delinquenti,
    in Calabria ne abbiamo già di ottimi. Come non avevamo bisogno di un generale che in una lettera aperta
    inviatagli alcuni mesi dopo la sua nomina, avevo invitato a dimettersi per manifesta incompetenza nel ruolo
    di commissario alla sanità.
    Anche oggi nessun calabrese ha alzato la voce per difendere la sua terra. Tutti, o quasi, don Abbondio.
    Il procuratore Gratteri in due trasmissioni de La 7 aveva tracciato il profilo del commissario per la sanità
    calabrese. “Un manager, meglio se un calabrese che ha dovuto lasciare la sua terra con una valigia di
    cartone e che dopo essersi fatto una solida esperienza in altre regioni desidera tornare in Calabria per
    essere utile alla sua terra d’origine”. Parola più, parola meno. Non un poliziotto. Eppure la vulgata calabrese
    ripresa da un giornalista de Il Fatto Quotidiano a una trasmissione sempre de La 7 (“si scrive Longo, si legge
    Gratteri” le sue parole) sostiene che il dott. Longo sia stato indicato proprio dal procuratore di Catanzaro.
    La sindrome di don Abbondio resiste a ogni evidenza. C’è sempre qualcuno sul quale scaricare le
    responsabilità.
    Ora, dice il saggio “se sai sei, se non sai sei degli altri” il prefetto Longo non sa (in management sanitario)
    dobbiamo solo capire di chi altri sarà. Chi deciderà per lui o lo influenzerà nelle sue scelte e decisioni, non
    avendo egli le competenze per prenderle autonomamente?
    Nella meno peggiore delle ipotesi sarà il tavolo interministeriale romano e il neo commissario ne subirà le
    decisioni senza capacità di valutarle. Ma siamo sicuri che a Roma interessi veramente la Calabria? Ogni
    tentativo di organizzare una squadra per mettere le mani sul debito pregresso di Reggio Calabria non ha
    avuto appoggio dal ministero dell’economia, anzi. Le assunzioni indispensabili per attivare i posti letto
    ospedalieri autorizzati dagli stessi ministeri affiancanti sono state bocciate o dilazionate dallo stesso tavolo,
    vero esempio di strabismo gestionale. Anche il turnover non è stato applicato a dovere lasciando medici,
    infermieri, oss e gli altri specialisti in grosse difficoltà, aggravate dall’epidemia da corona virus. Senza il
    personale adeguato non si possono far partire nuovi servizi e i calabresi dovranno continuare ad andar in
    altre regioni. Grazie alle assunzioni del 2016-2018 sono stati attivati numerosi nuovi servizi, che hanno
    consentito di risparmiare oltre cinquanta milioni di euro nel 2019-2020 per mobilità passiva (i dati arrivano
    sempre due o tre anni dopo) evitando in proporzione il disagio sociale per malati e famiglie. Ma questo al
    MEF poco interessa. Il minor costo per la Calabria è pareggiato dalle minori entrate delle altre regioni. La
    sommatoria è sempre pari a zero e il costo sociale non viene calcolato.
    Nel peggiore dei casi, invece,nel vuoto lasciato dall’incompetenza si infileranno tutti coloro che
    approfittando anche di dipendenti poco attenti, faranno man bassa delle risorse pubbliche.
    L’ultimo esempio in ordine di tempo, la sentenza del Consiglio di Stato N. 06936 pubblicata l’11 novembre,
    che ha ribaltato a favore dei privati la precedente sentenza del TAR del 2018, semplicemente perché
    nessuno ha difeso la Calabria, né il commissario che non si è neppure costituito, nonostante un sollecito
    dello stesso CDS, né la regione Calabria che si è addirittura schierata dalla parte del privato.
    E c’è ancora chi si erge a paladino della legalità! Come ho già scritto in altre occasioni non esiste legalità
    nell’incompetenza. A priori.
    Abbiamo perso due anni il 2019 e il 2020 nello sviluppo della sanità calabrese e siamo condannati a
    perderne altri perché lo stato, che avrà pure un nome e un cognome, ha chiamato e l’uomo delle istituzioni
    ha risposto. Si.
    Massimo Scura