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    Gianfranco Jannuzzo

    Reggio – La coppia Jannuzzo-Caprioglio stregano Catona Teatro

    di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Ritornano con un testo teatrale spumeggiante e leggero con gag e momenti di sincera ilarità grazie a personaggi che “buttano dentro” la trama il pubblico stregato dalla bravura di un cast coordinato e coeso, la coppia Jannuzzo-Caprioglio con la commedia “Alla faccia vostra” di Pierre Chesnot, secondo appuntamento della kermesse artistica “Catona Teatro” della Polis Cultura, andata in scena ieri sera nell’incantevole arena “Neri”. Una storia di equivoci del “morto che resuscita” e “muore una seconda volta” che vede tra i protagonisti l’eclettico Gianfranco Jannuzzo e la seducente Debora Caprioglio impegnati a tenere in piedi uno spettacolo nel quale dimostrano di esser convincenti in ruoli ludici come drammatici. Nella parte di “faccendiere” un po’ sprovveduto che cade in disgrazia ma con uno stratagemma riesce a ricevere il salvagente di 2 milioni di euro dal finto finanziere che cerca di sedurre la moglie dello pseudo morto, Gianfranco mostra per quasi due ore di spettacolo, la perfetta sintonia con l’amica Debora ormai rodata da tanti anni di collaborazione professionale. La Caprioglio è convincente nella parte di oca dalla furbizia contadina che grazie a curve e finta ingenuità di povera vedova cattura gli applausi del pubblico. L’attrice ben si cala nel ruolo e dimostra una crescita professionale che non passa in secondo piano. Insieme, Gianfranco e Debora conducono gli spettatori in un ambiente dove i continui colpi di scena, gli intrighi, i sotterfugi, gli equivoci, l’ipocrisia per l’accaparramento dell’eredità dello scrittore defunto, mettono in evidenza la meschinità e la pochezza dell’animo umano. Ma, invece di indignarsi per queste bassezze esistenti nella vita dell’uomo, lo spettatore viene catturato in maniera positiva dalla spinta di comicità proposta dall’interpretazione dei vari personaggi che si avvicendano con entrate ed uscite a ripetizione, dalle quinte al palcoscenico.
    “Un evento tragico darà inizio al balletto di ipocrisia, avidità e cinismo dei parenti-serpenti del defunto – ci racconta Jannuzzo prima di salire sul palco – La commedia mostra come un’eredità contesa, pretesa ed accaparrata possa essere mezzo della giustizia divina. I congiunti infatti, non saranno annientati ma i loro comportamenti non resteranno impuniti. Insomma, è una commedia corale, è il gioco scenico che crea il divertimento”.
    Sul palco, tutta la troupe di attori è ben coordinata grazie anche alla regia di Patrik Rossi Gastaldi che sceglie di proporre l’ambientamento della commedia e dei suoi personaggi nell’Italia dei giorni nostri con una scenografia semplice e signorile nel salotto di casa Bosco: un divano, uno scrittoio, due porte, una libreria e il carrello dei liquori. Promossi a pieni voti, Debora e Gianfranco insieme a tutto il cast dove tra gli altri spicca l’attore di Belvedere Marittimo Antonio Fulfaro particolarmente raffinato nel suo ruolo di becchino un po’ sui generis, sono stati capaci di scrivere un’altra bella pagina nella storia dello spettacolo italiano ad alto livello. E poi, la morale amara, quella del rapporto tra l’uomo e il denaro, raccontata da Jannuzzo in un monologo ben inserito sul finale che incassa l’accorato applauso di un pubblico letteralmente travolto dalla storia.
    “Come mai quel piccolo Lucetto è diventato un uomo che specula sulla morte di un vecchio, porco quanto ti pare, ma sempre un vecchio. Qual è la causa di questo naufragio? Non le donne, non la gloria, non l’ambizione ma il danaro, il padrone, il Dio. Lui detta la sua legge e noi obbediamo. Sta dappertutto, dentro tutte le cose il danaro e ci fa stare a quattro zampe, vedere gli zeri di tutti i colori che passano come stelle cadenti, ci obbliga a fare un sorrisino ai potenti quando invece avremmo voglia di strangolarli. Ci rende arroganti quando ne abbiamo tanto e vigliacchi se ne abbiamo poco, fa montare le barricate di quelli che ne hanno troppo contro quelli che ne hanno poco. Il danaro l’unità di misura assoluta che ci fa barattare affetti, cancellare amicizie, ci fa tentare la fortuna, non ci fa vedere quella che già ci appartiene. Il danaro che ci fa sganasciare dalle risate, che rende felici, tristi, disumani, ecco la bestia immonda che ha ucciso i sogni di quel bambino. Questo danaro, io lo odio”.
    Urla Gianfranco inchinandosi al suo pubblico alzatosi in piedi per applaudire quella amara ma condivisa realtà.