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    Massimo Dapporto - Catonateatro (1)

    Reggio – A Catona Teatro Dapporto è un meraviglioso “borghese piccolo piccolo”

    di Grazia Candido – (foto Antonio Sollazzo) – Un capolavoro del passato, ripreso prima cinematograficamente da Monicelli e oggi, dall’arguto regista Fabrizio Coniglio che con “Un borghese piccolo piccolo”, romanzo di Vincenzo Cerami, ieri sera a Catona Teatro ha davvero lasciato il segno. Un ritratto di agghiacciante attualità che, nella prima parte, regala al pubblico momenti di comicità a tratti esilarante per poi ricomporre il tutto e lasciare spazio nel finale ad una triste realtà. Nei panni del protagonista Giovanni Vivaldi, uomo dalle umili aspirazioni che cerca il modo per far ottenere al figlio Mario un posto nello stesso Ministero in cui lavora da 30 anni, il magnetico Massimo Dapporto che supera brillantemente la sfida di quel ruolo che al cinema fu di Alberto Sordi anche se “non intendevo mettermi a confronto con lui” – ci rivela prima di salire sul palco l’attore.
    Il Ministero rappresenta per il protagonista una garanzia per il futuro del figlio e da lì parte la ricerca disperata di una “scorciatoia”, in questo caso rappresentata dalla Massoneria, per garantirglielo. Il giorno del concorso il ragazzo però, è accidentalmente ucciso durante una manifestazione e la reazione del padre è terribile. Vivaldi è un uomo meschino e debole, allo stesso tempo è cattivo e aderendo alla Massoneria pur di sistemare il figlio, rispecchia una fragilità umana nata da quelle “insane” aspirazioni, dallo spasmodico desiderio di raggiungere i propri obiettivi raggirando però le regole che una società democratica e civile impone.
    “A volte, la giustizia non ci appaga e ci rende disumani – afferma Dapporto – Il mio personaggio dà segnali di cattiveria assoluta a differenza di quello di Sordi e i panni che indosso sono nuovi, nemmeno usciti dalla tintoria. Quando avrò finito, li appenderò sperando ci sia un altro che prima o poi li rindossi. Ho rivisto il film di Monicelli ma non imito Sordi. Non temo il confronto e non lo dico per superbia: i personaggi non sono proprietà di un attore, per grande che sia, ma sono abiti che, a film o a commedia finiti, l’interprete ripone in un armadio con l’augurio che qualcun altro, dopo la sua scomparsa, lo indossi in modo degno”.
    E Dapporto non solo li ha portati con grande stile quegli abiti ma non li riporrà subito perché grazie al regista Coniglio “questo è un grande classico dell’italianità in tutti i suoi vizi e noi ci innamoriamo pure dei vizi”.
    “La vita è più grande della corruzione e ne prendiamo atto quando accade qualcosa di imponderato, come la morte accidentale di un figlio – aggiunge il deus ex machina Coniglio – Questo nostro arrampicarsi italiano quotidiano a discapito di tutto e di tutti, della democrazia, dell’onestà, del talento, perché la corruzione uccide il talento e se fosse una società fondata sul talento saremmo tutti uguali, ci toglie quella parte pura e sana che, invece, dovremmo preservare. Spesso, la mediocrità ha bisogno della corruzione e alla fine, non riuscendo ad ottenere ciò che si vuole ci si fa giustizia da sé. Come fa Giovanni”.
    La “scorciatoia” o la “raccomandazione”, come si voglia chiamare, oggi è avvertita dalla nostra società come qualcosa di necessario, quasi obbligatorio, per sopravvivere. Tra i giovani e non solo, si è affermata la convinzione che non siamo tutti uguali di fronte alla legge e nelle pari opportunità di emancipazione sociale ed economica. Da qui, l’esigenza sbagliata di chiedere l’aiutino per lavorare, superare gli esami all’università, a scuola, anche per fare un semplice corso gratuito. Più volte, gli attori sono interrotti da applausi che mostrano il gradimento per un grande romanzo, una tragicommedia tremendamente ancora attuale che ha visto accanto a Dapporto, un cast eccellente composto da Susanna Marcomeni, Matteo Francomano, Roberto D’Alessandro e Federico Rubino. Il finale è particolarmente forte perché Giovanni si abitua alla “nuova” vita senza il figlio ma non dimentica l’assassino che torturerà facendosi giustizia da sé. Solo quando ha colmato la sua sete di vendetta, Giovanni ritorna alla sua vecchia vita, convinto di avere finalmente il cuore un po’ più libero da quell’atroce dolore che lo ha portato a credere che “i criminali non muoiono per mano della legge ma muoiono per mano di altri uomini”.