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    RC, si parla di legalità nella seconda tavola rotonda della biennale dell’economia cooperativa

    Parlare di “legalità” come precondizione per lo sviluppo è molto suggestivo soprattutto quando si parla di economia a Reggio Calabria, dove “rispettare le regole” significa prima di tutto respingimento della ‘ndrangheta e della logica mafiosa. Alla legalità, Legacoop Calabria – nella città dello Stretto per festeggiare i suoi 40 anni con la Biennale dell’economia cooperativa – ha dedicato la seconda tavola rotonda organizzata nell’ambito della due giorni inaugurata questa mattina al Museo archeologico nazionale con il taglio del nastro della foto-mostra itinerante sulla cooperazione in Calabria. La tavola rotonda sul tema “Legalità, lo sviluppo passa da qui” – nell’Auditorium “Calipari” del Consiglio regionale – è stata coordinata da Marco Omizzolo e Claudio Cordova, che hanno saputo stimolare i relatori e la platea alla ricerca di riflessione e consapevolezza, a partire dalla necessità “di persone perbene che si mettono insieme per contrastare la mafiosità” e nello stesso tempo della incisività dello Stato nella società perché “i cittadini hanno bisogno di esempi e risposte concrete.

    Come si muove la ‘ndrangheta che si approccia all’economia? “Parliamo di una vera e propria holding – evidenzia il presidente della commissione contro la ‘ndrangheta in Calabria, Arturo Bova – che registra 44 miliardi di fatturato, una ‘ndrangheta che ha cambiato pelle. Oggi la ‘ndrangheta ha commercialisti, professionisti, per non parlare dei figli dei mafiosi che studiano nelle migliori università del mondo. Non dimentichiamo che l’80 per cento del flusso di cocaina in Europa passa dal porto di Gioia Tauro. La ‘ndrangheta, infatti, solo una caratteristica non ha mai perso: il controllo del territorio”. Però è velleitario – sostiene ancora Bova – parlare di start-up se con si considera anche il ruolo delle banche che “chiudono i rubinetti e non concedono credito”. Dal presidente del consiglio regionale della Calabria, Nicola Irto, arriva il ringraziamento scritto a Legacoop “per l’impegno profuso per il riscatto della società, anche ponendo l’attenzione sull’inscindibile collegamento che esiste tra sviluppo socio economico e legalità. Imprescindibile, prima di tutto, per il processo virtuoso di crescita che deve puntare da un lato su denuncia e ripudio della ndrangheta e dall’altro sulla costruzione delle opportunità per dare lavoro”. E’, quindi, fondamentale aggiornare gli schemi conoscitivi delle mafie per “percepirne profondamente l’evoluzioni, per poterli anche anticipare ed individuare le risposte culturali e sociali da proporre”. Gianni Pensabene, portavoce del Forum del Terzo settore della Calabria rispolvera uno slogan che risale a 40 anni fa proprio per dimostrarne l’attualità “lottare per restare, e restare per costruire”. “Troppe volte nelle conferenze c’è chi parla bene e razzola male, fino a quando non si supererà questo tipo di situazione rispetto alla legalità che si applica da quella che si predica – dice Pensabene – ma si può migliorare proprio facendo rete: lottare insieme e crescere insieme nel terzo settore è una prerogativa per andare avanti. Ed in Calabria abbiamo capito quanto è importante, ci stiamo organizzando per farlo”. La parola d’ordine deve essere “contrasto sociale dal basso”, e la cooperazione diventa fondamentale. La domanda che sorge spontanea, e sono tante le sollecitazioni che arrivano da Cordova e Omizzolo: quale ruolo ha la società civile in tutto questo? La ‘ndrangheta resta un fenomeno relazionare, non è semplicemente una ‘banda armata’, in questo qual è ruolo della società civile? Cerca di dare una risposta la sociologa Pina Sodano che ricordando anche il ruolo delle mafie straniere parla di “elementi che si intrecciano. Mai come oggi c’è bisogno di parlare di legalità all’interno delle Università, solo così riusciremo davvero ad agire dal basso, vale a dire dalla parte attiva della società”. Conoscere per capire, insomma, un passaggio fondamentale per questo è “aggiornare i nostri schemi interpretativi”.

    “Il sistema dell’impresa è colpito da molti fattori, ovviamente per questo territorio incide negativamente la ‘ndrangheta, ma non è solo questo aspetto a frenare lo sviluppo. Incide ad esempio un sistema squilibrato che crea quella anomalia patologica che è la corruzione – mette in rilievo Claudio Liotti della presidenza di Legacoop Calabria – un costo enorme per il sistema Paese, un costo non solo economico ma anche di cultura dell’agire e del tessuto democratico in cui il tessuto di impresa deve crescere e resistere”. Liotti chiama in causa anche la Regione Calabria, richiamando in particolare la necessità di una legge su i beni confiscati, come sa bene “Libera” che agisce sui beni confiscati e su quelli che possiamo definire “territori di frontiera”. Importante, quindi, la testimonianza di don Ennio Stamile, referente regionale di Libera Calabria che, prima plaude a Legacoop per aver scelto il Museo archeologico nazionale quale luogo dove sviluppare questa importante iniziativa. Una scelta che ha posto l’accento sulla “bellezza”. La bellezza che, come diceva Peppino Impastato – ricorda don Stamile – è “un’arma contro la paura, l’omertà e la rassegnazione. Oltre al ringraziamento per il luogo che invita all’educazione alla bellezza, si estende anche alla scelta di ragionare su un binomio inscindibile come quello tra legalità e sviluppo”. Di legalità si parla anche troppo, e “più si parla di legalità più aumenta la corruzione, è un paradosso – ammette don Stamile – ma la legalità è un valore che non si può improvvisare, così come lo sviluppo o è sostenibile, o non è sviluppo”. Secondo il rappresentante di Libera, inoltre, c’è poca conoscenza della gestione dei beni confiscati proprio a livello locale. E si tratta di uno degli aspetti della legge di riforma del codice antimafia del 2011, così importante proprio per aspetti come le aziende confiscate e poi destinate, o il destino dei lavoratori incolpevoli. Una legge fondamentale che “non è ferma, procede con lentezza in Senato, dopo l’approvazione alla Camera nel 2015”.

    Il deputato Davide Mattiello, membro della commissione parlamentare antimafia, parte proprio da qui: dalla legge di riforma del codice antimafia e dall’audizione fiume di ieri con il procuratore De Raho. “Fuori da ogni retorica sono convinto che nel movimento cooperativo stiano enzimi fondamentali per vincere la battaglia di cui stiamo parlando – esordisce Mattiello –. Dalle inchieste mosse dalla Dda di Reggio Calabria che incrociano ad altre inchieste nazionali, emerge con forza la parola “sicurezza”. Una parola importante nella vita di tutti noi. ‘Sicurezza’ significa prevedibilità delle condotte, soddisfacimento delle proprie aspettative, così come è il contrario di paura e terrore, il contrario di precarietà. Di fronte alla parola ‘sicurezza’ ci troviamo di fronte ad un bivio che riguarda tutti quanti noi: da una parte c’è la realizzazione della sicurezza attraverso l’appartenenza al gruppo, dalla forza del gruppo a cui si appartiene”. Questo gruppo può essere individuato con un aulico “noi” o un più infausto “clan, cosca”, “quindi vogliamo una sicurezza che si attua attraverso l’appartenenza al gruppo o attraverso una legge che tutela tutti attraverso il rispetto delle regole, a partire dall’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, e non già dall’appartenenza. Non a caso la nostra costituzione è antifascista e quindi antimafiosa. Su questo bivio ci giochiamo molto di questa battaglia contro la ‘ndrangheta. Perché i “mafiosi” – e uso questo termine omnicomprensivo – sono i maestri di quel paradigma che vuole la sicurezza attraverso l’appartenenza al gruppo”.

    Ci sono enzimi molto fertili che partiranno proprio dal Sud Italia, rilancia la sociologa Pina Sodano: il cambiamento è in atto, basta soltanto essere positivi e non vedere solo gli aspetti negativi dei fenomeni. La Legacoop è presidio, è legalità, rimarca Liotti: “Se a questa quotidianità di azioni si danno le condizioni per far agire e operare nella tranquillità, faremo un grande passo in avanti”.

    E Mattiello rivolge un appello proprio al mondo della cooperazione “come pungolo e stimolo alla politica”. “Verifichiamo i nostri modelli organizzativi, ognuno per il proprio ambito: cerchiamo di capire fino a che punto rafforzano il NOI emancipando l’Io. La seconda e ultima sollecitazione che diventa un e auspicio: facciamo in modo – conclude Mattiello – che il nostro impegno attraverso l’organizzazione del sociale non pensi mai allo Stato come un interlocutore. Lo Stato non è un interlocutore a cui porre domande e rappresentare bisogni. Lo Stato è ciascuno di noi, dire questo non è retorica: è una affermazione da cui discende l’impegno operativo e preciso di educare a fare politica. Percepire l’attività politica come necessaria e non come negatività, non delegare la rappresentanza serve a salvaguardare la democrazia. Ci vuole un grande coraggio culturale a garantire la democrazia come via non violenta alla gestione del conflitto. Superare questo gap significa chiudere le porte alle mafie”. Uno Stato che dipende da ciascuno di noi e non da qualcun altro, insomma, per quello che si chiama ‘bene comune’.

    A chiudere i lavori della prima giornata della manifestazione, la presidente di Legacoop, Angela Robbe: “Economia, legalità e legalità declinata sulla migrazione. Abbiamo scelto di discutere di questi tre temi che impegnano non solo nell’ascolto ma anche nel dopo, costituirsi parte civile non significa semplicemente farlo nei processi, ma nella vita. Non è semplice, ci proviamo, ci prendiamo la nostra responsabilità. Prima di tutto combattendo la mafia e la cultura mafiosa”.

    La Biennale dell’economia cooperativa continua domani alle 9.30 con la presentazione dei progetti e la premiazione Coopstartup, dialogo tra nuovi cooperatori, Università, Investitori istituzionali e Istituti di credito. A seguire – alle 11.30 – la tavola rotonda sull’Immigrazione: la ricerca dell’equilibrio tra etica, diritti, cittadinanza ed economia.