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    Carcere Arghillà

    Riportare l’istituto di Arghillà alla sua destinazione originaria

    Doveva rappresentare una casa di reclusione, quella di Arghillà, per detenuti definitivi con lunghe pene che in provincia di Reggio non esisteva. In quanto casa di reclusione erano stati pertanto previsti al suo interno spazi per le lavorazioni e per le attività’ trattamentali. Inoltre, con l’utilizzo del terreno circostante si ipotizzava l’ attivazione di una piccola azienda agricola e zootecnica e quindi programmi finalizzati al recupero ed all’inserimento lavorativo del detenuto. Questa destinazione iniziale nei fatti non è’ stata rispettata. L’istituto e’ diventato da subito casa circondariale ed ospita nella stragrande maggioranza detenuti inattesa di giudizio, molti provenienti addirittura da altre regioni. Insomma, al momento, la sua destinazione originaria non sembra sia stata rispettata. “È’ prevalsa l’esigenza della Magistratura – spiega Mario Nasone, ex direttore dell’Uepe – di avere a disposizione gli imputati e svolgere le attività’ di indagine e processuali previste, a scapito della funzione trattamentale che l’istituto doveva svolgere e che  resta pertanto senza risposta. Soprattutto non si è data risposta al principio della territorialità della pena cioè l’opportunità per un detenuto di scontare il suo debito il più possibile vicino al proprio ambiente di origine”. “I contatti con l’ambiente esterno invece – continua Nasone – sono determinanti sotto diversi aspetti. Innanzitutto garantiscono due diritti fondamentali: l’affettività e il reinserimento sociale. Un cittadino condannato in via definitiva, allontanato dal suo contesto socio-economico e culturale, perché trasferito in un’altra regione, subisce una forte limitazione di entrambi. Non a caso dunque la legge sull’ordinamento penitenziario stabilisce che i trasferimenti dei detenuti devono essere disposti favorendo ‘il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie’, anche perché i familiari, specialmente i figli, non sono in alcun modo responsabili di eventuali reati commessi dai loro genitori. Anche loro vantano dei diritti come quello di poter avere relazioni affettive con il genitore recluso”. Per l’ex direttore dell’Uepe “servirebbe pertanto riportare almeno in parte l’istituto alla sua destinazione originaria con una rimodulazione che tenga conto delle esigenze processuali ma anche del diritto dei detenuti e delle loro famiglie. Si potrebbe pertanto prevedere una sezione penale di reclusione per condannanti definitivi a lunghe pene e per reati comuni escludendo quelli associativi e di mafia e l’avvio per loro di un programma di attività’ lavorative, di istruzione e culturali in grado di contrastare la recidiva. Si dovrebbe contestualmente evitare di trasferire ad Arghillà soggetti provenienti da altre regioni e quindi quelle forme di turismo giudiziario che caratterizzano il sistema penitenziario per cui i calabresi vanno al centro nord e magari i campani ed i pugliesi arrivano in Calabria. Serve, quindi, una richiesta al Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria, ndr) di volere rivedere la tipologia dell’istituto con la possibilità’ quindi di offrire agli operatori penitenziari la possibilità’ di potere svolgere pienamente il proprio mandato istituzionale che impone un servizio finalizzato alla rieducazione ed al reinserimento lavorativo e sociale del reo”.
    “Quando fu aperto il carcere di Arghillà – aggiunge Maria Carmela Longo, direttrice del carcere di San Pietro e dello stesso istituto di Arghillà – la scelta dell’amministrazione fu quella di destinarlo in prima battuta per i detenuti di media sicurezza e con particolari caratteristiche (persone con condanne definitive, senza problematiche di natura sanitaria, senza infrazioni disciplinari, ecc). I detenuti, però arrivarono da tutta la regione perché inizialmente furono aperte due sezioni. Nello stesso periodo nelle carceri di San Pietro si registrava un affollamento spaventoso, inaccettabile, oltre alla circostanza che la struttura carceraria di via san Pietro non aveva la possibilità di recepire, accogliere gli arrestati. Quindi – sottolinea la direttrice – per tutte le operazioni delle forze dell’Ordine che riguardavano più di 5 soggetti, uno restava a San Pietro mentre gli altri venivano distribuiti nelle carceri della provincia con un evidente spreco di risorse. E quindi l’amministrazione, a cavallo tra il 2013 e il 2014, ha aggiustato il tiro con alcune decisioni: San Pietro ospita solo detenuti di alta sicurezza (416 bis ecc), mentre Arghillà viene destinato come istituto di media sicurezza con una sezione che rimane per i detenuti già condannati a pene definitive, per la maggior parte del reggino; l’altra sezione diventa casa circondariale media sicurezza e quindi riceve gli arrestati o chi è impegnato in udienza a Reggio Calabria”. “Ci sono regioni in Italia che registrano uno stato di sovraffollamento (Sicilia, Campania e Puglia), a fronte di altre definite dal ministro ‘virtuose’, come la Calabria, nel senso che si sono aperti carceri e sezioni, cosa che non hanno fatto le altre regioni. Ed a fronte di un incremento di detenuti ecco gli istituti calabresi, compreso quello di Arghillà  diventano facilmente luoghi in cui collocare i detenuti per i quali si ravvisa una certa difficoltà di collocazione: a febbraio il terzo piano era tutto occupato con detenuti alta sicurezza, cambiando destinazione: prima era media adesso è anche alta sicurezza. Altri detenuti di alta sicurezza provenienti da Sicilia Campania e Puglia con condanna definitiva per reati di riprovazione sociale sono stati mandati recentemente ad Arghillà ad occupare la sezione di 50 posti. A fronte dell’emergenza sovraffollamento, e per garantire quindi le misure standard europee dei metri quadri pro-capite per ogni singolo detenuto, si sono adottati provvedimenti che di fatto determinano scelte pressoché forzate e lontane dall’obiettivo originario, quello di ricevere ad Arghillà detenuti di media sicurezza della provincia di Reggio Calabria”.
    Domenico Grillone