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    Carceri, spunta detenuto scafista. Longo: “A Reggio meno sovraffollamento”

    di Domenico Grillone – Alto tasso di sovraffollamento, presenza massiccia di tossico-dipendenti, mancanza di spazi minimi di vivibilità previsto dalla legge ed un trattamento rieducativo spesso carente. Sono solo alcune delle tante criticità che affliggono le carceri italiane. Ma leggendo i dati di qualche settimana addietro, estrapolati dal XII rapporto dal titolo “Galere d’Italia” ed elaborato dall’Osservatorio di Antigone, l’associazione politico-culturale a cui aderiscono prevalentemente magistrati, operatori penitenziari, studiosi, parlamentari, insegnanti e cittadini che a diverso titolo si interessano di giustizia penale, si evince che i mali peggiori delle carceri italiane denunciati dal rapporto toccano solo marginalmente, ed in alcuni casi per nulla, gli istituti penitenziari calabresi ed in particolare le carceri reggine. Le strutture carcerarie calabresi, infatti, (al 31 marzo 2016 il numero dei detenuti ammontava a 2.405 per 2661 posti), assieme a quelle del Trentino Alto Adige e dell’Umbria, appaiono quelle più idonee in Italia a garantire ai detenuti gli spazi minimi di vivibilità. Pochi anche i tossicodipendenti che nel resto d’Italia, invece, rappresentano un problema di non poco conto. Fenomeno nuovo, invece, e questa volta si, tutto reggino, è la figura dello scafista: una nuova tipologia di detenuto, figlia dei tanti sbarchi avvenuti in città, la cui presenza comincia a farsi notare nel carcere di Arghillà
    Ma a confermare la situazione “ottimale” delle carceri reggine, almeno per quanto riguarda i punti di maggiore criticità denunciati dal rapporto di Antigone, è la stessa direttrice, la dottoressa Maria Carmela Longo. A lei, infatti, abbiamo posto una serie di interrogativi sulla situazione della casa circondariale G Panzera di via San Pietro e quella di Arghillà.

    In una regione italiana su due, secondo i dati forniti dallo stesso ministero della Giustizia e relativi alla situazione carceraria al 31 dicembre 2015, le carceri italiane continuano a non garantire ai detenuti lo spazio minimo di vivibilità previsto dalla legge. Com’è la situazione nelle carceri di Arghillà e G Panzera?
    “Rispetto alle altre regioni italiane, la situazione dei due istituti penitenziari reggini può definirsi ottimale. Basti pensare che ad oggi le carceri di via San Pietro registrano una presenza di circa 180 detenuti a fronte di una capienza di quasi 300 posti, calcolati sulla base dello standard minimo pro capite previsto dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa. Anche per quanto riguarda Arghillà il sovraffollamento non rappresenta un problema rispetto alle altre carceri italiane”.
    Quanto incide il tasso di sovraffollamento sull’effettiva rieducazione del detenuto?
    “E’ vero che i grandi numeri, a fronte di un uguale mantenimento del livello di personale in servizio, rallenta l’attività rieducativa. Ma tutto questo non va ad incidere sulla sostanza perché si tratta solo di un rallentamento. Personalmente ritengo che il sovraffollamento non ha mai costituito un impedimento al percorso di rieducazione laddove il primo requisito è l’adesione del detenuto allo stesso percorso. La rieducazione prescinde dallo spazio fisico, si tratta di una scelta ideologica, di stile di vita. E’ chiaro che, se a fronte del sovraffollamento il personale rimane lo stesso o le risorse diminuiscono è evidente che il processo viene rallentato”.
    L’anomalia tutta italiana di un sistema penitenziario in cui più del 40% delle persone in carcere sono detenuti in attesa di giudizio si evince anche nella situazione delle carceri reggine?
    “Anche per quanto riguarda questo aspetto, le carceri reggine non rientrano nei parametri nazionali: San Pietro, proprio perché collegato con l’aula bunker, ospita quasi esclusivamente detenuti imputati, impegnati per ragioni di giustizia. E’ evidente che si tratta di detenuti imputati che dopo il processo vanno via, in altri istituti. In un territorio come quello reggino, caratterizzato da numerose operazioni di polizia, il primo obiettivo rimane la celebrazione dei processi. Obiettivo che può essere garantito proprio grazie alla presenza del collegamento interno con l’aula bunker che consente di risparmiare uomini, mezzi e risorse. San Pietro, quindi, è destinato quasi esclusivamente a ricevere gli arrestati e garantire la presenza dei detenuti in udienza. Qui esiste un turn over continuo che, tra l’altro, non consente di programmare attività a lungo termine”.
    E le carceri di Arghillà
    Si tratta di casa circondariale del circuito media sicurezza: riceve gli arrestati e chi deve partecipare ai processi. Una sola sezione è destinata ai detenuti con sentenza definitiva. Ma c’è una ragione della misura ridotta dei detenuti con sentenza definitiva ed è riconducibile ai benefici delle misure alternative previste dalla nostra legislazione. Molte persone già condannate in via definitiva non entrano neanche in carcere perché accedono ai benefici direttamente dal loro stato di libertà.
    In che misura sono presenti opportunità di lavoro e formazione che, per legge, dovrebbero essere obbligatorie per tutti i detenuti condannati come elemento fondamentale per costruire il reinserimento sociale alla fine della pena?
    Tutta la struttura penitenziaria va avanti con il lavoro prestato dai detenuti: dai servizi di pulizia, lavanderia, alla cucina, manutenzione ordinaria del fabbricato e, in casi particolari, anche per la manutenzione straordinaria. Basti pensare che buona parte della ristrutturazione del carcere di Via San Pietro è stata realizzata attraverso lo strumento del lavoro dei detenuti. Un lavoro retribuito con i due terzi della paga sindacale e con tutti i benefici di legge. Diverso il discorso per la formazione, proprio perché il Pansera, essendo un istituto che ospita quasi esclusivamente detenuti impegnati in attività processuali non consente una programmazione di qualunque attività a lungo termine. Per Arghillà, invece, la situazione è differente: sono state avviate numerose attività e recentemente sono stati approvati, e stanno quindi per partire, due corsi professionali finanziati dalla Provincia.
    Quanto incide nelle carceri reggine la presenza di persone con problemi di consumo o abuso di sostanze stupefacenti o per violazione della normativa sulle droghe, dal momento che, secondo dati recenti del Consiglio d’Europa, il 38,4 per cento della popolazione detenuta in Italia è in carcere per questo motivo, mentre in Francia, Germania o Inghilterra questa percentuale è di circa il 15 per cento?
    Anche questo è un problema che sfiora appena le strutture carcerarie reggine: al Panzera ci sono 4, 5 casi di soggetti tossicodipendenti e ad Arghillà i numeri non si discostano di molto da quelli delle carceri di Via San Pietro. Il fenomeno che invece si registra, perlomeno ad Arghillà, è quello dei detenuti di nazionalità straniera: si tratta per la maggior parte dei cosiddetti scafisti, gente coinvolta negli sbarchi dei migranti ed arrestati dalle forze dell’ordine.
    Circa un quarto delle persone detenute in Italia manifesta gravi forme di disturbo psichico. Com’è la situazione a livello locale?
    In questi casi i livelli di intervento sono diversi: esiste quello da parte dell’amministrazione, dotata di proprio personale, psicologi ed educatori, per fronteggiare queste situazioni. Ad occuparsi invece dell’assistenza specialistica in senso stretto è l’azienda sanitaria, perché il servizio sanitario penitenziario è transitato in quello nazionale. E se per il Panzera la dotazione di personale può definirsi ottimale, stesso discorso non può essere fatto per le carceri di Arghillà. L’azienda sanitaria infatti, nonostante l’istituto sia aperto da circa tre anni, non garantisce ancora l’assistenza specialistica, nonostante siano state richieste alla giunta regionale le ore di assistenza. Si ovvia a questa lacuna con modalità sicuramente efficaci ma lunghe e farraginose.
    Diritto all’affettività, al lavoro, all’integrazione rappresentano le nuove sfide del Ministero della Giustizia attraverso gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, un Comitato di esperti nominati dal Ministero della Giustizia, articolato in 18 tavoli tematici composti da operatori penitenziari, magistrati, avvocati, docenti, esperti, rappresentanti della cultura e dell’associazionismo civile. Riguardo questi temi cosa fa l’amministrazione penitenziaria reggina?
    Su questi temi, come amministrazione penitenziaria, soprattutto a livello regionale, crediamo di aver fatto grandi passi in avanti. Intanto tutti gli istituti penitenziari della regione, ed in particolare quelli reggini, sono dotati di sale colloqui senza i muri divisori. Ad Arghillà, ed in misura ridotta anche al Pansera, esiste un’area verde dove effettuare colloqui all’aperto con bambini o anche per stare con animali domestici. Nelle carceri di via San Pietro si sono inoltre realizzate due sale d’attesa, particolarmente gradevoli e a dimensione anche di bambini, per i familiari che, tra l’altro, evitano le file con il sistema della prenotazione dei colloqui attraverso e mail o attraverso il telefono. Sul lavoro abbiamo già parlato, mentre per quanto riguarda l’integrazione si tratta di una sfida abbastanza difficile: un po’ per il contesto territoriale non proprio favorevole, e poi perché l’integrazione non può prescindere dall’adesione di un offerta trattamentale che viene fatta. In ogni caso, se è vero che il carcere stenta a rieducare, sono convinta che il periodo carcerario potrebbe costituire una occasione favorevole nella misura in cui consente alla persona ristretta di riflettere sui propri comportamenti e modi d’essere, proprio per non farlo diventare un tempo inutile e sprecato.
    Riduzione nell’organico degli istituti penitenziari calabresi: le carenze di personale, spiega il Sappe in una recente nota, portano ad un accumulo di congedo e di lavoro straordinario, oltre ad un pericoloso abbassamento del livello di sicurezza. Per il sindacato serve un incremento di personale di almeno trecento unità. Qual è la situazione nelle carceri reggine?   
    Questo, invece, è un problema che riguarda anche gli istituti penitenziari reggini. Un po’ per il blocco delle assunzioni, e quelle poche che ancora si effettuano sono insufficienti per coprire le necessità, e poi perché in Calabria quel poco personale che arriva ha già prestato tanti anni di servizio fuori regione. Per carità, questo non vuol dire nulla ma difficilmente può essere impiegato in alcuni servizi, esistono dei vincoli normativi che lo impongono.

     

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