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    Funzionano misure alternative ma servono più uomini e risorse…

    di Domenico Grillone – Prima di addentrarci nella realtà reggina dell’Uepe (Ufficio di Esecuzione Penale Esterna), c’è da dire che in Italia sono quasi trentamila le persone che stanno scontando una pena detentiva non in carcere. Di questi più di un terzo sono in detenzione domiciliare, circa 12 mila e 500 sono in affidamento in prova al servizio sociale, 6.457 in lavori di pubblica utilità (la quasi totalità è per violazione del codice della strada), 724 in semilibertà. Rispetto al 2009 c‟è stato un raddoppio dell‟uso della detenzione domiciliare solo in parte confortato dalla possibilità di uso di braccialetti elettronici e un aumento significativo di persone affidate al servizio sociale (5 mila in più in sette anni). È invece in contrazione, vicina all’estinzione, la misura della semilibertà, ovvero parte della giornata trascorsa fuori e parte dentro il carcere. La percentuale di revoca di una misura alternativa per nuovo reato commesso durante l‟esecuzione della stessa è dello 0,79 per cento. Fin qui i dati del rapporto Antigone, dal titolo “Galere d’Italia”, che evidenziano come le misure alternative, a fronte di una popolazione carceraria che al 31 marzo ammontava a quasi 54mila detenuti, possano rappresentare una efficace misura non solo per ridurre il problema dei costi (il carcere costa allo Stato 3 miliardi di euro l’anno) e di trattamenti, ma vanno verso l’obiettivo di rieducare il condannato. D’altronde, è lo stesso ministro della Giustizia Andrea Orlando a mostrarsi orgoglioso dei risultati raggiunti. “Gli interventi legislativi verso la decarcerizzazione e la crescita significativa delle pene alternative sono gli aspetti di cui vado più orgoglioso perché modificano le condizioni carcerarie in modo strutturale: se fino a qualche anno fa per ogni 4 detenuti era un solo soggetto a esecuzione penale esterna, ora il rapporto è di quasi uno ad uno”. Ed in attesa del disegno di legge delega del Governo per la riforma dell’ordinamento penitenziario, approvato alla Camera e al momento fermo al Senato, (il disegno di legge contiene tra le altre norme in materia di procedimento di sorveglianza, misure alternative, sessualità e affettività, diritti degli stranieri, nuove regole per i minori, salute), siamo andati a verificare come funziona l’Ufficio reggino di Esecuzione Penale Esterna, partendo dai numeri, cioè i dati riferibili alle misure alternative gestite dal 2010 al 2015 dalla sede di Reggio Calabria. Per quanto riguarda l’affidamento in prova al Servizio Sociale nel 2010 se ne registravano 201; 239 nel 2011; 301 nel 2012; 416 nel 2013, 511 nel 2014 e 547 nel 2015. Le revoche sono state veramente pochissime: 5 nel 2010; 13 nel 2011; 8 nel 2012; 17 nel 2013; 9 nel 2014; 10 nel 2015. Riguardo la detenzione domiciliare, sono state 157 nel 2010; 215 nel 2011; 242 nel 2012; 341 nel 2013; 484 nel 2014 e 455 nel 2015. Anche in questo caso le revoche registrano numeri trascurabili: 9 nel 2010; 18 nel 2011; 12 nel 2012; 8 nel 2013; 15 nel 2014 e 12 nel 2015. Infine la semilibertà, concessa a 23 detenuti nel 2010; 14 nel 2011; 11 nel 2012; 15 nel 2013; 26 nel 2014 e 22 nel 2015: Solo 2 revoche nel 2010; una nel 2011; nessuna negli anni 2012 e 2013; 3 nel 2014 e una nel 2015.
    “Il trend testimonia come dal 2010 ad oggi i numeri siano cresciuti del 100 per cento – esordisce la direttrice dell’Uepe Angela Marcello – e come di converso il dato riferito alle revoche, in rapporto a quello principale, sia in netta diminuzione, ciò a sottolineare la positiva portata delle misure alternative alla detenzione che con il loro contenuto risocializzante alla legalità coadiuvano insieme al resto del Sistema paese alla tenuta ed alla sicurezza e pacificazione sociale”. “La cartina di tornasole del valore delle misure alternative – aggiunge la direttrice – è la recidiva che non raggiunge il 7 per cento tra coloro che hanno scontato una pena in regime alternativo alla detenzione ordinaria”. “Basta questo dato – dice ancora la dottoressa Marcello – per comprendere che le misure alternative vadano incrementate e che questa sia la strada corretta da percorrere per porre rimedio a quella che è stata una emergenza, ormai scongiurata, del sovraffollamento degli istituti penitenziari che ha visto l’Italia condannata per aver contravvenuto all’art. 3 della Cedu (art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo che proibisce la tortura e il trattamento o pena disumano o degradante, ndr). Accanto a questo, le criticità, a partire dalle risorse umane che dovrebbero essere incrementate e che invece sono state immolate sull’altare della spending review”.
    Intanto si è in attesa che la prima di una serie di convenzioni in tema di lavoro di pubblica utilità, sottoscritta dal sindaco Giuseppe Falcomatà e dal presidente del Tribunale Luciano Gerardis, trovi presto attuazione. In sostanza la convenzione prevede la partecipazione dei detenuti a lavori di pubblica utilità per la propria comunità. Il garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio, Agostino Siviglia, presente ad uno dei 18 tavoli degli Stati Generali in materia d’esecuzione penale, ha incassato, su questo tema, gli apprezzamenti del ministro Orlando il quale punta sull’adozione di questo tipo di provvedimenti su tutto il territorio nazionale. Le sfide prossime future punteranno, infatti, su diversi punti: su più risorse umane e finanziarie per gli Uffici esecuzione penale esterna; favorire l‟housing per chi ha avuto problemi penali; rivedere contenuti, criteri e procedure di accesso alle misure alternative alla detenzione, a partire dall‟abrogazione dell‟art. 4bis dell‟Ordinamento penitenziario e dalla rimozione di ogni preclusione all’accesso alle alternative sulla base di presunzioni legali di pericolosità; introdurre il lavoro di pubblica utilità come sanzione penale di comunità; prevedere la concessione delle misure penali di comunità sin dal giudizio nonché la revisione della disciplina penali di comunità per i condannati fino a quattro anni di reclusione.