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“Mala Sanitas” – Ecco gli orrori commessi nel 2010 in reparto di ginecologia a Reggio

23 Aprile 2016
in CALABRIA, CITTA, In evidenza, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 4 minuti
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Mala Sanitas: tutto parte dallo stralcio di un’ indagine sulla cosca De Stefano

di Marina Malara – ORRORE e SGOMENTO. Sono gli stessi inquirenti, magistrati, procuratori e vertici della Guardia di Finanza a manifestare apertamente questi sentimenti umani.  Il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, Alessandro Barbera, non si è trattenuto dal dichiarare che  “in 25 anni di servizio non mi era mai capitato di essere così provato emotivamente per un’ attività di polizia svolta”. E anche il Procuratore della Repubblica Federico Cafiero De Raho, il Sostituto Gaetano Paci, il colonnello delle Fiamme Gialle Luca Cioffi non nascondono certamente il loro ribrezzo di fronte a tali emergenze investigative.“E’ un bollettino di guerra, dice ancora Barbera,  due bimbi morti appena nati, due sopravvissuti ma con danni celebrali permanenti, donne con danni intimi enormi, un aborto procurato senza la volontà della gestante, omissioni gravi nei referti medici  afferenti a problemi molto complessi, distacco del collo dell’utero durante un intervento, omessa tempestiva intubazione di un bambino in asfissia, un utero rimasto nelle mani dei chirurghi in sala operatoria. Eppure, evidenzia il Comandante Barbera, di fronte a tutte queste situazioni, l’approccio dei medici era freddo e distaccato e direi anche irriverente.Eppure questi medici erano tenuti ad adempiere al giuramento di Ippocrate. E’ inaccettabile ciò che è successo. E’ una pagina nera della sanità nel nostro paese e bisognerà porre un rimedio forte”.

In tale quadro, per coprire le responsabilità derivanti dagli errori medici commessi, il personale sanitario procedeva, con varie modalità e sempre d’intesa, a “manipolare” e a falsificare la relativa cartella clinica.  Così, secondo il caso trattato e il bisogno necessario, ora “la si chiuderà e poserà nell’armadio”, ora si provvederà ad alterarla “con bianchetto”, ora si inciderà sulla stessa “con una striatura”, ora si provvederà a introdurre, nella stessa cartella, falsi documenti sanitari, ora a sopprimerne “parti” all’occorrenza, ora si provvederà a confezionarla ad arte, ora infine si ometterà deliberatamente di attestare ciò che si è visto e compiuto durante l’intervento.

Pesantissime anche le parole usate in un passaggio dell’ordinanza: “l’esistenza di una serie di gravi negligenze professionali e di «assoluta freddezza e indifferenza» verso il bene della vita che di contro dovrebbero essere sempre abiurate dalla nobile e primaria funzione medica chiamata «a salvare gli altri» e non se stessi”.

E’ il colonnello Luca Cioffi a raccontare due episodi davvero pesanti. Il primo riguarda il primario facente funzioni che avrebbe fatto abortire la sorella senza il  consenso suo e del marito. Secondo il racconto di Cioffi, il medico, d’accordo con due colleghi, avrebbe provocato il parto prematuro del feto con l’utilizzo di una flebo e di un ovulo, determinando di fatto la morte dello stesso feto. Tutto questo perchè sospettava che il bambino in grembo alla sorella avesse una patologia cromosomica. Aveva già tentato di convincerla ad abortire, ma lei, la madre assieme al marito, avevano deciso di portare a termine la gravidanza, in virtù del fatto che si trattava solo di un sospetto. ma il fratello/ medico ha deciso di fare di testa sua.  “Vedi se puoi fargli cambiare quella flebo – dice al collega nelle intercettazioni –  con una scusa, che non scende”. Il collega gli fa notare che lo potrà fare solo quando non c’è il cognato, ma il medico lo rassicura: “Pure se c’è, tanto non capisce niente. Senza che ti vede nessuno,  gli metti 2/3 fiale di Sint, gliela fai scendere a goccia lenta,così si sbrigherà ed abortirà”. E così sarà. Dopo il raschiamento, il medico, parlando con il collega, dirà: “Un’oretta fa ha abortito; l’ho raschiata… apparentemente non mi sembra che abbia nulla, … l’attaccatura un po’ bassa delle orecchie…”.

L’altro caso riguarda una donna alla  33°settimana di gravidanza che, dopo essere stata soggetta a diversi ricoveri, viene fatta partorire d’urgenza a causa delle sofferenze respiratorie del  bambino, che, di conseguenza, viene  trasferito in Neonatologia. Lì, la dottoressa di turno, non riesce ad intubarlo se non dopo oltre 50 minuti. Aveva infatti sbagliato inserendo il tubo non nelle vie respiratorie, bensì in quelle  digerenti. Oggi il bambino ha 5 anni e vive in stato vegetativo.

Il Maggiore Paolo Nisi racconta altri due casi. Due decessi di neonati. Uno di questi, poche ore prima di nascere, è deceduto a causa di una meningite non diagnosticata tempestivamente. Eppure bastava un tampone vaginale, che venne prescritto ma, di fatto, non effettuato. Per questo motivo è stata manipolata la cartella clinica, fatto desunto da un passaggio di intercettazioni telefoniche: “chiudete la cartella nel cassetto intanto!”. Cartella  nascosta per poi manipolarla.

L’altro decesso avviene anch’esso a distanza di qualche ora dal parto. Asfissia celebrale. Le intercettazioni descrivono il solito meccanismo attuato. Uno dei medici chiede che il suo nome venga eliminato dalla cartella clinica: “Cancellate! Sennò domani strappo la cartella”.

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