• Salvatore Arena - teatro

    Reggio – Il “Cilea” in piedi per “Un granello di sabbia – Gulotta storia di un innocente”

    di Grazia Candido – “La verità é come un diamante, dura e incorruttibile. Bisogna credere nella giustizia anche se questa, a volte, prende vie tortuose. Ma oggi è stata fatta una giustizia giusta”. Lo dice dopo anni di calvari Giuseppe Gulotta, “vittima” di un errore giudiziario che gli ha strappato 36 anni di vita, ben 21 dei quali trascorsi in carcere, la cui storia è stata raccontata ieri sera in un gremito teatro “Cilea” alla rappresentazione teatrale “Un granello di sabbia – Giuseppe Gulotta storia di un innocente” di Salvatore Arena e Massimo Barilla, messa in scena dalla Mana Chuma Teatro all’interno della due giorni organizzata dal “Laboratorio Permanente Esame e Controesame e Giusto Processo” (La.P.E.C.). Una campana in mezzo alla scena, uno sgabello sul quale è seduto un uomo illuminato da una luce che si domanda costantemente “come si conta l’aria?”, quell’aria di tutta la vita che manca, che ingiustificatamente è stata tolta, violentemente sottratta. Sul palco, è lo straordinario attore Salvatore Arena a raccontare la storia di Giuseppe accusato di essere complice dell’omicidio di due giovani militari Salvatore Fancetta e Carmine Apuzzo massacrati il 27 gennaio del 1976 nella piccola caserma dei carabinieri di Alcamo. Giuseppe si professa innocente ma solo dopo un lungo calvario umano e giudiziario viene finalmente ristabilita la verità, mentre rimane un mistero chi abbia assassinato i due carabinieri. Dalla libertà, da quella scanzonata giovinezza, Giuseppe passò alla chiusura del carcere e ricorda bene il primo giorno in cui vi entrò: il 13 febbraio del ‘76 in quel luogo dove “non ci sono regole e codici scritti”. I binari tranquilli di un’esistenza siciliana di un ragazzo diciottenne che abitava ad Alcamo Marina, un piccolo centro nel trapanese, deragliarono all’improvviso e sul corpo dei giovani coinvolti, compreso Giuseppe, sono ancora evidenti i “metodi persuasivi eccessivi” usati all’epoca per far “cantare” Vesco (il testimone chiave che si addossò l’omicidio facendo i nomi di altri ragazzi del paese tra cui Gullotta) e i suoi amici. Giuseppe, urlò con forza sempre la sua innocenza ma nessuno mai gli credette. Tante furono le botte ricevute, (risuonano ancora nella mente le percosse e l’ammissione di colpa per far cessare quella violenza: “vi dico tutto quello che volete, basta che la smettete”),tanta fu la sofferenza passata in carcere in isolamento, troppo fu il dolore di vedere i suoi genitori invecchiati da quel male chiamato “ingiustizia” che aveva colpito una modesta ma onesta famiglia siciliana. Nella testa di questo ragazzino terrorizzato ciò che conta è farli smettere. Non capisce che firmare una confessione può distruggergli la vita. “Quando sono entrato in carcere – racconta l’attore Arena facendosi portavoce di Gulotta – mi sentivo protetto, pensavo che lì non mi avessero più toccato. Niente botte. Ma l’isolamento è qualcosa che mangia dentro. Ti divora l’anima. L’unica mia speranza era il processo, speravo nella ritrattazione di Vesco ma nell’ottobre del ’76, a pochi mesi dall’arresto e dalla confessione, si suicidò in carcere”. Giuseppe sentiva addosso la “macchia” che gli era stata volontariamente attaccata e voleva “lavare il suo nome per farlo tornare pulito”. Non voleva convivere con l’infamia di essere considerato il mostro di Alcamo ma su di lui “pendevano” tre gradi di giudizio, una condanna all’ergastolo diventata definitiva nel 1990 e 21 anni terribili in carcere. Era la fine per Gulotta ma lui non si arrese. La luce della speranza era più forte di ogni sopruso. Giuseppe chiede una prima volta la revisione del processo ma gli viene rigettata, quindi ricorre ancora una volta in Cassazione. Intanto qualcuno ha dei terribili rimorsi di coscienza. È l’ex brigadiere Renato Olino che aveva provato a raccontare quei “particolari” interrogatori soprattutto quello di Vesco.
    “Ogni tanto qualcuno si erge a baluardo, parla e si auto convince che tutto sia semplice come la traiettoria di un proiettile – afferma l’attore Arena – ma la verità va difesa e non è per tutti. La verità non é assoluta va presa di petto e piegata. Chi decide dove comincia il bene e finisce il male? É il voler giudicare per forza che ci sconfigge. Oggi, dopo 36 anni, posso lavare il mio nome che é stato sporcato da una giustizia ingiusta. A Pino gli hanno rubato i giorni, le ore, i minuti ma ora può ricominciare”.
    In piedi, con in sottofondo la voce del giudice che legge la revoca della sentenza di condanna al processo di revisione a Reggio Calabria avvenuto il 13 febbraio 2012, tra gli applausi del pubblico, finisce l’incubo di un uomo che tra la felicità e quel dolore che lo accompagnerà per tutta la sua vita, si domanda: “Che mondo é questo in cui la vendetta vale più della giustizia, in cui qualcuno falsifica le carte per condannare un innocente e poi, dopo aver baciato suo figlio, va a letto tranquillo? Ora davanti al mare penso a tutti quelli che non hanno voce e aspettano”. Aspettano quella piccola ma bellissima parola: “fine”.
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