«Questo è un processo in cui sono protagoniste le donne, sia come vittime che come carnefici. E il destino ha voluto che siano tre donne a giudicare i fatti». È iniziata così ieri la requisitoria dei pm antimafia Luca Miceli e Matteo Centini impegnati a sostenere l’accusa nel processo di primo grado scaturito dalla maxi-inchiesta “Tramonto” che ha decimato il clan Bellocco di San Ferdinando. E per l’accusa infatti la cosca, egemone nel piccolo paesino della Piana, sarebbe esattamente potente quanto quella di Rosarno capeggiata dagli omonimi cugini. Come i Bellocco di Rosarno anche quelli di San Ferdinando vanno puniti duramente e nello specifico con oltre 100 anni di carcere. La richiesta di condanna più alta è stata avanzata per Aurora Spanò (in foto) che per l’accusa va condannata a 30 anni di reclusione. Questa richiesta di pena è perfino superiore a quella invocata per il marito Giulio Bellocco, che per i pm va condannato a 24 anni di carcere. La Spanò infatti, sarebbe persino più potente del marito. È lei che avrebbe architettato in ogni minimo dettaglio le strategie criminali da perpetrare ai danni di imprenditori e cittadini, stretti, presumibilmente, dalle sue grinfie laccate e proprie di una donna alla moda, che non avrebbero esitato a soffocarli in nome della divinità mafiosa dell’usura. E la donna, storica compagna del boss, “ripudiata” dai più blasonati parenti poiché in passato giù coniugata e parente di un Carabiniere- una vera “onta” a Rosarno- non avrebbe esitato a riprodurre i modelli criminali propri della famiglia del marito. Ed è per questo che, stando all’ipotesi accusatoria sostenuta durante le indagini dal pm antimafia Giovanni Musarò- adesso in servizio presso la Procura di Roma- avrebbe piegato gli imprenditori Secolo di Rosarno. Non è un caso infatti che l’incipit della requisitoria dell’accusa abbia fatto riferimento alle donne. Da un lato la Spanò, presunta aguzzina spietata, e da un lato Stefania Secolo, vero simbolo di coraggio e Maria Concetta Cacciola, la testimone di giustizia uccisa e le cui dichiarazioni rese alla Dda sono state acquisite in toto ieri dal Tribunale presieduto da Concettina Epifanio. Sì perché se l’inchiesta è stata portata a compimento lo si deve grazie a Stefania Secolo. Sarà lei a confermare alla Dda che la Spanò e Bellocco, valevano entrare in possesso di alcuni appartamenti della sua famiglia. Avrebbero concesso un prestito, con tassi presumibilmente usurari, di 600mila euro-lievitato poi ad un milione tondo tondo- ad uno dei suoi fratelli. I secolo però, non riescono a pagare ed è per questo che i Bellocco vogliono i loro immobili. Stefania non si piega e denuncia tutto; l’Antimafia fa il punto sull’inchiesta facendo scattare le manette ai polsi dei presunti responsabili. Alla sbarra però, ci sono anche i fratelli di Stefania, Antonio, Gaetano e Maria Grazia per cui l’accusa ha invocato 3 anni di carcere. Secondo la Dda i tre Secolo avrebbero preferito soccombere al diktat dei Bellocco piuttosto che aiutare gli investigatori a farli uscire da quella morsa mafiosa. Ed è per questo che adesso rischiano una dura condanna in quanto accusati di favoreggiamento. Favoreggiamento al clan che li avrebbe messi in ginocchio. Durissima anche la richiesta avanzata per Vincenza Bellocco e Antonio Napoli, che per l’Antimafia vanno puniti rispettivamente con 13 anni e sei mesi e 15 anni di carcere. Per i due vigli urbani, Giuseppe Stucci e Giuseppe Spanò la richiesta ammonta invece, a 5 anni di carcere mentre per Vincenzo Piromalli la richiesta è stata di 4 anni. Infine hanno discusso le parti civili, fra cui il difensore di Stefania Secolo, Giuseppina, Bagalà, nonché comune di Rosarno e Regione Calabria che si sono associate alle richieste dell’accusa. Il processo è stato aggiornato al 30 ottobre per l’inizio degli interventi difensivi. Angela Panzera





