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    Omicidio Angela Costantino

    Omicidio Angela Costantino, ecco le motivazioni di secondo grado

    di Angela Panzera – «Il delitto è stato realizzato in attuazione di un programma saldo e predeterminato, avente ad oggetto la punizione della donna fedifraga, che aveva leso l’onorabilità del marito, mentre questi era detenuto, il quale rispetto alla sua onorabilità, era stato tenuto all’oscuro di tutto. La donna non sono aveva tradito il marito, ma vi erano allarmanti segnali, quali metrorragia e frequenti svenimenti, indicativi che la donna portasse in grembo una creatura che non era del marito. Onta questa ancora più grave e che necessitava di essere occultata, grazie al ricorso ad un primario “amico”, che avrebbe potuto ammorbidire le risultanze della cartella clinica. A tutto ciò andavano aggiunte quelle misure repressive adottate dalla famiglia Lo Giudice: accompagnamento a vista, percosse per reprimere i moti di ribellione, psicofarmaci per sedare le continue crisi di pianto e per creare un alone di malattia psichiatrica, addotta quel genesi del suicidio». Sono queste le motivazioni della sentenza con cui il due febbraio scorso i giudici della Corte d’Assise d’Appello, Lucisano presidente con Crucitti a latere, hanno confermato la condanna di primo grado a 30 anni di carcere per Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì ritenuti colpevoli del delitto della cognata Angela Costantino. Per l’accusa, così come per il gup che comminò le condanne, la donna, fu uccisa perché aveva osato tradire il marito detenuto. E adesso anche per i giudici d’appello. Una relazione extraconiugale che la Costantino, moglie del boss Pietro Lo Giudice, ha pagato con la vita. La Costantino, 25enne all’epoca dei fatti, sarebbe stata uccisa per “un accordo di famiglia”- come dirà il pentito Paolo Iannò- a causa della sua relazione extraconiugale con un uomo nel periodo in cui il marito era recluso. I suoi assassini l’avrebbero raggiunta alle prime ore del 16 marzo 1994. Da circa un mese abitava a Reggio Calabria in via XXV luglio, in un immobile al piano terra che, per decenni, è stato il feudo storico della cosca Lo Giudice. Lì, infatti, era più facilmente controllabile. A uccidere materialmente la donna sarebbe stato Fortunato Pennestrì. Bruno Stilo – uno dei “vecchi” dello storico clan Lo Giudice– sarebbe invece stato tra i mandanti del delitto. «Vi è stata- è scritto nelle motivazioni- la maturazione del progetto criminoso, gelosamente custodito per non intaccare la serenità di Pietro lo Giudice e l’ideazione dello stato depressivo per gettare sulla misteriosa scomparsa l’ombra del suicidio. A ciò si aggiungeva un’ulteriore pericolo: Angela Costantino, conosceva partecipi, e modus operandi della cosca, e se non tutti almeno alcuni dei reati fine. Non era tollerabile che ella potesse sfuggire al controllo della famiglia esponendo quest’ultima al rischio della divulgazione dei segreti criminali custoditi». Ecco perché l’avrebbero ammazzata. Aveva osato tradire il marito ed era ancora peggio se avesse tradito “a famigghia”.
    « è giudizio di questa Corte-scrivono i giudici- che l’intento punitivo della donna, rea di infedeltà coniugale, per l’onta arrecata al marito, ampiamente tutelato dalla famiglia Lo Giudice e lasciato ignaro di tutto, è espressione del senso di dominio su un essere umano, considerato non come individuo assistito dal diritto di autodeterminarsi, ma come un’appartenenza la cui insubordinazione andava sanzionata con la più inappellabile delle condanne: la morte». A gravare inoltre, sulle posizioni di due imputati le dichiarazioni dei pentiti Domenico Cera e Maurizio Lo Giudice, il quale nel 1999 quando deciderà di collaborare con la giustizia racconterà agli inquirenti della scomparsa della cognata, parlando, fin da subito, di una possibile eliminazione. Dichiarazioni giudicate quindi attendibili.