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    Mimmo Martino

    Mimmo Martino e il malessere di chi ama la sua terra

    di Giuseppe Baldessarro  – Non dirò mai di essere stato un amico di Mimmo Martino. Non lo ero. Nel senso che non ci frequentavamo, che non parlavamo dei nostri fatti personali, che non ci siamo mai telefonati, che non ci cercavamo in maniera diretta come farebbero due amici. Posso dire invece quello che rappresentava per me e, credo, per moltissime altre le molte persone che lo conoscevano e seguivano nel suo lavoro. Un’opera, mi sia consentita,  non solo dal punto di vista artistico o musicale, ma intellettuale, a tutto tondo, nel senso pieno del termine.

    Mi capitava di incontrarlo nella pausa pranzo al bar vicino piazza Duomo. Quando potevamo ce ne stavamo seduti qualche minuto per un caffè, e si parlava. Io gli chiedevo dei concerti, del calendario delle serate. Banalità da ignorante, quale sono, dal punto di vista musicale. Lui mi rispondeva pazientemente, spiegandomi l’essenza della sua ricerca che, prima ancora di tradursi in testi e note, era di tipo antropologico. Mi raccontava delle scoperte che aveva fatto, di scritti e racconti che aveva scovato in giro per il territorio. Amavo ascoltarlo. E amavo la sua musica, perché pur essendo un profano, mi trasmetteva delle emozioni incredibili. Era, ed è ancora per me, una musica capace di portarmi indietro nel tempo. Mi faceva viaggiare Mimmo Martino, e mi facevano viaggiare i Mattanza, il gruppo, che accompagnava quell’incredibile voce graffiante e profonda.

    Tra un sigaretta e l’altra, a volte discutevamo del mio lavoro. Gli piaceva la mia professione, e amava informarsi, era curioso. Curioso e con uno sguardo aperto e disincantato sul mondo. Un narratore di favole e, allo stesso tempo, uno con i piedi ben piantati per terra, che alle favole dava l’impressione di non credere. Qualche volta mi spingevo a dargli qualche anticipazione giornalistica, ma difficilmente riuscivo sorprenderlo. Non era facile vederlo entusiasta quando si parlava di cronache.

    Se ne stava ad ascoltarmi con l’avambraccio appoggiato alla sua stampella e con la sigaretta in mano, sempre quella postura: la spalla inclinata e il corpo di traverso. Una posizione di bilico che, pensavo proprio oggi, in fondo era la sua posizione nel mondo. Era così Mimmo. Da una parte sembrava sconfortato nell’osservare una società statica o che si muoveva troppo lentamente, dall’altra era un uomo che continuava cercare la maniera di scuoterla quella società infinitamente pigra e distratta.

    Tirava fuori le unghie ogni volta che si parlava del suo lavoro di musicista in senso lato. Era arrabbiato con le istituzioni e la società poco attente ai fenomeni culturali della nostra terra, e odiava profondamente le speculazioni culturali di cui l’ambiente musicale, a suo dire, è pieno. Eppure nonostante le delusioni, la rabbia e la fatica continuava a crederci, a sbatterci la testa, a lavorare a idee nuove per raccontare le tradizioni popolari con chiavi di lettura inedite. Erano i suoi nuovi progetti musicali.

    Ci siamo incontrati l’ultima volta una decina di giorni fa a cena da alcuni amici. Sembrava un po’ stanco, ma particolarmente soddisfatto del suo nuovo spettacolo. Ci aveva invitati tutti a vederlo, ci teneva.  Provato e speranzoso. Affaticato, ma pronto a metterci nuova energia. In bilico, come quasi sempre. Come le persone innamorate del proprio lavoro e di una terra che con loro è troppo spesso ruvida, avara. Mimmo, credo fosse così. Si portava dentro il malessere di chi sa amare fino in fondo, e senza condizioni. Una persona perbene e generosa. Per questo ci mancherà.