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‘Ndrangheta, arrestati ex capo e vice della mobile di Vibo, gli inquirenti: ”Pericoloso ponte tra due mondi” (VIDEO)

23 Gennaio 2015
in CITTA, Vibo Valentia
Tempo di lettura: 4 minuti
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Conferenza_Stampa_Borrelli_arresti_Vibo

di Clara Varano – Un intreccio di rapporti personali che con il tempo hanno finito per favorire la cosca Mancuso di Vibo Valentia. Due

funzionari della Questura, un poliziotto ed un avvocato al centro dell’inchiesta. Maurizio Lento, ex capo della Mobile di Vibo, Emanuele Rodonò, ex vice dello stesso ufficio, Antonio Wladimiro Petitto e Antonio Carmelo Galati. Un coacervo di professionalità messe a disposizione e dedite ad agevolare l’egemonia dei Mancuso sul territorio di Vibo Valentia. Relazioni che l’ordinanza di Abigail Mellace, il gip che ha accolto favorevolmente le risultanze investigative dei procuratori Giuseppe Borrelli e Simonetta Rossi, non esita a definire drammatiche, annichilenti e sconcertanti. Attività investigative concernenti solo il clan avverso ai Mancuso. Tentativi di minare la credibilità del capo dello Sco di Catanzaro, Rodolfo Ruperti, ex capo della Squadra Mobile di Vibo e attuale capo del medesimo ufficio a Catanzaro. Rapporti che Galati è riuscito ad intrecciare non solo con Lento e Rodonò, ma anche con altri funzionari istituzionali all’interno dell’Arma dei Carabinieri. Insomma, una trama labirintica perversa, che ormai era divenuta all’ordine del giorno e che assicurava ai Mancuso di operare incontrastati e sicuri. Per questo, oggi, sono stati tutti arrestati. Parla di distrazione dello Stato, Borrelli. Di pulizia che lo Stato riesce a fare sempre e comuncque (LEGGI LA NOTIZIA).

Il ruolo dell’avvocato Galati – “Per aver partecipato, […] nell’ambito della associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta, alla cosca detta ”ndrina Mancuso’, operante in Limbadi, Nicotera e comunque nella provincia di Vibo Valentia, contribuendo alla realizzazione degli scopi del sodalizio, attraverso la forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo e le conseguenti condizioni di assoggetamento ed omertà che ne derivano […]”. E’ quanto si legge nelle prime pagine della ordinanza di custodia cautelare. Galati secondo il gip Abigail Mellace ed i pm Borrelli e Rossi, svolgeva un ruolo determinante all’interno della cosca, facendo da tramite tra la stessa e alcuni organi dello Stato, “svolgendo stabilmente, per conto dell’associazione mafiosa, il ruolo di interlocutori di soggetti appartenenti ad apparati dello Stato operanti nel settore investigativo e giudiziario, al fine di procurarsi informazioni su indagini in corso, di garantire l’immunità alla cosca Mancuso – ed in particolare di quella frangi di essa riconducibile a Mancuso Pantaleone classe 1947 – dallo svolgimento di attività investigative, la concentrazione dele indagini nei confronti dei gruppi rivali ai Mancuso […]; svolgendo altresì, per conto del sodalizio criminale, il ruolo di intermediario”. “Il Galati – prosegue il gip – non ha limitato le sue attività in favore del sodalizio alla prestazione, assolutamente legittima anzi sacrosanta della propria opera professionale, ma è andato ben oltre, facendosi carico di un particolare ma altamente insidioso e subdolo compito, svolto per anni con ferma determinazione: quello di creare (o meglio di essere) un canale di collegamento, un anello di congiunzione fra l’associazione mafiosa dei Mancuso (e, per essa, i suoi membri più autorevoli) e gli esponenti di vertice di quegli apparati delle istituzioni preposti al controlo e al mantenimento dell’ordine pubblico sul territorio Vibonese.”

(GUARDA IL VIDEO DELLA CONFERENZA STAMPA)

I funzionari della Squadra Mobile di Vibo, Lento Maurizio ed Emanuele Rodonò – “Perché nelle rispettive qualità di dirigente e vice dirigente della Squadra Mobile della Questura di Vibo Valentia, concorrevano esternamente nell’associazione mafiosa …, consapevolmente ed intenzionalemte fornendo alla stessa un contributo effettivamente utile al suo rafforzamento, veicolando in favore della stessa, tramite l’avvocato Antonio Galati, informazioni su indagini in corso, omettendo lo svolgimento di qualsiasi attività investigativa su tale sodalizio criminale, in palese violazione dei propridoveri di ufficio, trascurando di trasmettere alla A.G., segnalazioni concernenti la possibile esistenza di reati”. E parla di Anomali e deprecabili rapporti il gip Mellace nella lunga ordinanza che Lento e Rodonò avevano con Galati, divenuto il tramite con la cosca. Rapporto che sarebbe comprovato dalle intercettazioni telefoniche relative ad alcune conversazioni. In alcune di queste “il boss Mancuso Pantaleone cl.47, dopo aver riportato le modalità di conoscenza del dottor Lento (“presentatogli” appunto dal Galati), esaltà la bonta e l’affidabilità dell’investigatore cui riconosce il merito di non aver investigato sula sua persona e, anzi, d’aver assunto attegiamenti compiacenti, a differenza del suo predecessore (Rodolfo Ruperti, ndr). Per tale ragione il Mancuso esorta il legale a organizzare, come già fatto in precdenza, incontri conviviali per ‘prendere il caffè’. Incontri che, a detta del Galati, il Lento, a partire da un certo periodo di tempo, stava, invece, evitando per il timore di poter essere intercettato o che, addirittura, stava cercando di camuffare con la ‘scusa di una perquisizione'”. Ed è stata proprio l’inerzia investigativa, secondo quanto emerge dall’ordinanza, a spingere i rinnovati vertiti della Procura di Catanzaro ad indagare sugli assetti strutturali e operativi dell’organizzazione mafiosa. L’inerzia investigativa, dunque, secondo quanto emerso, sarebbe stata volontaria e le indagini volutamente omesse come emerge dall’intercettazione relativa ad una conversazione tra Rodonò e Galati, che il gip definisce “drammatica” e che “lascia annichiliti e sconcertati”, in cui il funzionario, in procinto di esere trasferito ad altro incarico, “ammette di non aver indagato sulla cosca Mancuso al fine di assolvere a un dovere gerarchico e di fedeltà al quale non aveva potuto sottrarsi”. Al riguardo il gip parl di “granitici elementi di prova” che “inchiodano gli indagati Lento e Rodonò alle loro responsabilità”.

(GUARDA IL VIDEO DELLE DICHIARAZIONI DI BORRELLI)

Il coinvolgimento di un terzo agente, Antonio Wladimiro Pititto – C’è anche un terzo poliziotto coinvolto nell’inchiesta della Dda di Catanzaro che ha portato all’arresto dell’avvocato Antonio Carmelo Galati e dell’ex dirigente della squadra mobile di Vibo Valentia, Maurizio Lento, e del suo vice, Emanuele Rodonò. Per Antonio Wladimiro Pititto, in servizio nella Questura, la Dda di Catanzaro ha chiesto al Gip la sospensione dall’esercizio di pubblico ufficiale.

Pititto è accusato di rivelazione di segretid’ufficio e sarà sentito domani mattina dal giudice per le indagini preliminari, Abigail Mellace, che dovrà decidere sulla richiesta di interdizione avanzata dalla Dda di Catanzaro. Secondo l’accusa, tra il 2009 ed il 24 febbraio del 2011, Pititto, avrebbe riferito all’imprenditore ed ex consigliere provinciale di Vibo, Aurelio Maccarone, zio di Antonio Maccarone, arrestato nel marzo dello scorso anno per associazione mafiosa insieme al genero, Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, nell’ambito dell’operazione antimafia “Blackmoney”, dell’esistenza presso lo Sdi, di un’informativa di reato nei confronti di un componente della famiglia Maccarone, redatta dal Gico della Guardia di finanza di Milano.

(GUARDA IL VIDEO DELLE DICHIARAZIONI DI BORRELLI 2)

 

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