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Lamezia (Cz): bomba esplode davanti case imprenditore

15 Ottobre 2012
in CITTA
Tempo di lettura: 2 minuti
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carabinieri112
Lamezia trema ancora. I lametini svegliati, per l’ennesima volta, da un boato. C’è chi ormai non ci fa più caso, c’è chi, invece, anche ora non riesce a smettere di pensare alla deflagrazione che

gli scoppia nella testa. A farne le spese, questa volta, il cancello di un imprenditore lametino molto noto per la sua storia con le cosche, Giuliano Caruso, che vive nel quartiere Bella di Lamezia. Era di medio potenziale l’ordigno che alle 22:00 circa, ha causato il crollo del pesante cancello in ferro. Non c’è dubbio sul fatto che si tratti di un atto intimidatorio, anche se gli investigatori vagliano ogni possibilità. La storia di Giuliano Caruso è nota a tutti: nel 2011 denunciò alla magistratura Giuseppe Giampà, Angelo Torcasio e Battista cosentino, i suoi estorsori. Tutti affiliati alla cosca Giampà ed oggi, casualmente, tutti diventati collaboratori di giustizia. L’arresto dei tre, assieme a Domenico Chirico, avvenne per il tentativo di estorcere all’impreditore 50 mila euro. Tre giorni di indagine che mostrò rapidamente le brame in ambito edile dei Giampà. Dal 2011, però, le cose sono molto cambiate. Torcasio e Cosentino, iniziano a parlare quasi subito e da ciò scaturiscono attentati dinamitardi rivolti ai loro congiunti. Al loro pentimento, però, da poco, ha fatto seguito quello di Giuseppe Giampà, il figlio de “il professore”, il capo della cosca. Le informazioni che Giampà sta fornendo, si stanno rivelando molto utili per la ricostruzione di un quadro ancor più dettagliato della criminalità organizzata di Lamezia. Giuseppe Giampà, infatti, non si sta limitando a spiegare il perché degli omicidi che hanno insanguinato Lamezia negli ultimi anni, né riferisce esclusivamente sulla composizione della cosa. No, Giampà sta allargando il campo chiarendo cosa è successo alla ’ndrangheta negli ultimi anni. Racconta del distaccamento delle cosche vibonesi dall’influenza di Reggio. Parla della “zona grigia”, della politica che ne fa parte, di una candidata che alle elezioni regionali offrì 50 mila euro per la raccolta voti. Rivela di come, dopo l’operazione “Medusa”, la cosca avesse in mente di colpire lo Stato con un attentato a Rodolfo Ruperti, capo della Squadra Mobile di Catanzaro. Questo e chissà cos’altro. Era facile intuire come la decisione di collaborare di un reggente cosca, con un potere decisionale che nessuno aveva, facesse un gran baccano.

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