Di seguito la nota diffusa da Agostino Siviglia (*) – “I segni che vi distinguono sono l’arroganza del potere, la spregiudicatezza del possedere, l’animosità che acceca e annulla i vincoli di
sangue e la mancanza assoluta di rispetto per la vita e la dignità umana”. Con queste significative espressioni Mons. Nunnari apostrofa gli uomini della mafia nella sua ultima riflessione pastorale datata 8 settembre 2012.
Ho meditato sulle parole di Mons. Nunnari ed ho tentato risoluto di lasciarmi trovare dalla verità. E così mi sono ricordato di quand’ero bambino ed andavo in montagna a trovare i miei nonni, in settembre, durante la vendemmia. Amavo andare a cavallo, aiutato da mio nonno, e caricare i grandi “panari” di uva bianca e rossa prima della tradizionale pigiatura dell’uva a piedi nudi che le donne del paese facevano nel “basso” di casa e dalla quale si ricavava quel buon mosto di cui mi pare di annusare ancora l’odore. Poi passava qualcuno col quale mia nonna diceva a noi nipotini “che non dovevamo avere niente a che fare” e che ci prendeva in giro per il nostro modo “cittadino” di parlare e di vestire smaniando di trovare la prima occasione buona per esercitare la minaccia ed il sopruso per farci “abbassare la testa”, giusto per ristabilire i rispettivi ambiti di supremazia e di dominio, non senza rinunciare, all’occasione, di ammantarsi di fervida amicizia su cui potere contare, se asserviti a specifiche richieste di sudditanza. “Nel cuore perverso di Caino”, dice Mons. Nunnari rivolgendosi ai mafiosi, “potete conoscere il progenitore”. “Nel suo cuore perverso, che abbatte il fratello Abele per avere la supremazia e il dominio sulle cose che Dio aveva messo a disposizione di tutti, il vostro cuore”. Sì, nella stessa casa, nella stessa famiglia, nella parentela più o meno vicina ci può essere – e dalle nostre parti spesso c’è – un Caino che ci schernisce e ci sfida e ci insinua ancora sulla presunta bontà di Abele. E’ in sostanza un problema di libertà. Ora come allora siamo chiamati a scegliere da che parte stare, e a quale sacrificio. Ma è pure un problema di verità. Dobbiamo infatti dirci chiaramente che la terra nella quale siamo nati, cresciuti, vissuti è un luogo nel quale fin da bambini siamo venuti in contatto con questa umanità malata e deviante che per vero, ad un certo punto, appariva ai nostri occhi con la falsa veste di una onorabilità accreditata nella “migliore società”. A scuola, in chiesa, nei locali alla moda, allo stadio o semplicemente incrociati sul Corso Garibaldi i figli degli ‘ndranghetisti li abbiamo conosciuti magari nutrendo la malevola illusione che in fondo fossero “bravi ragazzi” e che non c’entrassero con le malefatte dei lori genitori o dei loro parenti o che peggio ancora, in fondo, questi ‘ndranghetisti si comportassero molto meglio delle cosiddette persone perbene e che, addirittura, avessero un senso dell’onore e del rispetto come mai avevamo conosciuto. Inganni! Inganni che a ben guardare forse troppi di noi si sono voluti raccontare. Falsità ammantate di imbiancata ipocrisia solo per giustificare “l’ingannevole fascino del peccato”, come lo definisce Mons. Nunnari. Altre volte invece abbiamo giudicato, messo alla gogna qualcuno per il solo fatto di abitare in un certo quartiere o di essere parente di un certo tizio, senza scorgere la difficoltà, il disagio umano e personale che in quell’individuo si celava dietro le quinte delle nostre mormorazioni. E’ per questo prima di tutto un problema di verità e quindi di libertà. La ‘ndrangheta vive nelle tenebre, nella falsità, nel nascondimento: mira a confondere tutto e tutti in un unico malevolo calderone. Ma non è così! C’è ed è vivida in questa nostra terra “grande e amara” – come la chiama Mons. Nunnari – una società onesta e fiera che vuole vivere libera ed alla luce del sole. Una società che “sta cambiando, anzi è già cambiata e dalle rive del mare e dalle cime dei monti già intravede un’alba nuova”. Ecco dunque che la bella riflessione del nostro “don Nunnari” non si conclude rassegnata, anzi si apre vigorosa e certa alla speranza della verità che libera. Del resto egli dice: “sono un uomo di speranza che nutre fiducia nell’immensa misericordia di Dio, mai stanco di amore e di incrociare, magari attendendo, l’essere umano sulle vie tortuose della sua esistenza”. Ma perché ciò accada davvero ricorda Mons. Nunnari “il primo passo è la conversione personale e comunitaria, grazie ad un cambio di mentalità nel cuore e nella vita di ogni uomo e donna. Di ogni famiglia, gruppo e istituzione, che permetta di rimuovere le forme di collusione con l’ingiustizia ”, come ricordato da ultimo dai Vescovi calabresi nel documento del 2007: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Documento che fa eco al grido del Beato Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi in Sicilia: “Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio”. Mons. Nunnari chiude perciò la sua paterna riflessione con un’ultima espressione interrogativa: “a voi scegliere da che parte stare”. Ora, tale interrogativo pure essendo espressamente rivolto “agli uomini della mafia” io credo richiami tutti ed ognuno alle proprie personali responsabilità. Credo che in sostanza anche noi dobbiamo chiederci concretamente da che parte vogliamo stare. O forse meglio chi vogliamo essere. E come dobbiamo agire per arginare o isolare questo cancro malevolo che imputridisce la nostra terra. Credo che da cristiani e da cattolici siamo innanzitutto chiamati a rialzare la testa! A rimettere in gioco la nostra vita. Perché oggi più che mai al cospetto della nostra coscienza siamo chiamati a vivere e non a vivacchiare! A non avere paura della parola da pronunciare, per non macchiarci tacendo di un grave peccato di omissione. Credo che la testimonianza da sola non basti più, come ricordava qualche settimana addietro il Cardinale Bagnasco: “la testimonianza da sola, infatti, proprio perché anticonformista, può essere considerata una stranezza. La parola forte del martire, invece, illumina il perché di uno stile controcorrente non per singolarità o smania eccentrica, ma per fedeltà al Vangelo”. Per questo ho sentito profondo il dovere di dire umilmente qualcosa. Perché gli appelli alla riconciliazione come quello rivolto da Mons. Nunnari “agli uomini della mafia” siano capaci di interrogare prima di tutto i giovani, i singoli cittadini, la comunità politica, la società più vasta. E’ questo il tempo di un’azione che vada ben più in profondità della mera logica di parte, comunque argomentata, e che si proietti risoluta verso il futuro cominciando dal presente, perché non c’è oscurità che la penetrazione della luce non squarci, ancor più quando sveglia l’aurora.
(*)
Presidente APC
Circolo Pier Giorgio Frassati




